martedì 26 luglio 2011

la danza nel buio

Questo racconto l'ho scritto a Londra, tra il gennaio ed il febbraio del 1980, periodo notevolmente infelice della mia vita, un anno quasi completamente impegnato a varcare la "linea d'ombra" da cui , come per tutti quelli che ci si sono avventurati, un ritorno è impossibile, quali che ne siano le conseguenze.
In quei giorni londinesi mi era parso potermi ancorare al trascorso come ad un galleggiante provvidenziale tra i marosi delle mie sconfitte, scriverne, perchè era l'unico strumento che in qualche modo ancora padroneggiassi. Un autoprofilassi. Cerotti contro il cancro. 
E la scrittura di allora sicuramente risente di quello stato d'animo, tant'è vero che il racconto ha oscillato frequentemente sull'orlo del cestino. A salvarlo è sempre stata la rilettura di una lettera ricevuta da Renato Bertrandi da Caracas, datata 25/1/82, nella quale lui, nostalgico e lontano quanto me, leggendo il racconto riconosce i personaggi e si identifica ( come fossi riuscito a farglielo arrivare proprio non ricordo).
C'era dunque una persona alla quale era servito, e questo mi bastava, e finisce col bastare tuttora.
Aggiungerò delle fotografie delle estati che corrispondono, in termini di epoca, alle invenzioni del narrare.
Le persone ritratte non sono ovviamente quelle descritte ne "La danza nel buio", che in buona parte sono frutto di  fantasia ma sicuramente hanno fornito elementi utili al mio immaginario.

















LA DANZA NEL BUIO



1


La luce era quasi soltanto di luna sul tavolo eppure, quando raccontavano di quella sera, nell'ascoltarli veniva da pensare a riflettori accesi su di loro.
Il tavolo era appoggiato sugli scogli ed il mare così vicino che a volte la schiuma dell'onda arrivava a lambirne le gambe.
Era un ristorante dove mancavano le posate, dove i piatti erano scompagnati e dove si mangiava con le mani bevendo sangria blanca.
A quel tavolo, prima che la loro storia si trasformasse in storie singole e si presentasse la vita negli aspetti a loro sconosciuti e la paura e la rassegnazione che avevano disprezzato si appropriassero di molti dei loro giorni, quella sera c'erano tutti e tutti immaginavano, con orgoglio un poco commosso per via del vino, che la parola che li definiva in quel momento e quel modo era insieme.
O forse lo pensarono dopo, negli anni che li costrinsero a guardare al ricordo non più con il desiderio di esibirlo ma con quello di scoprirci un senso da dare a ciò che accadeva, e che non era più una danza nel buio ma ormai luce impietosa a rischiarare il mondo di tutti, quel mondo in cui furono costretti ad entrare e dove insieme significa, per ognuno, solo tra gli altri.
Mi invitarono al tavolo e nonostante sentissi che non mi avrebbero offerto altro che qualche sorriso - perché al loro mondo era difficile avvicinarsi senza prevenzione da ambedue le parti -  sedetti tra loro.
E li capii. Capii che dove in apparenza non c'era che cinismo poteva celarsi tenerezza, che dietro alla forza crudele che li faceva abili a prendere senza dare cresceva la fragilità che finì col farne uomini che avebbero cercato la forza di sopravvivere.
Con le loro donne di quella sera parlavano lingue straniere e il comprendersi era delegato ad una confusione di gesti, di carezzevoli neologismi frutto di mescolanze idiomatiche stravaganti. So che alcuni di loro quelle donne, negli anni successivi, le hanno cercate. Hanno rincorso con ilare sconforto ciò che esse rappresentavano attraversando nazioni di notte. Le hanno raggiunte e, pur se quasi dimenticati, hanno spesso saputo riconquistarle, consapevoli di quanto fosse inutile, eppure ostinati a non lasciarsi completamente aggiogare dal presente.
Oggi la loro memoria é confusa, il loro passato é palude e non sanno riconoscere che ciò che é loro appartenuto lo é stato solo per diritto di gioventù.
Oggi sono finalmente dei vinti, come tutti, ma questa é una storia che non racconterò.








2

Dall'isola si era staccato quello che pareva un motoscafo anche se sulla lunga distanza era difficile esserne certi. Era salpato verso riva eppure sembrava non avanzare; solo un ronzio lontano, nel silenzio irreale dell'alba, segnalava che stava muovendosi.
L'isola era appoggiata sulla linea dell'orizzonte come un corpo morto, tranquilla.
I passi di Attilio rimandarono un suono invadente in quell'immobilità. Coniglio si voltò verso di lui che si avvicinava dopo aver chiuso la macchina, parcheggiata poco più avanti.
- Dorme - disse Attilio, e anche la voce sembrò troppo alta.
Si guardò attorno con un gesto d'istinto allertato, come nel timore d'aver disturbato qualcosa.
Accesero le sigarette e Coniglio gli indicò il punto lontano, immobile.
- Un motoscafo - disse e Attilio allungò il collo, strizzando gli occhi in direzione dell'isola.
- C'é uno in piedi che guida. Vestito di giallo.
Attilio rise
- Ma che cazzo dici ? Io non vedo niente.
Coniglio alzò le spalle
- Quando sarà più vicino vedrai. Vuoi scommettere ?
Attilio scosse la testa. Attraversarono la strada e sedettero sul muretto che la separava dalla spiaggia.
Il lungomare si perdeva lontano, in una curva. Tutt'attorno le finestre dei grattacieli erano orbite cieche, bocche ammutolite.
Sulla Sierra si appoggiavano lentamente i colori del giorno.
- Và a svegliare tuo fratello che faccia una foto - disse Coniglio ridendo.
Attilio si voltò verso la Sierra e gettò la sigaretta.
Crebbe all'improvviso il rombo rauco di un motore e da una via laterale sbucò la vecchia Volvo che passò loro accanto e proseguì verso la curva lontana, dove il lungomare diventava la strada per Alicante.
- Visto ?
Attilio batté una mano sulla spalla di Coniglio che osservava l'auto allontanarsi.
- Visto che ?
- Hanno sorriso no ?
Le ragazze che erano sul sedile posteriore della Volvo si erano voltate verso loro due e forse, prima che quell'attimo in cui i loro sguardi si erano incrociati fosse finito, avevano davvero sorriso.
Coniglio sentiva  il sonno cadergli addosso quasi affettuoso. Non avrebbe potuto giurare d'averle viste sorridere ma qualcosa c'era stato, qualcosa negli occhi, una curiosità disponibile, una specie di spavalderia di donne ancora in gioco alla fine della notte. Disse
- Promette bene.
E si distese sul muretto incrociando le braccia sul viso per dormire un poco, prima che arrivassero gli altri e si cercasse la casa.








3

Il Miami era di fronte alla spiaggia; sotto il suo pergolato i tavoli erano tutti occupati. Luci d'acquario lambivano le facce con una specie di fluidità verde metallica.
Tra l'affollarsi di gente che parlava ad alta voce per coprire il ritmo dell'orchestrina il Full cercava Attilio.
Due donne sui sessant'anni, con alti pettini drizzati sulla nuca e ventagli a nascondere le parole, lo seguivano con lo sguardo.
Due sere prima Coniglio, con l'allegria feroce raggiunta grazie ai perroquet che iniziava a bere fin da mezzogiorno, le aveva avvicinate ed aveva chiacchierato a lungo con loro, mescolando francese italiano e spagnolo con un atteggiamento di irreprensibile galanteria, e nello stesso tempo cercando di offrire a frammenti della conversazione un'occasione di doppio senso, muovendo un piede nudo sotto il tavolo per illudere la voluttà d'una donna anziana accarezzandole un polpaccio e dicendo qualcosa di vago sull'amore. Lucido nonostante l'alcool si era compiaciuto dell'erotica tristezza di quei gesti e del riso degli amici, che osservavano da un tavolo lontano.
Il Full quella sera gli si era avvicinato per dire che era tempo di andare ed aveva rivolto alle due donne un cenno del capo senza vederle e ora, mentre lui cercava Attilio, loro inseguivano il suo sguardo.
Mitti lo chiamò.
Teneva il braccio attorno alla spalla di una ragazza.
- Sono tutti spariti. Io son qui da un'ora - disse. Accennò alla ragazza accanto a sé.
- Margaretha.
Il Full le rivolse un cenno del capo e sorrise. Mitti accese una sigaretta.
- Non riesco a capire se é tedesca o cosa...
Margaretha agitò uno sguardo sciocco e vivace d'uccello. Rise e non disse nulla. Il Full la osservò per un istante prima di sedersi.
- Attilio allora non s'é visto ?
- Macché, se t'ho detto che son qui da un'ora. E proprio lui m'ha rifilato sta qua. Ha detto che era il mio tipo, figurati un po’...
Mitti, dicendo questo, rivolse un'occhiata dubbiosa a Margaretha che guardava loro due con un sorriso largo, pieno di buona volontà.
Il Full si spinse con il dito medio gli occhiali contro la fronte con un gesto meccanico e guardò verso l'ingresso: la gente affluiva da tutte le parti, muovendosi a fatica tra i tavoli. Era l'ora in cui tutti si fermavano a bere, a cercare sguardi dai tavoli attorno, a farsi spiare.
- Stasera lavori ? - chiese Mitti. Il Full alzò le spalle.
- Tu ?
- Io stasera non mi faccio nemmeno vedere.
Un'auto si era fermata di fronte all'ingresso del lungomare ed Attilio, dopo esserne sceso, stava chino al finestrino a parlare con qualcuno che non si vedeva.
- Con chi é ?
Mitti allungò le gambe, facendo tintinnare il ghiaccio nel bicchiere e Margaretha gli riservò il suo sorriso da smemorata.
Attilio si stava avvicinando quando il Full ne incrociò lo sguardo. Attilio si fermò. Seppe che avrebbe ricordato quel momento e capì che se avesse cercato di raccontarlo avrebbe saputo parlare d'amicizia.
Arrivò al tavolo e sedette e intanto il momento era passato e quelle parole per dire di lui e del Full, e di quanto fossero amici, all'improvviso non servivano più: bastavano quelle di sempre.
- Allora avevo ragione o no ? - chiese a Mitti indicando Margaretha con un cenno del mento. Mitti disse che ancora non sapeva e lei sorrise a tutti loro il suo sorriso inutile.









4


Le luci lampeggiavano in sincronia con la musica che assordava la pista. La sala era gremita ed Attilio faticò ad attraversarla evitando che la gente, ballando, gli urtasse il braccio che reggeva in equilibrio precario il vassoio coperto di bicchieri.
Nonostante il locale fosse parzialmente all'aperto il fumo si addensava a mezz'aria, mescolandosi acre all'afrore denso, vagamente inebriante, che esalava dalla calca di gente intenta a ballare.
Attilio depose il vassoio sul tavolino ed incassò i soldi, ringraziando meccanicamente l'uomo che glieli porgeva senza guardarlo, poi si spostò verso la pedana dove stavano le ragazze  che ballavano nelle gabbie e si fermò accanto a quella di Chantal. Lei stava aspettando che le accendessero addosso i riflettori indossando la tunichetta di stoffa a disegni maculati.
Arrivava da Bordeaux dove era stata segretaria in un  ufficio dipartimentale.
Conservava di questo suo passato una curiosa compostezza, un burocratico distacco nel rivolgersi agli uomini che la avvicinavano e che ne restavano sorpresi, a volte addirittura intimiditi.
Scopava con Coniglio nel tardo pomeriggio, al ritorno dalla spiaggia.
Attilio, seduto accanto a lei, la spiava attendere senza emozione apparente il momento di offrire al pubblico le sue mosse provocanti dietro le sbarre. Pensò a quando la vedeva arrivare in casa per infilarsi nel letto di Coniglio e stendersi a pancia sotto - perché solo così le piaceva, diceva lui - in attesa di un orgasmo rapido, discreto, per poi andarsene senza che mai Coniglio riuscisse a trattenerla per restare un poco insieme anche dopo.
Con gli zigomi sporgenti, ossuta e nervosa nel corpo, offriva agli spettatori, quasi fosse roba non sua, due imprevedibili seni gonfi e rotondi, separati dal vuoto rilevato dello sterno, autonomi, fermi pur nella danza convulsa che interpretava ogni sera aggrappata alle sbarre della sua gabbia.
Uomini e donne la guardavano ballare come attratti da un'acutezza ipnotica, con imbarazzata ammirazione e pietà, e così la guardava anche Attilio ora, nella penombra. Così la guardava a volte persino Coniglio nel momento in cui lei si scostava, sgusciando dal letto e dalle mani di lui che cercavano di trattenerla, ed andandosene diceva
- Adesso sarai contento.











5


La luce fuori era di quel grigio opaco di quando il giorno appena iniziato sembra immobilizzarsi. Fu in quel vuoto che Mitti balzò dal letto, svegliato dal grido.
Il silenzio che ora aveva attorno gli fece credere d'aver sognato. Il Full, nel letto accanto, continuava a dormire.
Mitti si distese per riaddormentarsi ed il grido si alzò di nuovo, agghiacciante, come di bestia squartata.
Il Full ora era sveglio e correva alla finestra
- Cos'é stato ?
Mitti rimase seduto sul letto, in attesa.
-Non c'é nessuno...
Ancora il silenzio sembrava negare che qualcosa lo avesse interrotto, poi la voce di prima da grido scese ad una specie di lamento, di mugolio.
- E' sulle scale.
Il Full uscì dalla stanza. Nell'ingresso Attilio teneva l'orecchio accostato alla porta. Coniglio era dietro di lui.
- Chi é ?
- Non so...é qua fuori.
Il  gemito soffocato, disperato, era spaventosamente vicino. Il Full afferrò il fucile da caccia subacquea e spalancò la porta.
L'uomo era accucciato sulle scale: la guancia contro il muro e le mani premute a coppa contro il basso ventre. Il sangue gli scendeva lungo le cosce e colava sui gradini.
All'improvviso gridò ancora. Anche il Full gridò. Chiese urlando cosa fosse successo ma l'uomo sembrò non sentire. Staccò il viso dal muro e senza interrompere il lamento alzò le mani, a scoprire lo squarcio con il terrore negli occhi.
 Altri inquilini erano adesso affacciati sulla tromba delle scale. Il suono di una sirena scuoteva l'aria, lontano.
- Cazzo !
Mitti sbarrò gli occhi impietrito. L'uomo scivolò dai gradini e la sirena si spense sotto casa mentre già altre ululavano lungo la strada che saliva al Torrecho.
Il Full chiuse la porta prima che i Miliziani comparissero sulle scale. Fece segno di tacere ed attesero in silenzio che il convulso scalpicciare si smorzasse e le voci si allontanassero.
Alle finestre la gente affacciata scrutava il viale d'ingresso. L'uomo venne portato via. Le Land Rover della Milizia si allontanarono a sirene spente.
Il Full si lasciò cadere sul letto sbuffando e Mitti si avvicinò alla finestra per chiudere le imposte a fermare la luce del mattino, ormai inesorabilmente iniziato.
La donna nuotava lentamente al centro della piscina.
- Vieni un po’ a vedere - disse Mitti al Full.
Le rivolsero dei gesti di richiamo. La donna li osservò per un momento, poi distolse lo sguardo e continuò a nuotare.







6


- Vuoi sapere chi era ?
Mitti sedette al tavolo sulla veranda con un bicchiere in mano.
- La moglie !
L'orchestrina stava per iniziare a suonare e lontano l'isola scompariva nel buio della notte.
Coniglio guardò Mitti senza capire.
- la moglie di chi ? - chiese.
- Lui l'ha vista - rispose Mitti indicando il Full.
- Quella di stamattina in piscina. Era lei.
- Ma di cosa cazzo stai parlando ?
- Della moglie di quello di stamattina. Gli ha tagliato via l'uccello mentre dormiva, l'ha buttato nella spazzatura ed é scesa in piscina.
Il Full allora capì.
- Quindi quando l'abbiamo vista...
- Esatto. Aveva appena finito il lavoretto. L'hanno poi fermata sulla strada, ancora nuda e strafatta di acido.
Il Full emise una sterile risatina da scampato.
- Pensa se saliva !
Mitti annuì, scongiurando con la mano tra le cosce mentre Coniglio continuava a chiedere di cosa stavano parlando.









7



La Sierra Dorada chiudeva all'alba.
Le terrazze a picco sul mare si spegnevano delle luminarie, impoverite dall'affiorare del disco opaco del sole, e si assopivano nel giorno come luoghi deserti da sempre, per tornare a rinascere dopo la mezzanotte.
Le luci allora si riaccendevano tutte insieme e, viste di lontano - dal basso - offrivano l'idea di un villaggio aereo che si svegliasse all'improvviso lassù, nel vuoto di quel buio sulla Sierra.
Era là che salivano a gruppi, dopo aver terminato il lavoro negli altri locali che chiudevano verso le tre del mattino. Erano quelli che di giorno scomparivano e scendevano tardi alla spiaggia davanti al Miami con quell'aria stranita, come di chi nel caldo del tardo pomeriggio di Spagna sentisse un poco di freddo.
La Sierra Dorada era stata riaperta dopo un'intera stagione di inattività a causa di un francese morto al bancone del bar con un coltello affondato nel ventre, quando ancora la guerra tra francesi e spagnoli per il controllo dei locali non si era chiusa con i cadaveri ributtati dal mare alla Cala Grande.
Lungo la strada che saliva difficile, aggrappata alla roccia, l'auto faceva schizzare il pietrisco con un rumore di strappo gommoso.
Il Full stava pensando che in fondo aveva ragione Mitti: era davvero da idioti trascorre le giornate ad aspettare di vederla per pochi momenti.
Lei entrava al Miami senza mai guardarlo, sempre con un amico che rideva con lei mentre lui, seduto al tavolino sotto il pergolato semideserto in quelle ore, beveva e sentiva nel ridere di lei come un'umiliazione.
Una sera l'aveva afferrata per un braccio tra la folla e lei si era voltata a guardarlo con una specie di rancore stupito. Lui, con la voce scollata dall'alcool, le aveva chiesto troppo. Da allora le cercava uno sguardo per chiederle scusa e lei sempre glielo negava. Senza che ancora conoscessero il nome l'uno dell'altra.
L'auto si fermò accostandosi alla roccia: la strada era sbarrata dall'ingresso dietro il quale si apriva la complicata teoria di terrazze del locale.
Il Full accese una sigaretta ed attese che il fratello di Attilio chiudesse l'auto. Mitti gli stava di fianco e cercava qualcosa nella tasca dei calzoni.
- Allora siamo d'accordo ?
Mitti sembrava preoccuparsi che il Full tenesse fede alla promessa di prendere la madre di Helène.
- Se lei non trova da scopare non molla neppure la figlia, quindi mi raccomando...
Camminarono fino al bancone salutando gente tra quella che si affollava per bere.
La madre di Helène sorrise al Full mentre Mitti ordinava per tutti.
Ballarono.
Tornarono al tavolo mentre la gente cominciava ad andarsene.
Il Full passò un braccio attorno alle spalle della madre di Helène e le chiese se volesse fumare. Quando si girò per prendere il pacchetto di sigarette lei era lì, seduta ad un tavolo di distanza, sola, senza l'amico col quale rideva di giorno.
Il Full si alzò e la invitò a ballare. La canzone era “C'est extra”. Lei fece scivolare lo sguardo sulla madre di Helène poi lo riportò al Full e accettò.
Soli, sul bordo della pista mentre il cielo scoloriva dal nero al grigio dell'alba, il Full si stupì delle parole che addensava confuse in una lingua non sua, meravigliato di saperle pronunciare, della semplicità che non aveva sospettato si nascondesse nell'esprimere un sentimento che fino ad allora non aveva mai confessato.
La ragazza del Penelòpe era lì, con le dita tra i suoi capelli e il corpo appoggiato fiduciosamente al suo, la canzone era “Comme j'ai toujours envie d'aimer” e il Full pensò che non sarebbe mai più stato così felice.
Quella notte Mitti si portò a letto Helène e sua madre e fece con loro cose che avrebbe poi raccontato per anni.
 Il Full continuò a lavorare al Jumbo Circus con gli altri e restò per tutta l'estate con la ragazza del Penelòpe: la ragazza che finalmente aveva un nome. Lo stesso che lui, tanti anni dopo averlo dimenticato, avrebbe dato a sua figlia.













8




Coniglio uscì sul terrazzo avvolto nell'accappatoio e si accomodò su una seggiola, spostandola in quell'ultimo spazio di sole che il tramonto gettava  come una macchia lucida accanto alla ringhiera.
Attilio gli passò le sigarette senza alzare gli occhi dalla rivista a fumetti. Coniglio si sporse a guardare in strada, poi allungò le gambe, accese la sigaretta, incrociò le dita sulla nuca ed espirò soddisfatto.
Dal bagno arrivava lo scroscio frusciante della doccia.
- Chi c'é ?
Coniglio aveva chiuso il giornaletto sul dito come per un segno da tenersi per poco, in attesa di una risposta senza importanza.
- E chi lo sa... L'ho incontrata stamattina mentre tornavo. Bella figa e gran pompinara comunque.
Poco dopo la ragazza apparve sul terrazzo con la testa avvolta in un asciugamano. Attilio alzò gli occhi a guardarla e per un momento non poté vederle il viso, così le osservò il corpo, che lei offriva nudo, poi la ragazza abbassò le braccia, ricacciò indietro i capelli con un gesto per il quale Attilio si emozionò, e gli rivolse un'occhiata senza imbarazzo.
Andò a sdraiarsi a terra, accanto a Coniglio, nello spazio di sole sempre più esiguo, sulle mattonelle calde.
Attilio osservò le carezze distratte che l'amico le faceva scivolare lungo la schiena e lo invidiò, attratto dal modo che lei aveva di riceverle, come un animale da preda addomesticato ma non completamente affidabile, un felino assonnato, fedele solo a sé stesso.
Desiderò all'improvviso di poterla avere. La desiderò con un'intensità che lo sorprese, che gli fece accelerare i battiti del cuore come se il suo pensiero si fosse tramutato in parole che non avesse saputo frenare.
La desiderava e capiva che era impossibile averla come la voleva avere lui, perché era chiaro su quel corpo, in quello sguardo lamellato di giallo, il segno di una svogliata indifferenza che la teneva in guardia da ogni padrone, da ogni compagno, da ogni schiavo pronto ad offrirle una dedizione assoluta, se il prezzo per questa dedizione fosse stato il dover dare in cambio qualcosa di più di quello di cui quel mattino si era accontentato Coniglio.
Restarono così sul terrazzo fino a che il sole scavalcò la casa e la luce divenne grigia all'improvviso; allora lei rientrò per subito riapparire con un pareo annodato sotto l'ombelico e una maglietta slabbrata.
Si chinò su Coniglio con un gesto che lui non meritava: gli offrì un bacio sfiorato, tra il collo e la spalla, che pareva essere insieme la conferma di una disponibilità ed un addio.
Attilio aspettò per sé un saluto che non venne. Lei scomparve nell'ombra di casa senza neppure gettargli uno sguardo.











9



- E' scolo.
Il Full si chinò un poco per vedere meglio mentre Coniglio si spremeva il glande con una smorfia e le gocce giallognole cadevano nel lavandino.
- Ma cazzo, no !
- E fa attenzione ! Qui impesti tutto !
Mitti si teneva a distanza.
- Eh sì, é proprio scolo.
- E adesso ?
 La voce di Coniglio aveva assunto un tono supplichevole.
Il Full si sedette sullo sgabello del bagno e si rivolse al fratello di Attilio.
- Con qualche iniezione andrà via, però é un po’ un casino...bisognerà andare in ospedale, cercare un medico.
- Oh cazzo! Tutto per colpa di quella vacca! Dovevo immaginarmelo. Chissà cosa non é passato in quella stalla !
Gli stavano tutti attorno, stretti nel bagno.
Mitti ad un tratto rise. Anche Coniglio - sorpreso di ridere - rise.
Attilio pensava a lei e a quella malattia che sarebbe stato disposto a contrarre pur di avere, con quella, anche lei.





10



Le fece strada con un poco d'imbarazzo e lei ne rise.
Ad Attilio parve che volesse accarezzargli una guancia per il gesto sospeso che accompagnò il riso, poi lei trattenne la mano e fu come se pensasse improvvisamente ad altro. Avanzò e si lasciò cadere su letto.
Attilio le aveva spiegato cosa era successo a Coniglio dopo averla incontrata per un caso inseguito per giorni.
Erano rimasto a parlare sulla spiaggia, sdraiati al sole.
Le aveva detto dello scolo e lei non se ne era stupita. Lui aveva per un momento creduto che già sapesse cosa le si nascondeva nel ventre, poi capì che non sapeva ma che neppure le importava. Disse che si sarebbe fatta curare una volta tornata a Parigi. Rise dello stupore di lui: gli accostò le labbra all'orecchio e mormorò, con un interrogativo tono d'invito, che potevano farlo con un preservativo.
Ed ora era sul letto, spogliata dei suoi stracci colorati, ad attendere.
Attilio  si avvicinò e le sfiorò il viso con una mano, lentamente.
Lei gli cercò l'altra mano e se la portò alla bocca. Gli passava con delicatezza la lingua tra le dita, come a cercarvi un sapore, con gli occhi sempre coperti dall'altra mano di lui.
Attilio si sentì perduto, con le mani sul viso di lei, seduto sul bordo del letto, completamente vestito, con un desiderio che aveva paura di soddisfare mentre lei, nuda, tranquilla, prendeva a masturbarsi con un gesto sottile, sempre più rapido, tintinnante del suono dei suoi bracciali. Inarcava un poco la schiena avvicinandosi al piacere e lo incontrava da sola, con un'infantile assenza di pudore.
Dopo l'ultimo sussulto si abbandonò, sciogliendo la tensione dei muscoli in un languore assonnato. Allora Attilio raccolse la mano abbandonata sul ventre e le succhiò dalle dita l'umore acidulo infestato di gonococchi.
Non uscirono dalla stanza per due giorni, accontentandosi di quello che Mitti portava loro da bere e mangiare ogni tanto, e che faceva passare con uno sguardo preoccupato attraverso la porta socchiusa.
Rimasero fino alla fine dell'estate su quel letto dalle lenzuola fradice degli umori dei loro giochi instancabili.
Attilio prendeva le pastiglie che non lo guarivano. Lei aveva scoperto di poterlo amare quasi quanto era amata da lui.
Quando il fratello di Attilio le disse che comunque avrebbe dovuto abortire, perché la malattia avrebbe fatto  nascere cieco il bambino che lei pensava  di aspettare, se ne andò, e di lei non si seppe più nulla.







11



Coniglio teneva il lenzuolo all'altezza del viso e fissava la macchia di sangue con una smorfia.
- Dai, scatta !
- Ma no, é una cazzata, che cazzo di foto é ?
Il Full stringeva la macchina fotografica senza decidersi.
Coniglio scosse il lenzuolo. Il Full ruotò la ghiera della messa a fuoco. Coniglio ridacchiò.
Il Full disse di spostarsi alla luce. Attilio chiese se poteva entrarci anche lui. Fu allora che Mitti, che era rimasto a guardare le loro manovre pensando ad altro, chiese che razza di foto stessero cercando di fare.
Coniglio avvicinò la lingua alla macchia di sangue, poi indicò col mento il Full.
- Ha fatto la festa a una vergine, stanotte.
Mitti disse che non c'erano vergini in quel posto, che quello era sangue mestruale.

 








12



L'uomo dal viso butterato ballava al centro della pista, solo, sotto il riflettore centrale.
La gente che gli era attorno si era scostata dal roteare delle sue braccia massicce e si era rifugiata ai bordi, guardandolo senza saper che fare.
Coniglio lo osservava dalla pedana: l'uomo era gigantesco, con un viso largo, sempre contratto in una smorfia di disprezzo sorridente.
Aspettò fino a che dal gruppo sul bordo della pista uscì Nadir, il disertore che serviva al bancone.
Nadir si era avvicinato all'uomo e lo aveva toccato su una spalla, come per parlargli.
Non aprì neppure bocca. Cadde piegato sulle ginocchia tenendosi le mani sullo stomaco che l'uomo aveva colpito con un pugno senza smettere il suo sorriso osceno. Cercò poi di rialzarsi e allora il ginocchio dell'uomo gli rimbalzò sul viso.
Coniglio corse verso il bancone. La gente guardava ammutolita l'uomo che aveva ripeso a ballare, mentre ai suoi piedi Nadir cercava di sollevarsi sulle braccia. Una macchia di sangue si allargava sulla pista.
I ragazzi del locale ora si stavano facendo largo tra la folla. L'uomo sorrideva ancora il suo ghigno. I muscoli gli si gonfiavano di prepotenza sotto la canottiera che portava le insegne di un locale di Sitges.
Quando voltandosi vide i ragazzi smise di ballare disse soltanto
- Uno alla volta, o anche due.
Nessuno si mosse e Dixie scivolò tra loro.
Fece all'uomo un gesto. Disse di lasciar ballare la gente e di andare con lui, se voleva battersi.
Camminarono tra due ali di folla fino alle toilettes, mentre la musica continuava a suonare per nessuno.
Dixie era basso e rotondo, con una faccia da bambino triste e i capelli brizzolati. Fece segno ai ragazzi di restare sulla porta. Il Full disse che si sarebbe fatto ammazzare.
 L'uomo smise il ghigno ed entrò.
Non fecero in tempo a guardare e dovettero poi raccontare inventando, quelli che sulla porta non vedevano Dixie, nascosto dietro la massa dell'uomo che voltava loro le spalle.
Sentirono il rumore, e quello davvero non seppero come descriverlo, poi l'uomo scivolò, come se fosse stato leggerissimo, sul pavimento a piastrelle.
Videro solo questo e poi, sul viso butterato, i segni di quei colpi rapidi, che erano stati precisi e dolorosi come fendenti.
Lo sollevarono e lo trascinarono fuori, lasciandolo appoggiato ad un'auto mentre si riprendeva ed iniziava a gridare di rabbia, e intanto il sangue gli colava sugli occhi e dava alla faccia la maschera d'un dolore grottesco.
Attilio si avvicinò incredulo al bancone dove Dixie teneva le mani affondate in un secchio di ghiaccio.
- Ho perso un bottone - disse con il suo accento risucchiato delle Midlands, osservandosi la pancia sporgente sulla cintura.
Disse che il naso di Nadir era rotto e lo fece portare all'ospedale. Disse ai ragazzi di continuare il lavoro, scrollò le mani sul banco con una smorfia e si fece accendere una sigaretta.
La notte seguente uscì sulla porta del locale ed offrì birra e sandwiches a Coniglio, al Full, a Mitti, ad Attilio e a suo fratello per il lungo viaggio che li avrebbe riportati a casa.

lunedì 18 luglio 2011

Che ve ne sembra dell'America ?

Non era nei miei programmi parlare di cose di cui mi occupo ora. 
Preferisco e preferirò render conto del passato piuttosto che del presente, però - sollecitato da amiche preziose -  ammetto che qualcosa si può dire, ad esempio che il tema culturale dell'anno l'ho scelto parafrasando il titolo di un vecchio libro di Saroyan, che da ragazzo mi aveva incantato ed offerto una delle tante occasioni di scoprire un mondo che poi si è fatto sempre più mio.
Che oggi mi ritrovi a fare l'assessore alla Cultura forse è il risultato di una disinvolta manovra degli dei per far si che i miei sogni ad occhi aperti di tutta una vita diventino ragione di un programma istituzionale. 
Buffo no ?
Però a me è andata sempre un po' così...




Questo festivalino coraggioso siamo pronti ad inaugurarlo...


...e questa mostra l'abbiamo appena inaugurata.










Joseph Rossi, artista esposto ed ideatore grafico
di manifesto e biglietti d'invito. E soprattutto amico. 



...e Pit Formento, nel nuovo
( non più tanto nuovo) ruolo.