domenica 31 marzo 2013

RETROSPETTIVA VARIA




Qualche tempo fa Speedy mi aveva chiesto un DVD del filmino del suo matrimonio, dal momento che la sua vecchia copia in VHS dava segni di cedimento.
Io avevo un master in DVCAM e  l'ho caricato per lavorarci al computer. 
Non so come mai, non era mai successo, il nastro non solo si è inchiodato, ma andando in tensione ha storto un qualche ammennicolo nel ventre delicato del recorder.
Risultato, ho dovuto portarlo dall'unico riparatore di quel genere di strumenti, che è a Padova, che ha provveduto, segnalandomi però che il nastro era irrecuperabile.
Su quel master oltre al matrimonio di Speedy c'era anche il compleanno di Ranato Bertrandi.
Per quanto concerne il matrimonio ho poi fortunosamente trovato nell'archivio di Rueglio una vetusta copia in U-MATIC che Speedy ha portuto far trascrivere dal buon vecchio Angelo Artuffo.
Perduto dunque il resto, ma pochi giorni fa c'è stata l'ennesima gradita sorpresa: quella di individuare in un master dalla generica dicitura "Mix varie" qualcosa di quei due filmati.
Nel "Mix" temi e momenti si alternano in associazioni molto libere, così si comincia con dei frammenti dell'inaugurazione dell'Arcadia in Galleria S.Federico, a Torino, nell'87 e, dello stesso anno c'è qualcosa di Ipotesi Cinema, a Bassano.
Si passa poi al compleanno di Renato, nell'89, cui seguono frammenti del un back-stage di uno spot del '90, che tra l'altro devo avere in parte già postato.
Segue una sequenzina che parte con il matrimonio di Speedy dell'88 legato poi a prove e making degli spot Fapa in cui lui era uno dei protagonisti.
Infine poche immagini di fuori scena di  "On the roads of Ireland" del '91, di "Cercando Francesco" in Umbria nel '92, e di " Sul set della Genesi" in  Marocco nel '93.


cliccare sul link seguente per visionare il predetto


venerdì 29 marzo 2013

GIORGIA, SARA E IL BARDO all'OLD CIV



Per tornare al Teatro Civico, ho ripensato al filmato che avevamo realizzato nel 2010 con Giovanni Panozzo e Stefano Pento e che non è mai stato utilizzato, a causa di intoppi di carattere burocratico.
Tutto è cominciato quando ho visto più volte  passare per strada questa ragazzina - Giorgia - che viaggiava sempre in skate-board.
Memore dell'esperienza con Gabriele Vacis sul Wilhelm Meister, accarezzavo distrattamente da tempo l'eventualità di far recitare un frammento del monologo di Amleto ad un'adolescente.
Giorgia che sfrecciava sul suo skate con l'aria seria e come lontana dal mondo, aveva materializzato quel mio vagheggiamento.
Era partito tutto da lì, per poi sviluppare intorno a quel nucleo un progetto di "visita" al Civico in restauro.
Per ragioni, come dicevo, burocratiche e quindi tanto irritanti quanto incomprensibili, quel lavoro era rimasto inutilizzato.
Adesso ne posto un frammento, speranzoso che i "burocrati" non ne abbiano contezza.




giovedì 28 marzo 2013

SPETTATORI



La Fondazione Teatro Civico sta facendo realizzare dei ritratti fotografici di spettatori per un progetto che non so. In verità qualcosa mi hanno spiegato, ma mi sono distratto.
La sera della messa in scena di "Un ispettore in casa Birling", con Paolo Ferrari e Andrea Giordana, sono stato immortalato in compagnia di Marina Pigato, l'ideatrice di Wabi Sabi.

















 

NOUVEAUX CITOYENS




Stamattina ho elargito ben sei cittadinanze italiane, ed è tragicamente paradossale che, occasionalmente, proprio l'assessore alla Cultura amministri questa concessione a persone che, nella maggior parte dei casi, faticano a leggere il giuramento e stentano a firmare. 
C'è qualcosa che non va.
Però, alla fine, gli stringi la mano, li guardi negli occhi, insomma fai uno stupido atto di fiducia e ti senti meglio.
Vivere è quasi impossibile.
E poi salta fuori questa donna che sarà stata alta un metro e ottanta, con una criniera agghindata color carota, rossetto e smalto fiammeggianti, abbigliata a sottolineare la generosità delle forme, sorridente ma discreta, accompagnata da un tale con un soprabito di pelle marrone con bavero e pattine delle tasche tra il leopardato e lo zebrato, i capelli all'indietro, lunghetti, e un golf a V sotto il soprabito con lo scollo tempestato di paillettes. 
Dalla Bosnia Erzegovina.
E allora capisco che Kusturica in fondo non è che un documentarista, e mentre penso a questo leggo il nome di lei e per rendere la cosa familiare, come ho fatto con gli altri, compito prima il nome del cognome, e li viene il bello, il magnifico direi.
Quella donna si chiama Patra di cognome e Kleo di nome.
Kleopatra.
Vivere è quasi impossibile ma piuttosto magico.

sabato 23 marzo 2013

LA PANCHINA




A fine estate del 1997 un nucleo ristretto di amiche ed amici che erano soliti ritrovarsi a Rueglio per periodi di vacanza o week-end, forse percependo l'incalzare del tempo che ci trasformava, avevano deciso, su sollecitazione di Gianluca ( sempre lui, vedi anche il post "Tea time" dell'11 agosto 2011, e dobbiamo essergli riconoscenti ) di realizzare un piccolo filmato amatoriale che definisse la nostra relazione con quel luogo e in particolar modo con quello che per noi era una specie di simbolo, il posto dell'appuntamento automatico, delle pause tardopomeridiane dopo le giornate di tuffi al torrente o delle escursioni someggiate in montagna. 
La panchina. 
Era situata tra la piazza e il piazzale, sotto una finestra della farmacia.
La civile necessità di fornire una rampa per disabili l'ha sacrificata da moltissimo tempo ormai, ma  in quell'estate del '97 era ancora là, come si vede alla fine del filmatino.
Ci siamo divertiti a girarlo, io e Pierangelo alternativamente alla telecamera e il resto della compagnia come interprete piuttosto disinvolto direi.
Io che li conosco riconosco non solo nelle parole ma nei gesti, nei modi, un'identità non artefatta dalla presenza della camera.
Dieci anni dopo, nell'estate del 1997,  sempre con Pierangelo e Gianluca, abbiamo sondato la possibilità di girare un film del decennale, ma il tempo aveva fatto gli straordinari, Elena non sarebbe venuta da Parigi, Anna e Bebe non sentivano la necessità di replicare, e neppure noi tre mi par di ricordare fossimo particolarmente determinati.
Nel 2007 non se ne è nemmeno parlato, io e Laura quell'estate non mi pare si sia andati su.
Le distanze, non solo mentali ma anche fisiche, si sono fatte invalicabili, la scomparsa di Bebe rende la cosa definitivamente improponibile. 
Però...non si sa mai.








venerdì 22 marzo 2013

DISAPPUNTI, SMARRIMENTI, TENEREZZA




24 marzo
Non so come ho fatto, ho trafficato per un giorno per sostituire il filmato semimuto per i tagli imposti  dalla rete per via dei diritti d'autore. 
Non mi dilungo sulle difficoltà insormontabili per un non informatico di aver ragione dell'opposizione impietosa dello strumento. 
Dopo aver sostituito i brani incriminati con tre pezzi rifatti dal sottoscritto ( ho blin-blinato, per dirla con mia madre ) ho ingaggiato il corpo a corpo e adesso un filmato c'è. 




Quando Alberto Crivelletto mi ha detto che aveva visto il post "Xmas" e che gli era piaciuta la nostra casa di via Carlo Alberto, a Torino, mi è venuto in mente che avevo girato una breve sequenza che, con macchina a mano, inquadrava tutti gli ambienti di quell'appartamento.
Li avrei rivisti volentieri anch'io, perchè è ormai da dieci anni che ce ne siamo andati. 
Ho cercato e non ho trovato.
Magari, chissà, salterà fuori qualcosa prima o poi.
Avevo pensato anche di postare un trattamento intitolato "La terza luna" e anche lì: cerca nel computer, negli hard disc esterni, niente. 
Dove diavolo posso averlo salvato ? Ma poi, l'avrò salvato ?
Però ho trovato una copia cartacea. Del 2002, quindi recente, e allora ? 
Vabbè, la trascriverò e la posterò.
Intanto tra il materiale video è saltata fuori roba dell'estate del 1990, a Rueglio e dintorni.
Il 27 gennaio 2012 avevo postato un video dell'87 dove compariva Bebe, e il 26 novembre dello stesso anno c'è il post "Summer '94",  sempre a sfondo ruegliese. 
Adesso questo materiale.
Ormai sono piuttosto confuso rispetto a quello che ho postato e no, e anche sconcertato dai non ritrovamenti, o dai ritrovamenti in luoghi inaspettati ( ad esempio su Youtube  alla voce Pit Formento, oltre agli altri video ne ho trovati un paio che non ho mai utilizzato per un post) insomma devo cercare di fare ordine, soprattutto in testa, e poi si vedrà.
Sono costretto a segnalare che, nel frattempo, la mannaia del diritto d'autore si è abbattuta anche sui miei filmatini "di famiglia" per cui ci sono dei momenti del video ammutoliti dall'intervento brutale dei "padroni del vapore". 
Che si fottano.
Intanto butto dentro questa estate del '90, che comincia con un frammento dell'87 de "La Panchina" (che prima o poi posterò, spiegandone la genesi, visto che me la sono ritrovata su Youtube). 
Prosegue con una Pasquetta dell'88 che è una visione malinconica del gruppo di allora, assottigliato oggi dalla scomparsa di Bebe e Massimo. 
Si prepara al '90 con un frammento dell'89 che vede prima mia madre sbuffante e poi Laura e il sottoscritto.
Finalmente del '90 ci sono frammenti di una cena dove trovo mio padre che mi intenerisce,  sia lì che da solo, con le sue carte geografiche e i passaggi di mia madre. 
Lei compare nella sequenza successiva con un paio dei suoi numerosi occhiali formato televisore, durante una gita a Cantoncello. Seguiamo io, Pierangelo, Davide e Laura a Spinalba.
Poi c'è un breve e - per me - divertente momento a tavola, con Laura e i miei, in cui ritrovo lo spirito che ha contraddistinto la relazione dei miei genitori tra loro e di loro col mondo.
Si prosegue con una sequenza di piazza, con l'avvicendarsi di figure che partecipavano ai giorni di festa di quelle estati fitte di eventi.
Pierangelo, Gianluca, Giorgio e Maria, Gina e Bebe che se ne sono andate, mio padre che è con loro, mia madre con un altro paio dei suoi famigerati occhiali che conduce una troupe Rai, tanti altri che a rivederli mi ricordano quanto fossero belle quelle estati.
Concludiamo un po' maliconicamente con una gita alla Bocca delle Oche, con Laura, Angela, Pierangelo, Gianluca, Furio e Alessandra.
Furio e Alessandra abitavano sotto di noi in via Carlo Alberto, Gianluca un paio di piani sopra.
Nessuno di noi abita più lì.



clicca sul link per la visione

https://www.youtube.com/watch?v=q71hWbxolN8



sabato 16 marzo 2013

I BARBIERI




Lo sapevo che c'era.
Il fatto di non riuscire a rintracciarlo per tutto questo tempo non ha mai escluso che prima o poi sarebbe saltato fuori.
Si tratta del primo racconto delle silloge di "Whittling", scritto nell'ottobre del 1994.
A partire dall'inizio di questo blog, che decolla proprio con la sequenza dei 13 racconti autobiografici di Whittling, io ricordavo che erano quattordici, e ricordavo anche di aver scartato il primo. Il problema era ricordare dove. 
Ero comunque sicuro di non averlo cestinato.
Ha fatto capolino soltanto ora, e gli faccio posto.
Rileggendolo risento delle trasformazioni di questi quasi vent'anni. 
Alcune delle figure evocate, primo fra tutti mio padre, non ci sono più. Persino i luoghi si sono perduti. Gli impianti di risalita di Palìt hanno chiuso e i tralicci di seggiovia e skilifts probabilmente svettano macabri nell'abbandono.
Non sono mai più passato davanti alla botteghetta nel vicolo, chissà se è ancora là, vuota, piena di fantasmi dimenticati.
Anyway...
 


...nel '94, all'epoca della stesura de "I barbieri"...




...e nell'estate del '68, sul fienile di Ringhiroglio,
a casa di Pia. 
Con barbe e baffi disegnati con una matita da trucco, 
da sinistra Pierangelo, Sandro e sotto Pit,
con lo stesso cappello indossato
 nelle  prime foto del post "Western Vintage"
del 9 dicembre 2012.




I BARBIERI







A Rueglio ne ricordo due.

In realtà ne andrebbe menzionato un terzo, che restò  forse per un anno, e naturalmente c'è quello attuale, che non ho mai visto e che mi dicono viene una volta alla settimana. 
Mio padre è ricorso a lui e devo segnalare che il suo aspetto è decisamente migliorato da quando non si affida più alle disinvolte sforbiciate di mia madre.

Quest'ultimo comunque è una specie di pendolare, così come pare finirà col succedere con il prete. Quello che verrà dopo don P.

Gente che si fa vedere, appunto, una volta alla settimana, per tagliare i capelli o dir Messa, e per il resto del tempo non si sa dove stia e che cosa faccia dei propri giorni. Questo è uno dei segnali più malinconiosi del cambiare dei tempi, almeno a mio avviso.

Perché è come se si instaurassero delle condizioni senza prospettive di rientro, venate di sobria ma definitiva indifferenza, e affiora un disagio che fa pensare alle solitudini, così, in generale.

Capita di pensarci quando ti accorgi che una figura centrale del tuo mondo, che è stata rappresentata per generazioni al punto da non poterne neppure immaginare l'assenza, all'improvviso viene invece a mancare, e a sostituirla si installa un'altra figura - di passaggio - che per quanta buona volontà ci possa mettere resterà sempre ancorata ad un'ombra di estraneità.

Qualcosa muore e ci si sente più vecchi. Ma non più esperti, più calmi, più buoni. Solo più vecchi. Che sia per via d'un prete o d'un barbiere.

Il prete comunque per ora è sempre lo stesso e tenendo conto che ha battezzato me che sto veleggiando verso i quarantacinque anni e ancora traffica in tuta da meccanico a volte addirittura sul tetto della canonica, si può ritenere che terrà duro ancora per un po’.

Per quanto riguarda i barbieri invece è andata diversamente.

Il primo che ricordo é stato Renato.

Non è di qui, mi pare sia originario di qualche posto di pianura e le ragioni per le quali sia approdato a questo paesino di mezza montagna in quegli anni - i primi cinquanta - non le so immaginare.

E' arrivato con padre e madre ed ha aperto una botteguccia minuscola e luminosa che da quando ha smesso di esercitare la professione - vale a dire come minimo trent'anni fa - non ha mai più ospitato esercizi commerciali.

Mi sono chiesto parecchie volte se là dentro non ci sia ancora la contusa poltrona girevole, il cavalluccio per i piccoli, e quegli altri strumenti vari che allora mi apparivano più ambulatoriali che destinati all'estetica: misteriose aureole di gomma arancione, infilate di macchinette che sfumavano la nuca con quel rumore di ganascia d'insetto, rasoi temibili, spruzzatori di smeriglio blu con pompetta di lattice, talchi dai profumi di vecchia zia, calendarietti tascabili con donnine discinte, impaginati con fiocchetti e nappine.

L'andare da Renato mi pare di ricordare che fosse una cosa allegra, come se si trattasse sempre della vigilia di una festa.

Lui era un tipo di buon umore, sposato giovane con una delle ragazze di una famiglia numerosa che allora veniva definita anziché con il cognome con un epiteto cameratescamente spregiativo: Causùgn, che sta a significare qualcosa tipo calzerotti rattoppati.

Una famiglia numerosa appunto, animata da un'allegria un po’ barbara, che ha suscitato momenti di rassegnata invidia nella mia infanzia di figlio unico.

I maschi tutti musicisti, le femmine tutte belle, e tutti tra loro somiglianti negli sguardi di una vivacità allarmante, nei sorrisi franchi che a volte sembrano però sottintendere lo scherno, generosi e permalosi, insomma una genìa speciale che oggi di quell'epiteto inglorioso, con il quale la gente li definiva sottovoce in loro assenza, ha fatto una specie di blasone ammiccante.

" Nèt Causùgn ": noi calzerotti rattoppati, dice ogni tanto Gianni, posando il sassofono per abbeverarsi alla scodella di vino nelle nottate di festa. E la gente attorno ormai sorride come se nulla fosse. Suona un po’ come se dicesse " Noi Orfei ".

Ma per tornare alla nostra storia: quando il Renato sposò la Piera smise di fare il barbiere ed entrò all'Olivetti. 

Per un certo periodo il paese deve essere rimasto sguarnito, perlomeno fino al momento in cui Iraldo, detto Coppi per via d'un naso adunco e vistoso ereditato dalla madre, aprì bottega in un vicoletto ombroso in una zona detta Gugnèia.

Il Coppi era di tutt'altro impasto rispetto al Renato.

Più amante della caccia, o per meglio dire del bracconaggio, che non dell'arte della sfumatura e abituato ad amministrare il tempo delle sue giornate secondo programmi anarcoidi al punto che credo  mai si sia potuto, nel periodo del suo esercizio, contare su un orario ragionevole o perlomeno prevedibile di apertura della  bottega. Che era altrettanto piccina ed angusta di quella del Renato ma in più squallidetta, vistosamente connotata dal disamore del suo proprietario, che inoltre non si può dire padroneggiasse con competenza l'arte sua, anzi.

In breve: l'attività cessò.

Coppi si è poi dedicato a tutta una serie di lavori saltuari, sfumati in epiloghi sempre più o meno fallimentari.

Negli ultimi tempi si era dato al bere e per questa ragione gli è occorso un incidente che in una certa misura ne ha determinato una specie di tacita messa al bando.

Ubriaco, alla guida di un'auto in parziale avaria, ha investito sul ponte Preti una motocicletta uccidendone i passeggeri: una coppia di fidanzati in procinto di sposarsi. Mi pare che il ragazzo fosse una promessa in qualche disciplina sportiva.

Il Coppi si è quindi fatto un po’ di galera ma ne è stato messo fuori più rapidamente di quanto fosse legittimo immaginare.

Nel frattempo la moglie aveva avviato le pratiche di separazione e lui una volta libero si è venduto la casa di famiglia - quella che sul retro ospitava la sua dimenticata attività di barbiere - ed è finito a fare non so che dalle parti di Saint Vincent.

Curiosamente sua figlia - una ragazzona di buon senso, non bella ma placidamente dotata di un certo sex appeal - si è recentemente sposata proprio con il figlio del Renato, uomo schivo e laconico fin da bambino, detto affettuosamente Compare Orso dal mio amico Pierangelo.

Poco tempo fa, in un giorno feriale, sulle piste degli impianti di Palìt, mentre consumavo una rapida colazione al sacco fuori del rifugio prefabbricato, mi è capitato di orecchiare distrattamente una conversazione tra il Renato e un certo Batti, trombone della banda musicale, quartinternazionalista nonché marito della sorella di Coppi.

Eravamo noi tre soli, seduti sul rialzo in cemento della base del prefabbricato, sotto un cielo di latte di mandorle che si confondeva con la neve tutt'attorno. Una neve bagnata e frenante per via della temperatura curiosamente alta di quei giorni. Lungo le piste non scendeva nessuno.

Avevo deciso di tornare a valle dopo lo spuntino e altrettanto intendevano fare quei due, così  consumavamo con calma i panini, circondati dal silenzio ovattato che ci avvolgeva come se fossimo stati seduti dentro una nuvola.

Loro, Renato e Batti, avevano preso a chiacchierare  in dialetto e l'argomento era Coppi.

Si raccontavano aneddoti della sua scioperataggine, con severità  ma anche con un che di assolutorio, come se si fosse trattato di qualcuno che non poteva essere che così, per una qualche ragione indipendente dal suo volere: un destino, un'eredità del sangue, una congiura di false occasioni. Insomma era curioso stare ad ascoltarli e scoprire che se fosse dipeso da loro gli avrebbero impartito volentieri una lezione, anche impietosa, e nelle stesso tempo intuire - senza che probabilmente nessuno di loro due ne fosse consapevole - che se qualcun'altro fosse intervenuto a darla, quella lezione, forse sarebbero stati proprio loro a fare in modo di impedirlo.

Comunque, per tornare a noi,  Renato e Coppi sono quelli che io considero i barbieri " storici".

Poi ci fu quell'altro di cui ho fatto un accenno all'inizio.

Era il 1968 e arrivò questo ragazzo, pugliese credo, che prese in affitto proprio la bottega dismessa del Coppi conferendole un aspetto accogliente e dignitoso, con i suoi giornaletti, le due poltroncine d'attesa in similpelle, gli strumenti di lavoro in bell'ordine sul ripiano accanto al lavandino, gli specchi lucidati e un'illuminazione confortante per chi entrava, soprattutto durante l'inverno, dopo aver percorso il vicoletto della Gugnèia, costellato di case abbandonate e decrepite, intriso di quell'umidità pervicace data dalle piogge interminabili che sono le madrine del verde esuberante per cui la nostra valle gode di una certa notorietà.

Approdato in paese senza amicizie e senza legami quel nuovo barbiere ci si innestò piuttosto solidamente, nonostante una certa ritrosia di carattere, un vistoso accento meridionale che in quell'epoca lassù appariva come una stravaganza, e una curiosa disposizione ad interpretare ciò che gli veniva detto in modo a volte incongruo.

Durante quell'estate noi si approfittava delle notti fino ad esserne pacificamente estenuati.

Per noi intendo quel gruppo che poi ovviamente si disperse frettolosamente nelle estati successive, alla spicciolata, per via di matrimoni, cambi di residenza e di luogo di villeggiatura, urgenze di maturità che allontanavano sempre più la possibilità di tirar irresponsabilmente mattino.

Quell'estate comunque l'attraversammo ancora con una rincorsa ebbra, paludata di risate per nulla, banchetti notturni sul campo di foot-ball accanto al cimitero e impavidi innamoramenti.

E durante una di queste notti il nuovo barbiere si unì a noi per una scorribanda che ci portò  ad una fiera in un paese che non ricordo, dove io e Naty, la mia morosetta d'allora, vincemmo una coppia di criceti.

Ci spostavamo a bordo di due automobili: la Dyane di Piero, il figlio più grande del medico condotto, e la Giulia 1750 color melanzana di Giorgio, il figlio dei gestori del bar Americano.

Pigiati all'inverosimile con grande naturalezza ci spostavamo come razziatori da un posto all'altro, sempre in cerca di qualcosa o di qualcuno che quasi mai trovavamo, senza che per questo venisse meno la nostra disponibilità al girovagare.

Quella notte dalla fiera ad un certo punto raggiungemmo un paesino che porta il nome curioso di Strambinello.

I criceti, che si erano aperti una breccia nella scatola di cartone che li ospitava, scorazzavano sul pianale dietro il sedile posteriore su cui io Naty e Pierangelo si interpretava senza molto coordinamento "La notte" di Adamo.

Il barbiere sedeva avanti, accanto a Giorgio che guidava in silenzio.

Strambinello risultò deserta.

La Dyane si era arrestata di fronte ad un bar chiuso e Piero era balzato a terra, chiamando a gran voce una ragazza che probabilmente abitava lì attorno.

Nel silenzio della notte le sue urla suscitavano un  imbarazzo che noi si cercava di superare ridendo ansiosamente. Il barbiere si guardava attorno con indifferenza, come se fossimo stati fermi a un semaforo.

Si affacciò un uomo ad una finestra, a gridare minacce, e Piero lo mandò al diavolo. Quello scomparve per riapparire in un tempo incredibilmente rapido sulla porta di casa, in mutande e canottiera, impugnando un bastone.

Il barbiere per un momento lo osservò con curiosità distratta.

Piero abbandonò la sua abituale baldanza incosciente e saltò in macchina.

Ripartimmo in fuga con banditesco stridere di pneumatici e quell'uomo - che risultò  essere il fratello della signorina cui Piero aveva rivolto i suoi ululati richiami - ci inseguì a piedi per un tratto, maledicendo, poi la notte si ingoiò Strambinello e la sua figura ferma in mezzo alla strada. Tornò il silenzio e il rumore sommesso del motore che frusciava lungo i campi, accompagnando paziente il nostro forsennato girovagare.

I criceti zampettavano dietro le nostre teste e noi certamente si conversava, ma oggi sapere di che è definitivamente impossibile.

Poi Piero ci fece accostare per comunicarci che intendeva raggiungere una tale di sua conoscenza, una che batteva sul vialone che corre davanti ai giardini di Palazzo Uffici, alle porte di Ivrea.

Ci arrivammo e lui fece scendere i suoi passeggeri senza molte cerimonie assicurando che sarebbe ripassato al massimo entro mezz'ora, caricò quella sua amica vistosa, sui quarant'anni, che per noi all'epoca erano quasi una vecchiaia, e dopo un laconico "Aspettatemi qui " se ne andò a consumare quel sesso d'emergenza che allora a me pareva piuttosto imbarazzante.

Restammo accanto al marciapiede deserto, sotto luci giallastre da raccordo tangenziale, borbottando tra noi dialoghi assonnati, rassegnati ormai alla fine, almeno per quella notte, dell'avventura.

I passeggeri di Piero sedevano accoccolati sul marciapiede.

Tra questi Sandro era intento a pulirsi gli occhiali. Era stato allora che Pierangelo dal sedile posteriore, sporgendosi in avanti e appoggiando una mano sulla spalla del barbiere, aveva chiesto: "Chiamami Sandro, per favore."

Il barbiere si era limitato ad annuire, senza fare altro.

Non ricordo quello che avvenne subito dopo ma poi certamente tornò Piero, ricaricò il suo equipaggio e si tornò in paese, poco prima dell'alba.

Approdando alla piazza, nel discendere dalle automobili, poco prima di disperderci in silenzio ciascuno verso casa, il barbiere si rivolse a Pierangelo e chiese:

 - Oh, Sandro, c'hai ancora sigarette ?

Pierangelo rispose che le aveva finite e aggiunse che comunque Sandro era quell'altro, quello che fumava la pipa. Disse che il suo nome era Pierangelo e che lui lo sapeva: com'era allora che lo chiamava Sandro?  Il barbiere disse:

- Ma me l'hai chiesto tu.

- Chiesto cosa ? - interrogò Pierangelo.

- Prima, in macchina. M'hai detto: chiamami Sandro.

E così da allora, nonostante i decenni trascorsi, può ancora accadere che io e lui ci si guardi e ci si dica "Chiamami Sandro", con quell'accento strambo e quella voce nasale che aveva il barbiere. E si rida un poco.

Ma ormai si smette quasi immediatamente e si cambia argomento perché di loro abbiamo già parlato a lungo senza che le parole trovino rimedio, perché il barbiere è morto a ventinove anni d'un tumore e Sandro, che nel frattempo era diventato medico, si è sparato in bocca, dicono perché il tumore se l'era diagnosticato da sé, senza ombra di dubbio.







Pit e Pierangelo




Sandro


 

martedì 12 marzo 2013

ANCORA A PROPOSITO DI VECCHI CINEMA




Nel post del 21 dicembre 2010, nel racconto "Piazza Castello" della raccolta Whittling, ad un certo punto accenno ad un paio di films visti insieme a mio nonno paterno.






Così come scrivo nel racconto quel nonno rappresentava per me un'imbarazzante fonte di estraneità: autoritario senza essere autorevole, incapace di accattivarsi le simpatie di un bambino come forse erano molti della sua generazione, ma capacissimo di suscitarne l'antipatia, quel lontanissimo giorno della mia infanzia, sicuramente senza nessuna consapevolezza, ma probabilmente solo in ragione del suo ordine mentale che gli aveva fatto consultare preventivamente gli orari - ma la mia è solo una supposizione - mi aveva accompagnato in un pomeriggio di visioni cinematografiche per due films in due sale differenti.



Qui sono ritratto più o meno all'epoca
del momento topico con mio nonno, solo
qualche mese prima, visto che si è
d'estate, e l'episodio cinema è stato
prenatalizio. La nota scritta da mia
madre indica le mie - e sue - felici
condizioni...



...l'unico modo per mettermi di cattivo umore
era costringermi ad una foto ricordo come questa...


Un uomo nato nell'ottocento, la cui fonte di interesse non ho idea di quale potesse essere, ma non certo il cinematografo.
Diffidavo di lui, della sua incapacità di tenerezza autentica, però quella volta mi ha aperto - come ho scritto nel racconto - una prospettiva fondante sul criterio dell'essere spettatore.











E questi i due films di quel fatidico pomeriggio, che grazie ad un uomo di cui non sapevo ne mai saprò nulla, se non che non lo amavo, ho ricevuto una specie di investitura.

domenica 10 marzo 2013

ATTI MANCATI 13


 I RAGAZZI DELLA IV SPONDA


E questo invece, riletto adesso, mi fa rabbia.
E' una di quelle numerosissime enormità della Storia, passate sotto silenzio, che scompaiono con il venir meno dei loro protagonisti, cui nessuno più offrirà l'opportunità di testimoniare, a meno che ci sia prima o poi - come spero, anche se ormai è tardi - qualcuno più determinato o fortunato di me a trovare ascolto.
Ho lasciato indirizzo, numeri di telefono e e-mail di allora che, nella paginetta, accompagnavano il soggetto. Ovviamente oggi più nulla corrisponde.








Via Carlo Alberto, 31 - 10123  Torino      
Tel. & Fax 011-562.6084 
Cell. 340-345.7144
Email: shiloh@etabeta.it

Torino, 25.02.2002


I RAGAZZI DELLA QUARTA SPONDA
Progetto di Pit Formento


Il 2 giugno 1940 quattro navi mercantili partirono da Tripoli stipate di una speciale mercanzia: tredicimila bambine e bambini italiani, figli dei "coloni" stanziati nel deserto libico a maggior gloria dell'Impero.
La loro destinazione era l'Italia per una vacanza coatta - nel senso che nessun genitore aveva potuto opporsi al distacco - della durata di tre mesi, in colonia, organizzata per far conoscere la madre patria ai giovanissimi Balilla e Piccole Italiane.
Rapati a zero, stivati in cuccette sovrapposte dalle quali vomitavano gli uni sugli altri per il mal di mare, vessati da vigilatrici kapò, iniziarono la "vacanza". Che invece di tre mesi, a causa dello scoppio della guerra, durò quattro anni.
Sballottati da un posto all'altro, separati da fratelli e sorelle, travolti dal caos, dalla miseria e dalle vessazioni che la guerra portava, senza nessuno che si preoccupasse di loro, senza notizie della propria famiglia, tredicimila piccoli attraversarono l'inferno.
Una reduce di quell'esperienza ha tenuto un diario, ha riallacciato contatti, ha rintracciato sopravvissuti. E' nata nel 1932. All'epoca aveva solo otto anni, ma una determinazione e un coraggio che la aiutarono a sopravvivere. E a raccontare. La storia di tredicimila adolescenti di cui nessuno sa nulla. "I ragazzi della quarta sponda".



venerdì 8 marzo 2013

CIT. 6



Come l'inconscio precede la coscienza, così la logica del processo storico oggettivo precede la logica dei suoi protagonisti.


Rosa Luxemburg