martedì 15 aprile 2014

I MORTI NON SANNO NULLA 27




                                   VENTISETTE



- …Tua maman…Claire…yes, the address…
Alla fine Solange capì che Dino voleva il recapito di sua madre a Tourrette St.Loup e glielo compitò più volte, con il numero di telefono che lui era certo di star riportando sbagliato, nonostante ripetesse un inutile “très bien” ad ogni numero.
Fece capire a Solange che intendeva prendersi una piccola vacanza e gli pareva una buona idea quella di andare a trascorrerla nell’hotel di Claire. Solange ascoltava senza aggiungere nulla. Ebbe la sensazione che lei desiderasse affrettare la fine della conversazione, ma non ne fu certo. In fondo lei, tranne che quando aveva bevuto, era un tipo di poche parole. Forse conosceva l’uomo di Carlotta, forse era stata testimone dello svilupparsi della storia. Probabilmente non gliene importava granché e voleva solo tenersi lontana dai coinvolgimenti.
- Ogni tanto penso a quel mattino…a noi due – accennò Dino.
Dall’altro capo del filo venne un suono aspirato, incerto e tenero, una specie di brevissimo sospiro: il “oui” di Solange in risposta a quello che Dino Fabbri cercava di dirle senza riuscirci.
- Non bere troppo – si raccomandò lui nel salutarla, e lei rise con un po’ di incertezza.
- Un giorno o l’altro ti vengo a trovare – disse ancora lui. Lei non rispose nulla. Si salutarono tentando ambedue di farlo nella lingua dell’altro, confondendosi.
Dino Fabbri cominciò ad ammettere con sé stesso che stava provando il bisogno di rifugiarsi da qualche parte, di trovare qualcuno con cui parlare davvero.
Nel corso della sua esistenza era sempre riuscito a controllare emergenze di questo tipo. Abituato alla solitudine un po’ per vocazione un po’ per autodisciplina aveva sempre tenuto duro, fin dall’infanzia, ritagliandosi ricoveri magari angusti ma sicuri per spirito e corpo, in margine al resto del mondo. Ma proprio ora che si sentiva temporaneamente impreparato a resistere da solo gli toccava una prova particolarmente dura. Le incertezze rispetto al futuro non lo avevano mai spaventato ed era sempre riuscito a prendere il largo senza rimpianti, eppure adesso un filo sottile d’angoscia stava dipanandosi attorno al suo territorio protetto.
Per un momento aveva pensato di andare da sua madre, poi la consapevolezza del loro dolente desiderio di comunicare senza mai riuscirci lo aveva dissuaso.
I fantasmi confusi che gravitavano attorno all’omicidio di Theroux insistevano a tormentarlo. Rievocava episodi, li analizzava con incessante inutilità, cercando ragioni che andassero al di là di quelle che parevano evidenti.
Perché, ad esempio, Saveriano era sparito proprio il mattino del ritrovamento del cadavere ?
Era ammissibile una semplice coincidenza ?
E come aveva fatto Carlotta ad essere immediatamente certa dell’innocenza di Jef e Marcella ?
E come aveva potuto innamorarsi di un altro – proprio lei, così rigidamente etica – in pochi giorni ?
C’erano troppi conti che non tornavano, perlomeno nel quadro ordinato che Dino Fabbri aveva bisogno di darsi per poter buttare tutto alle spalle e filare.
Invece gli avvenimenti della Vallée de Joux gli si aggrovigliavano attorno. Gli anni dell’adolescenza di Claire. Felìx e Leopòld. Che razza di rapporto doveva esserci stato tra loro? E la sorella di Claire, Odette, nel suo bordello di Zurigo, che cosa sapeva di tutta questa faccenda ?
Dino Fabbri li allontanava, animato nei confronti di tutti da una curiosa forma di risentimento, poi balzava fuori Noemì con la madre lesbica, o Loretta in quella maledetta radura e la giostra dell’immaginare riprendeva a girare.
Fin dall’inizio, non appena trasferito al residence, aveva capito che l’unica persona con la quale eventualmente cercare di parlare era Claire. Dopo la telefonata a Solange tergiversò per alcuni giorni, rimandando quotidianamente il proposito di chiamarla.
Non sapeva da che parte cominciare, non era neppure sicuro che il rivelarle ciò che sapeva non potesse essere compromettente. Poi decise. Con un bagaglio esiguo ed un improvviso buonumore si mise al volante della Volvo e partì senza annunciare il suo arrivo. Non tornava in Francia dai tempi della sua precipitosa fuga da Lione.
Il viaggio fu inaspettatamente breve. Dino Fabbri ebbe qualche difficoltà solo verso a fine, nel rintracciare la località.
L’hotel Bonlieu era un piccolo edificio, stretto tra altre case lungo una strada leggermente in discesa che dalla piazza principale conduceva verso l’anello esterno dell’abitato. Questo si sviluppava concentricamente, con costruzioni recenti lungo le falde del rilievo sulla sommità del quale s’appollaiavano pacificamente le case di pietra del vecchio centro.
L’hotel aveva un ingresso stretto tra due finestre e protetto da una cupoletta di tela gialla. Tutto, nel complesso, pareva in miniatura. La facciata, di due soli piani sopra quello terreno, era intonacata di bianco, i telai degli infissi, le persiane, i balconcini di legno erano verniciati di celeste.
Dino Fabbri aveva parcheggiato la Volvo di fronte all’ingresso e per un po’ era rimasto al volante, indeciso se scendere.
Nella luce del tardo pomeriggio un passeggio discreto sospingeva con morbida indolenza i vacanzieri verso la piazzetta del centro, in vista dell’aperitivo dopo la giornata trascorsa sulle spiagge della costa, che distava una decina di chilometri, o in escursioni tra le colline distese tutt’attorno. L’atmosfera era invidiabilmente familiare. Dino Fabbri se ne era lasciato catturare e sedeva con le mani in grembo, il capo adagiato al poggiatesta, ad osservare quel domestico andirivieni incorniciato nel finestrino abbassato.
Si decise a scendere quando un tale, salutato amichevolmente da un gruppetto di passaggio col nome di Didier, si era fermato un istante prima di varcare la soglia dell’hotel e scomparire all’interno.
Il taglio dei capelli era militaresco, un paio di baffi e un pizzetto gli ombreggiavano appena il labbro e il mento. Il fisico pareva più asciutto ma i gesti erano gli stessi.
Anche senza riccioli e senza il viso paffuto di prima Jef era pur sempre riconoscibile.
Di fronte a quell’apparizione Dino Fabbri aveva avuto come primo istinto quello di mettere in moto ed andarsene, poi gli si era attanagliata dentro una specie di rabbia, come se si sentisse l’unico tenuto all’oscuro di qualcosa che si sentiva in diritto di conoscere.
Che Jef fosse un ex legionario, comunque in qualche modo implicato nell’omicidio di Leopòld Theroux, non lo trattenne dallo scendere dall’auto, afferrare la sua borsa da viaggio, attraversare la strada e – con una certa emozione – varcare a sua volta la soglia d’ingresso. Pensò che se si fosse ritrovato di fronte Carlotta, o magari Miriam, o addirittura Theroux redivivo si sarebbe fatto una risata prima di perdere i sensi.
L’interno era fresco e ombroso. La hall era civettuola e ordinata, con poltroncine di midollino coperte di cuscini a disegni provenzali. Il banco della reception era l’unico punto dell’ambiente pienamente illuminato. Sul fondo, opposta all’ingresso, si intravedeva una porta a vetri affacciata su quello che pareva un giardino di dimensioni insospettabili.
Una coppia di ospiti di mezza età sedeva nella penombra della hall sfogliando riviste. Per il resto non si intravedeva anima viva.
Dino Fabbri si accostò al banco della reception e posò a terra la borsa. Nel risollevarsi si trovò di fronte una giovane donna sorridente, probabilmente una magrebina, con occhi neri scintillanti, carnagione olivastra e corti capelli crespi.
- Parla italiano ? – chiese Dino.
- Si – rispose lei.
- Vorrei una camera.
- Mi dispiace signore, ma siamo al completo.
Dino Fabbri non aveva previsto quell’eventualità. Tacque imbarazzato mentre la giovane nordafricana lo osservava con perplessità.
- Per questa stagione è normale. L’hotel non è molto grande e dunque..
Dino Fabbri annuiva senza dir nulla.
- Comunque c’è un albergo più grande non lontano, dove probabilmente troverà posto.
La ragazza fece un gesto ad indicare la destra, fuori dell’ingresso. Cercò tra i depliants che occupavano una parte del bancone.
- Qui c’è una cartina, così le faccio vedere la strada…
- La signora Claire non c’è ? – chiese lui interrompendola. La ragazza lo fissò un istante, prima di rispondere.
- Si - disse poi.
- Vorrei salutarla.
- Deve essere in giardino, vuole che gliela chiami ?
- Se non le dispiace.
La giovane rispose con un sorriso d’assenso. Le labbra color lavanda si dischiusero su una chiostra di denti perfetti, poi scomparve oltre la porticina che era alla spalle della reception.
A Dino l’attesa parve interminabile. Si guardava attorno aspettandosi da un momento all’altro di trovarsi di fronte a Jef e Marcella e si chiedeva che atteggiamento avrebbe saputo tenere.
Dall’ingresso sul fondo venne invece Claire.
Avanzò attraverso la hall scrutando verso il bancone, che dal suo punto di vista era in controluce, senza riconoscere immediatamente Dino.
Indossava un lungo abito di lino scolorito, abbottonato davanti e con larghe maniche corte, un paio di zoccoli aperti e guanti da giardiniere.
- Sì ? - chiese, detergendosi un velo di  sudore dalla fronte con un rapido gesto dell’avambraccio.
- Sono io - disse Dino.
Quando gli fu di fronte Claire lo riconobbe. Per una frazione di secondo lui notò lo sguardo di lei attraversato da un lampo di smarrimento, poi ne percepì l’immediato attenuarsi e il sorriso di divertito stupore che lei gli offrì gli fece capire che Claire aveva ripreso il controllo della situazione, qualsiasi fosse.
- Come mai qui ? – chiese, e si sporse in avanti a baciarlo sulle guance, come non aveva mai fatto.
- Avevo bisogno di una piccola vacanza tranquilla e mi è venuto in mente il tuo albergo. Però mi dicono che non c’è posto.
- Già - disse Claire riflettendo - Quanto intendevi fermarti ?
- Non so. Una settimana più o meno.
- Che giorno è oggi ?…Non so mai in che giorno vivo…
- Giovedì. Sì, giovedì mi pare.
- Ecco. Mi si libera una matrimoniale domenica. Prima purtroppo…
- Comunque sono solo – disse lui.
- Ah…e tua moglie ?
- E’ ancora in Svizzera.
Dino Fabbri non capì che cosa fosse stato a fargli sospettare per un momento che Claire fosse al corrente della situazione tra lui e Carlotta. Lei si sfilò i guanti da giardiniere e si rivolse verso la porticina che era dietro il bancone: di là arrivava l’ovattato ticchettio dei tasti di una macchina da scrivere.
- Leila, s’il te plait.
Comparve la ragazza nordafricana con il suo sorriso smagliante. Lei e Claire parlarono sottovoce e alla fine la ragazza annuì.
- C’è una stanza qui sul retro, a pianterreno – disse Claire rivolgendosi a Dino – Non è una buona stanza, ha un bagno minuscolo, è molto piccola, ma è l’unica singola che abbiamo, se ti accontenti.
Dino Fabbri, nonostante fosse vagamente allarmato da una sensazione di disagio, accettò l’offerta. Si sentiva inspiegabilmente desideroso di abbandonarsi a quel luogo.
- Adesso Leila ti accompagna. Io vado a darmi una sistemata e ci rivediamo dopo. Mangi qui, no ?
Dino annuì. 
- Grazie. Non sai quanto avevo bisogno di prendere fiato – disse.
- Lo immagino - rispose Claire.
Per Dino quelle parole suonarono strane. La fissò per un momento come ad attendere che proseguisse ma lei si limitò a sorridergli. Il taglio dei suoi occhi azzurri restava malinconico; i corti capelli grigi incorniciavano il volto abbronzato e segnato da rughe sottili come fili, le braccia nude erano carnose e robuste.
A Dino Claire ricordava una divinità ancestrale, una sorta di Grande Madre, legata a riti di fertilità, una domestica Ishtar babilonese un’Afrodite provocatoriamente invecchiata.  Pensava a lei mentre seguiva Leila e si chiedeva cosa ci facesse lì Jef.
La ragazza lo guidò lungo un breve corridoio che odorava di lavanderia.
Leila indossava un paio di jeans elasticizzati e una maglietta aderente. Aveva spalle larghe, vita stretta, un passo leggiadro e un culo che a Dino Fabbri parve uno dei più attraenti che avesse mai visto.
- Merci - le disse sulla porta della camera. Lei gli regalò un altro dei suoi sorrisi contagiosi e se ne andò.

Nessun commento:

Posta un commento