domenica 28 novembre 2010

WHITTLING - SEI GIORNI FUORISTRADA



E' un racconto piuttosto lungo - 40 pagine - scritto in maniera intermittente tra il 2003 e il 2005, e che affronta avvenimenti riguardanti un periodo che va, grosso modo, dal 1963 al 1969.









   SEI GIORNI FUORISTRADA











Pit secondo da destra nella fila in alto





E’ stato nell’inverno della terza media che sono entrato nello Sci Club dell’Istituto Rosmini.
Sono iniziati allora i cicli di vacanze invernali trascorse per la prima volta lontano dai genitori.
L’esordio fu a Macugnaga.
Lo Sci Club vantava una squadra agonistica eccellente, composta nella quasi totalità da maturandi, allenati da Paride Milianti, e fortemente sostenuta da padre Dino Sartori, un prete biondo, occhialuto e violento.
  La sua fissazione d’allora era lo sci, che praticava con brutale eleganza.
Con la squadra si muoveva il grosso dello Sci Club, cioè noi, una specie di vivaio, dal quale probabilmente padre Sartori riteneva di poter attingere per mantenere l’agonistica ai massimi livelli.
Sicheri, Zobel, Conforti, Perino, Scanavino e compagni non dovevano preoccuparsi troppo di Seneca, Cicerone, dell’Anabasi o del De Rerum Natura fino a che vincevano o assediavano di piazzamenti la Coppa Levrino a  Bardonecchia, la discesa libera della Coppa Seggiovia a Ponte di Legno, la Coppa Mirabel del campionato torinese a Sestriere, il Traguardo Azzurro all’Abetone o la Coppa Genepy a Cervinia.
A Macugnaga ci sistemarono in un albergo in ristrutturazione.
Nella camera in cui venni associato a uno di terza A, Renato Fiorello. -  uno che aveva come progetto di fumare fino ad arrochirsi la voce “come Buscaglione” -  c’era un buco nel pavimento del diametro di una ventina di centimetri e un altro, simmetrico, nel soffitto. Attraverso i buchi correvano i tubi dell’acqua calda e fredda, che scuotevamo per i nostri segnali alla stanza del piano di sopra, occupata dai fratelli Perotti.
Chi alloggiasse in quella di sotto non sapevamo, e mi pare che non ci importasse.
Verificato che il Monte Rosa nella luce del primo mattino risultava essere davvero rosa, impegnata parte dell’argent de poche nell’acquisto di souvenirs raccapriccianti, e trascorse le giornate sulle piste in balìa di maestri feroci dagli accenti ridicoli, ci ritrovavamo esausti, la sera, dopo la cena e le partite a calcio-balilla, ad arrampicarci, io e Fiorello, nel gran letto matrimoniale, singolarmente alto, dopo aver lanciato gli ultimi segnali ai Perotti, con lazzi e gran scuotimento dei tubi dell’acqua.
A letto, complice l’intimità della penombra rischiarata dalle minuscole abath jours dei comodini, ci scambiavamo confidenze sussurrate.
Parve naturale e gradevole esplorarci reciprocamente i genitali, alla ricerca di analogie e differenze.
Renato soffriva di fimosi ed osservava con una certa meraviglia il disinvolto andirivieni del mio prepuzio.
Ovviamente alle manipolazioni seguirono erezioni immediate e vicendevoli masturbazioni. In una di queste occasioni credetti di arrangiare empiricamente il problema di Fiorello.
Lui strillò per il dolore, sottraendosi, i Perotti vociarono interrogativi attraverso il buco del pavimento, dal piano di sopra.
Fiorello guaì ancora un poco, poi spegnemmo le piccole luci. E da quel momento non fummo più granché amici.


 Da sinistra Pit il terzo e Fiorello il quarto.



Affrontavo dunque quella terra di nessuno, che credo si definisca arcaicamente fanciullezza, equipaggiato come tutti – o quasi – i maschi che l’hanno attraversata: un infantilismo residuo che allerta l’insofferenza degli adulti e, sotto la patina di torrida insulsaggine, una sensibilità vulnerabile come un soffione, esposta, assetata e temeraria quanto quella di un poeta.
E dunque, dopo aver scritto un certo numero di poesie ispirate dall’aver attraversato ansimanti e apparentemente interminabili solitudini, dopo essermi allarmato per l’intensità delle sensazioni inattese che andavano arricchendo la gamma delle mie esperienze emotive, sostenni più o meno brillantemente l’esame di terza media ed entrai al ginnasio.
Passare dai dodici ai tredici anni può, in apparenza, significare poco, e forse è davvero così, ma per me si trattò invece di un salto triplo. Mortale e all’indietro.
Scoprii che in molte occasioni ci si aspettava da me, senza preavviso, la determinazione, o quantomeno la consapevolezza, di un preadulto.
Un insegnante laico di latino e greco – Sanzio Daporto – di indubitabile fede nostalgica, addestrò una quarta ginnasio di marmocchi ai primi passi puberali a suon di ceffoni, espulsioni di classe, insufficienze irrimediabili sul registro, e un’aggressività verbale che ci faceva scoppiare in lacrime. Ottenne una disciplina pressoché militare, un simulacro di senso della responsabilità, e offrì una certa libertà di pensiero per ciò che concerneva le faccende riguardanti l’altro sesso impensabile per una scuola di preti.








Il professor Daporto, seduto a destra...


Fu l’unico a non scandalizzarsi per via delle ragazzine in attesa di fronte all’ingresso dell’Istituto all’uscita del sabato.
Anzi, credo che in cuor suo approvasse l’iniziativa.
Il tutto accadde per mero stimolo d’emulazione, in quinta ginnasio.
Tra i maturandi ce n’erano alcuni che immancabilmente sollecitavano la nostra attenzione: Bussei, che appena diciottenne arrivava a scuola alla guida di una Mercedes con le portiere che si aprivano ad ali di gabbiano, Peaquin, che cantava meglio che nei dischi e che morì a vent’anni e altri, di cui dovrei cercare i cognomi sugli annuari dell’Istituto.
Accadeva che ogni tanto una ragazza, il sabato a mezzogiorno e mezzo, stazionasse di fronte all’ingresso del Rosmini in attesa di uno di loro, un accadimento che, per allora – l’inverno del 1965 – in una scuola diretta da religiosi, rappresentava un fatto assolutamente inaudito.
Dal momento che però queste apparizioni erano sporadiche, individuali, e riguardavano ragazzi dell’ultimo anno, la direzione chiudeva un occhio.
Noi, in quinta ginnasio si era costituito un gruppetto che faceva “compagnia” anche fuori dell’aula.



sempre la IV ginnasio - nella fila di centro, da sinistra, 
Pit, Dario Botta, Fulvio Tasso, Massimo Bullio







quinta ginnasio







Massimo Bullio, Fulvio Tasso, Dario Botta, Carlo Macinai, Sergio Pratis, Marcello Pochettino, Roby Enrico, io e qualche altro avventizio eravamo entrati in contatto con un gruppetto di ragazze dell’ “Alfieri”, un liceo classico pubblico piuttosto prestigioso.
Non saprei dire come si organizzò la cosa, ma un sabato alla mezza ce le ritrovammo schierate ad attenderci.
Può comprensibilmente apparire incredibile, ma non solo non si era mai visto, risultò essere anche inammissibile.
Quel primo giorno l’imbarazzo per noi fu superiore al compiacimento per l’invidia stupefatta che leggevamo negli sguardi dei compagni. Non si era ancora completamente esaurita l’età in cui le ragazze si tengono alla larga ma già urgeva quella in cui le ragazze contano più di qualsiasi altra cosa.
Quel giorno, sul marciapiede di fronte al Rosmini non credo che scambiammo più di qualche parola maldestra con Lalla, Roberta, Ilaria, Maria Luisa. Però loro tornarono per parecchi sabati successivi.
Va da sé che non solo per noi – gli eletti – ma anche per gli altri, e in altre classi, l’attesa divenne una specie di appuntamento che trasformò le occhiate alle finestre, a partire dal mezzogiorno del sabato, in una spinta epidemica.
Così fummo individuati, convocati in presidenza, ammoniti, vennero discretamente allertate le famiglie, venimmo costretti alla mortificazione di chiedere alle nostre amiche di non venire più a prenderci all’uscita da scuola.
Sanzio Daporto ci fece capire che era dalla nostra parte inveendo ogni tanto al nostro indirizzo quando ci coglieva trasognati, chiedendo come si chiamava la ragazza cui stavamo pensando.
Noi, colti di sorpresa, rispondevamo.
La classe scoppiava a ridere. Lui sogghignava, ci apostrofava con sardonica raucedine e implacabilità da sergente. E noi gliene eravamo grati.
Se tagliavamo da scuola, a mezzogiorno andavamo all’uscita dell’ “Adoratiòn”.
Era questo un istituto femminile privato diretto da suore francesi e ricettacolo di molte delle pupille meno dotate intellettualmente, ma non per questo meno ambite, del bel mondo torinese.
Inspiegabilmente, al suo interno, un giorno venne concessa alle allieve l’opportunità di organizzare un concerto.
Non un quintetto d’archi a proporre Mozart.
Un concerto beat. Aperto al pubblico dei conoscenti delle ragazze.
Ancora adesso mi pare surreale.
I battenti inespugnabili del più esclusivo collegio femminile della città più misoneista del paese si spalancavano ecumenicamente a quanto di più provocatorio offrissero i tempi.
La sala del concerto era una specie di teatrino, con bassi soffitti a volta e stipato all’inverosimile.
La prima fila di sedie era occupata dallo stato maggiore dell’Istituto: attempate suore matronali o segaligne, qualche insegnante laico, compitamente in attesa.
Dietro di loro un brusio eccitato, compresso, affiorante da una massa di adolescenti di buona famiglia rigorosamente separati: i maschi ospiti da una parte, le femmine dall’altra.
A sorvegliare il mantenimento delle distanze si aggiravano ronde di suore con le braccia conserte, infilate nelle ampie maniche della tonaca, che saettavano sguardi di inesorabile severità sul pubblico.
Il gruppo, o complessino – come si diceva allora – che ci avrebbe intrattenuti si chiamava We Five Group.
Che oggi il bassista Max Tamagno diriga il laboratorio di analisi di proprietà della sua famiglia, che il batterista Danilo Bruni sia un doppiatore prestigioso, che gli altri, di cui in realtà non so nulla, possano essere commercialisti o consiglieri di amministrazione mi pare, alla luce sbiadita di quel pomeriggio all’ “Adoratiòn”, sbalorditivo.
Perché quando il sipario si aprì cigolando a scoprire il palco il gruppo era lì, pericolosamente immobile, e Paolo Garbaccio, il cantante, figlio di Dea Garbaccio, storica voce dei tempi della radio, era al centro, la schiena rivolta al pubblico.
Il brusio della sala si acquietò all’istante, il breve silenzio imprevisto fu certamente foriero di segnali rivelatori per alcune delle religiose: un paio, dalla prima fila, si voltarono con sussiego velato di sconcertato preallarme a scrutare i presenti; alcune delle sorveglianti osservavano basite quell’immobilità provocatoria sul palco, forse intuendone la portata eversiva.
Poi la musica esplose e Garbaccio, con un salto piroettato che rivelava una singolare agilità in un fisico già tendente al tondo, fu di fronte alle prime file, sbraitando nel microfono “With a girl like you” dei Troggs.
Gli impianti di amplificazione d’allora consistevano di altoparlanti in genere provvisti di una maniglia, poco più grandi di una cassetta da frutta. Ogni componente del complesso aveva il suo e se lo trascinava appresso come una valigia. La potenza era proporzionata all’aspetto.
Eppure il frastuono che riuscirono a sviluppare in quel teatrino sembrò provocare uno spostamento d’aria. Mi pare di vedere i veli delle suore spinti all’indietro come da un vento mentre Garbaccio con il dito puntato nella loro direzione, urla “con una ragazza come te !” pur se in inglese.
Si ruppero gli argini di separazione tra maschi e femmine; le suore, travolte dall’inatteso non ebbero la forza neppure di tentare di sospendere l’esibizione. I “We Five Group” fornirono la performance, credo, più strabiliante della loro transitoria carriera.
Nei giorni successivi decisi che anch’io volevo far parte di un complesso beat.
Raggranellai il denaro sufficiente per comprare una chitarra elettrica - una Eko rossa, d’occasione – ma non per l’amplificatore.
Ci strimpellai sopra per un po’, in metallica sordina, la breve serie di accordi che avevo imparato un paio d’anni prima, durante una brevissima ed estemporanea sequenza di lezioni di musica, ma non riuscii a convincere nessuno dei miei amici a costituire un gruppo musicale.
Erano tutti rapiti dal connubio motorini/ragazze: sempre a smanettare con gli uni senza mai riuscire a smanettare con le altre.
Tenni duro per qualche settimana, poi mi innamorai di Amanda e rientrai nei ranghi.
Era l’inverno del ’66.
Ero in quinta ginnasio e non avevo mai avuto una vera ragazza in città: le fidanzatine che avevano esaltato la mia emotività facendomi sentire al centro dell’Universo - come credo che accada, ad un certo punto, ad ogni adolescente, femmina o maschio che sia, nel breve e pirotecnico periodo propedeutico di scoperta dell’amore - appartenevano tutto al mondo estivo, vacanziero, marittimo e dolorosamente transitorio.
La città era un’altra cosa. Una faccenda seria, difficile da maneggiare. Meno libertà di tempo e di spostamento, vincoli insopportabili ma ineludibili: la scuola, lo studio, la famiglia che resiste ad oltranza alle suppliche per l’acquisto del motorino.
In questa fase, impegnativa già di per sé, comparve Amanda Scolari.
L’unica piccola foto che ho di lei non rivela nulla al mio ricordo volontario; so di esserne stato innamorato come sa esserlo un quindicenne, con l’enfasi ebbra di uno che si gioca la vita, ma lei, con quello sguardo da sotto in sù rivolto all’obbiettivo, non riesco a riconoscerla.





Amanda Scolari




Credo avessimo più o meno la stessa età, ma lei, al contrario di me, non tergiversava in schermaglie intimidite.
Me lo fece capire a casa di Daniele Merighi, a Sauze d’Oulx, un pomeriggio che si stava lì in gruppo ad ascoltare dischi, bivaccati sui letti. Io sedevo accanto a lei, pietrificato.
Mi alzai per un istante e Fulvio Tasso scivolò al mio posto, inalberando la sua aria di sorniona seduzione, risoluto più che mai a corteggiarla.
Amanda si limitò a fargli osservare che quel posto era mio.
Io stavo lì, in piedi, imbarazzato e ammirato. E grato.
Fulvio cedette il posto e io e Amanda ci ritrovammo di nuovo affiancati, con le mani appoggiate vicine.
Sapevo di avere il tempo dalla mia per spingermi con calma emozionata, piano piano, a sfiorarle le dita.
Quello era l’approccio: se le dita sfiorate accettavano di intrecciarsi alle tue, senza che ci si guardasse, ma con gli occhi ben fissi altrove e un batticuore da svenimento, allora il fidanzamento era contratto.
Una delle esperienze emotive più intense e appaganti che ci fosse dato di provare allora, così importante che persino la prima scopata sbiadisce al confronto.
Amanda veniva ad aspettarmi all’uscita di scuola, quando i suoi orari glielo permettevano, ma non in gruppo con le amiche. Da sola, per ritrovarci io e lei a camminare e dirci chissà che.
Mi dava un’impressione di energica risolutezza che un poco mi disorientava.


















Si andava al cinema, sempre di pomeriggio, appartandoci un po’ senza il coraggio di scegliere proprio le ultime file.
Ci si baciava doviziosamente con abissale indifferenza nei confronti di ciò che avveniva sullo schermo. Poi io le passavo un braccio intorno alla spalle e penetravo, senza incontrare opposizioni, attraverso lo scollo del golf o della camicetta, andando ad indagarle un seno, con famelici polpastrelli, per tutta la durata della proiezione.
La posizione che ero costretto ad assumere, passando per dietro le spalle, era innaturale e anchilosante ma riuscivo a sostenerla sempre palpitando.
Non so se ad Amanda quell’essere reiteratamente accarezzata piacesse, ma avevo l’impressione che comunque non le desse fastidio. L’idea di toccarla altrove non mi sfiorava neppure.
Come tra noi sia finita, chissà.
Un paio d’anni dopo lei inaugurò una storia d’amore con Marco Casalegno,  uno dei pochissimi che aveva saltato la barricata, sciogliendosi dai vincoli dell’appartenenza sociale per entrare in un mondo che riverberava bagliori corruschi ma intermittenti sul mio. Era un militante di Lotta Continua.
Li vidi passare, un pomeriggio di pioggia, a bordo dell’R4 di lui.
Seguivano il semicerchio di una rotonda e l’auto pencolava sulla morbidezza caratteristica dei suoi ammortizzatori.
Sia lui che lei tenevano lo sguardo avanti, seri.
E da quel giorno di lei persi le tracce.
Con Marco ripresi invece una curiosa amicizia nel 1979, sospendendola quasi immediatamente per certe mie smanie d’allora di tentare sempre un altrove ma riprendendola nell’ ’85, ai tempi del mio primo matrimonio, e che si è conclusa dopo una serata trascorsa da noi: una cena di commiato per la sua improvvisa decisione di andarsene in Inghilterra.
Il mattino dopo, mentre io e Daniela ancora dormivamo, squillò il telefono e Silvia ci annunciò che Marco si era impiccato.
Con lui, di Amanda, non si era mai parlato.
Spero davvero che la teoria che presuppone l’esistenza di molti mondi paralleli sia plausibile. Voglio poter pensare che in un universo attiguo io e Marco, superando certi scrupoli sottili, si parli tra noi di quella fidanzata avuta in comune, seppure in tempi diversi, e che magari le si telefoni per vederci tutti insieme, e che tra noi si sviluppi qualcosa che faccia a lui sospendere l’urgenza di quel viaggio ultimo e risparmi a me l’incancellabile pena di non aver saputo, capito, visto, quella sera sulla porta di casa, che il suo arrivederci era un addio.




Marco Casalegno






Al funerale Amanda non c’era. La loro storia era finita da un pezzo eppure la sua assenza mi aveva un poco deluso, e non c’erano chimere adolescenziali a temperare l’amarezza, come era accaduto nel ’66, quando l’uscita di scena di lei era stata compensata dall’arrivo del motorino.
Un Motobi Mini Bike che mia madre si risolse a regalarmi contando sull’aspetto innocuo del mezzo: una mini moto che pareva un giocattolo per bambini.
Il concessionario ne aveva venduti soltanto un paio. E tenendo conto che l’altro, a suo dire, era stato acquistato dal Real Collegio Carlo Alberto per un uso interno, io ero l’unico centauro che si aggirasse per la città accucciato su una sella a cinquanta centimetri scarsi da terra, saettante su due ruote di venti centimetri di diametro, osservato come un eccentrico fuggito da un circo.
Per il mio esibizionismo adolescenziale quel motorino era manna dal cielo.















Quantunque però la spinta, a quell’età, a darsi una visibilità in vista di un’eventuale identità sia energica, lo è di più quella contraria, che ricaccia nel rassicurante ovile del gruppo, dove l’identità si struttura accaparrando somiglianze, ed essere simile a quelli che costituiscono il tuo ambiente risulta fonte di appagata soddisfazione.
Così l’egocentrismo compiaciuto d’essere l’unico a cavalcare un mezzo così stravagante per l’epoca, si convertì gradualmente e subdolamente in un disagio.
La maggior parte degli altri si uniformava alla moda del Morini Corsarino, qualche personalità più accesa optava per i Testi Week End o Trial King; Roby Enrico, che saettava su un Itom giallo col manubrio sulle forcelle, era tollerato solo grazie alla temerarietà delle sue acrobazie.
  Fulvio Tasso, che già iniziava le prime competizioni di cross, millantava la possibilità di acquisire una piccola partita di Guzzi Stornello da fuori strada per una prezzo convenientissimo, per sé e per gli amici.

Occorrevano però i sedici anni, occorreva il patentino.
Il passaggio alla 125 c.c. - la moto con la targa - era cruciale e assillante quanto quello del primo motorino, anche su quel fronte la scelta era ridottissima.
A contendersi la palma delle preferenze i modelli erano sostanzialmente due: il Corsaro della Morini e il Sei Giorni Fuoristrada della Gilera.
Mentre il Corsaro era rigidamente legato alla sua vocazione crossistica e si presentava in un’unica veste rosso argentata, il Sei Giorni era più versatile. Esisteva una versione “strada”, c’erano varianti cromatiche: dal bianco e rosso al nero e bianco, al nero e blu. Si cambiavano selle, manubri, marmitte, insomma si prestava ad una gamma piuttosto estesa di personalizzazioni.
C’era un tipo di terza, un maturando, che vendeva la sua.
Mia madre era all’oscuro del fatto che per guidare una 125 c.c. occorresse essere patentati.
Vendetti il Mini Bike, lei sborsò la differenza, estenuata dalle mie perorazioni, e a quindici anni mi ritrovai in sella ad un Sei Giorni Fuoristrada.
E fuori legge.
Non credo di essermi mai sentito padrone del mondo come a cavallo di quella moto. Il fatto che manifestasse frequenti problemi meccanici non alterava la mia fiducia nelle sue possibilità.










Durante le vacanze pasquali, ancora privo di patente, mentii in casa, affermando che sarei andato al mare in treno, ospite di un amico, e partii in moto, chiuso in una cerata gialla da marinaio che stimavo elegantissima e appropriata all’immagine del viaggiatore solitario. Senza bagaglio, lungo i tortuosi e preautostradali percorsi d’allora.
L’approdo a Noli lo percepii come trionfale.
Solo, motociclista, ribelle, tra amiche ed amici che erano lì per una vacanza familiare, affascinati e turbati dalla mia sfrontatezza.
Percorrevo l’Aurelia nel tratto lungo la passeggiata a tutta velocità, avanti e indietro, fissando orizzonti esclusivi, fino a che il motore cedette.
Dormii un paio di notti su un divano, a casa di Mimmo Rivara, mi venne la febbre, caricai la moto su un vagone merci e sullo stesso treno tornai in città, avvolto nella cerata, i bleu jeans rigidi di salmastro, i piedi nudi negli stivaletti alla Beatles perché, per qualche misteriosa ragione, avevo buttato via le calze, gli occhi lucidi di febbre. Non mi ero mai sentito così bene.
Gli sguardi di incuriosita compassione che il mio aspetto di strano ragazzino sollecitava nelle famigliole in ritorno dal mare erano la conferma della mia strepitosa unicità.
Poi mia madre scoprì tutto e la moto mi venne sequestrata fino al conseguimento del patentino.
Nel contempo il mio atteggiamento imprevedibilmente cambiò: dal confuso ribellismo, soprattutto esteriore, mi risolsi ad una quiescente disposizione borghese.
Gli anni dopo il ginnasio si contraddistinsero per la loro voluttà mimetica. Mi travestivo con dandysmo d’autodidatta facendomi confezionare abiti knickerbocker e principe di Galles da un sarto con una grossa testa sempre un po’ reclinata in avanti, la bocca piena di spilli a fior di labbra e lunghe dita ungulate che palpavano sapientemente l’imbottittura delle spalle o l’arco del cavallo. Compravo le scarpe e le cravatte da Jack Emerson, sfrecciavo verso la scuola nei mattutini geli invernali in sella alla Sei Giorni inguantato in un maxicappotto aderente come una redingote, dalle lunghe falde svolazzanti.
L’istinto a restare nel mucchio si era rimesso al lavoro, il fatto poi di appartenere al mucchio di punta – il più ambito e meno composito – mi aiutava ad accettarne con un minimo di irritazione, sempre transitoria, le caratteristiche sostanziali. 








Quando al caffè Platti gli argomenti dei maschi erano il calcio e le partite di poker io cercavo spazi di dialogo con le femmine, sempre tutte attente a non lasciarsi sfuggire un sorriso naturale, un gesto istintivo di simpatia.
Trovavo tutto intollerabile ma inspiegabilmente desideravo essere come loro, o meglio, desideravo che mi apprezzassero.
Finii persino allo stadio, senza sapere bene per chi tifare, disorientato dalla rivalità feroce che si insinuava come un automatismo robotico nei comportamenti di persone che sapevo normalmente amiche, e che fuori dalla tenzone calcistica tornavano ad esserlo.
Tendevano fin dall’adolescenza a costituire coppie più o meno fisse, con intrecci senza fantasia, come dettati da una specie di propedeutica al matrimonio combinato, senza eccessivi batticuori per i maschi, con batticuori addomesticati per le femmine, che palpitavano e si davano il tormento più per un cognome o per un patrimonio che per il viso o il carattere del rampollo che deteneva i primi due con altezzosità e senza merito.
Con l’ingenuità propria di quell’età, che tende a non considerare gli ostacoli – ma ci si inciampa, non si cura della ferita, procede con spavalda noncuranza e pagherà, più avanti, con postumi di cui non si sa dar ragione – tentai persino di portarne alcuni dalla mia parte.
Nella libreria di mia madre avevo trovato “Il giovane Holden”. Nel 1967 era un libro sconosciuto ai più.
Lo avevo affrontato con diffidenza per via della copertina.








Per anni – quelli dei mondadoriani “Libri del pavone” che divennero poi gli Oscar – le mie scelte erano state determinate dai disegni sulle copertine.
Gli illustratori di allora, di cui malauguratamente non so nulla ma cui sarò per sempre riconoscente, padroneggiavano l’arte suprema di saper condensare in un’immagine il filo della trama e quello delle emozioni che ne sarebbero derivate. Non così per le copertine delle collane non economiche. In quel caso un certo sussiego culturale spingeva a scelte più criptiche, che più che suggerire qualcosa a proposito del contenuto ammiccavano all’agilità associativa degli eventuali lettori.
Coralli e Super Coralli Einaudi ne erano gli esempi più sofisticati.
Il ragazzino con gelato disegnato da Ben Shahn, che campeggiava sulla sovracopertina della prima edizione italiana del libro di Salinger, mi aveva spinto ad un avvicinamento circospetto. Poi, come credo sia accaduto a chiunque l’abbia letto, l’avevo divorato e definitivamente collocato in politeistica compagnia sull’altar maggiore del mio empireo letterario.
Con imbarazzante e incongruente determinazione decisi che se ne doveva trarre un film e che potevamo realizzarlo noi.
Così, per qualche giorno, riuscii ad accaparrarmi blande attenzioni da parte di quelle ragazze e quei ragazzi che desideravo attrarre nel vortice di entusiasmi più articolati, senza tener conto che non erano equipaggiati per affrontarli, o meglio, erano già, ormai, perfettamente equipaggiati per resistervi.
Dopo pochi giorni tornarono, le une a non tener conto del mondo al di là del loro, e gli altri a sfoggiare atteggiamenti di misurata spregiudicatezza, perdendo ad un tavolo di poker l’equivalente di uno stipendio operaio o investendolo in cumulative gite in bordelli clandestini, dove espletare pratiche sessuali minimaliste che neppure si sognavano di tentare con le fidanzatine.
La puttana più frequentata da quel manipolo d’adolescenti già prigionieri di un cinismo mutilante, rispondeva all’esotico nome di Gertrud Knirim.
Di lei avevo sentito parlare da Virginia Rossi.




Virginia Rossi


Il fratello di Virginia, un tipo molto formale con un cospicuo birignao, miope e mollemente corpulento, era un saltuario cliente di questa Gertrud, più per dovere di gruppo che per autentica urgenza erotica.
Virginia, con gli occhi luccicanti di ammirata eccitazione, mi aveva raccontato che lei – Gertrud – una sera non aveva smesso di masturbare suo fratello coi piedi nudi senza interrompere una telefonata con un cliente.
Non capivo se quell’ammirazione che percepivo nel suo racconto dipendesse dalla considerazione per l’agilità prensile dei piedi di Gertrud, e se quell’eccitazione che non riusciva, o non voleva,  mascherare dipendesse dall’ambizione di saper fare, magari dopo dovizioso esercizio, altrettanto.
Virginia non era come le altre ragazze della sua età. Neppure le frequentava.
Era curiosa, provocatoria, genuinamente eccentrica. Scrutava da sotto in su con occhi da cerbiatto e non sapevi mai che cosa ti avrebbero riservato le parole che stava per dire.
Ero finito in casa sua portato dai fratelli Matta che tutti credevano gemelli anche se non lo erano.
Lei, pur senza avere più di sedici anni, ci stava asserragliata, in quel periodo con un braccio ingessato, amministrandone gli spazi come quelli di un salotto del Fauburg St. Germain durante il Secondo Impero.



Virginia


E la sua bellezza pareva anch’essa d’altri tempi, incantevole ma datata, impegnativa.
Ma se nel corpo echeggiava figure proustiane la sua spregiudicatezza, perlomeno verbale, speculativa, apparteneva a tempi di là da venire.
Credetti di innamorarmene e a lei accadde altrettanto. Non era difficile per due figure già in esilio nel proprio stesso mondo, non ancora diciottenni, confondere certe affinità con l’amore.
I pomeriggi invernali, nel salone di corso Duca degli Abruzzi, erano confortevoli ma pieni di trappole.
Lei si accoccolava su un divanetto protetto in una nicchia della parete e lì mi accoglieva, calciando via i mocassini e compiacendosi per quella perenne atmosfera di ricevimento informale che aleggiava attorno.
Non ricordo di altre ragazze, ma andavano e venivano Carlo Buzzi, Gustavo De Pas e gli amici del fratello, in particolare due: Simone Maggiora e Alain Elkan. 
Diversissimi tra loro ma affratellati dal sussiego, inconsapevolmente caricaturali. Simone con una gran testa di capelli crespi e biondicci, una bocca piena di denti che sembravano cacciati dentro alla rinfusa e in sovrannumero, e una fiducia illimitata nel proprio talento pianistico. Alain esile, occhialuto, con la cadenza verbale blesa del cicisbeo, concentrato in modo maniacale sui propri programmi di conseguimento del successo, che poi, con successo, è riuscito a perseguire.
I loro arrivi inaspettati mutilavano regolarmente le mie manovre sul divano nella nicchia.
Virginia sollecitava l’impressione di essere pronta e disponibile ad arrivare fino in fondo, ma in realtà giochicchiava sul bordo, forse appagata da quelle estenuanti tergiversazioni erotiche, dalle sospensioni dettate dall’immancabile arrivo di ospiti, dal misurare la sua intima padronanza con i miei affanni maldestri.





Simone, scarmigliato dietro il pianoforte a coda, componeva la colonna sonora di un film che lui e Alain intendevano scrivere, realizzare e con il quale, ovviamente, raggiungere una celebrità sovranazionale. Perché partissero dalla colonna sonora non era chiaro, ma - per me che di cinema non sapevo nulla, che ancora entravo in sala a film ampiamente iniziato secondo un’inveterata abitudine acquisita nell’infanzia - neppure significativo.
Non ascoltavo i loro discorsi, non mi erano simpatici ma non mi ispiravano una vera e propria ostilità se non quando interferivano con i miei progetti sessuali con Virginia.
E’ curioso che pochi mesi dopo tentassi anch’io, col Giovane Holden, la carta del “facciamo un film”, con le stesse abissali incompetenze e la stessa incongruente presunzione di quei due.
La stagione d’amore con Virginia fu breve, accoccolata in una coda d’inverno piovoso. Con l’arrivo della primavera i pomeriggi nel salone di corso Duca improvvisamente mi parvero interminabili.
Abbandonai definitivamente il campo dopo un pranzo a cui ero stato invitato dalla madre.
L’educazione borghese cui si veniva sottoposti allora presupponeva una buona padronanza del galateo. Sapevo come impugnare le posate, quando come e se sedermi o alzarmi, sostenere – malgrado la timidezza – una conversazione che compiacesse il mondo adulto senza insospettirlo, ma l’applicazione di queste competenze quel giorno mi parve estenuante.
Volevo scorazzare in motorino con gli amici, essere stupido e sguaiato, riprendere il mio posto sui sedili felpati dell’Appia terza serie che Carlo Boggio Marzet si era comprata usata e che guidava senza patente.
Avrei poi avuto nostalgia di Virginia, ma quel giorno uscii dalla sua casa consapevole che non ci sarei più tornato.







I fratelli Matta ebbero a quel punto a che fare con la mia conoscenza di Chita.
Enrica Severini detta Chita era più adatta alla primavera.
Come Virginia viveva, con un fratello più grande e una madre vedova, in una grande casa elegante di corso Galileo Ferraris, a poca distanza da quella di Virginia, ma le analogie finivano lì.
Chita era bionda, allegra, cameratesca. 



Chita Severini


Ci si baciava in una grande stanza seminterrata che era il suo rifugio, accoccolati in un’ampia e un po’ sfondata poltrona scozzese, ma non c’erano affanni ad andare oltre. Lei metteva su un disco, ballavamo, si rideva, era come un amico.




Chita



Mi piaceva sentirla seduta dietro di me, sul Sei Giorni: immaginavo i suoi capelli turbinare alle nostre spalle come la coda di un Palomino.
Era addirittura meglio che stare a baciarsi in poltrona.






Poi Loredana Bragotti, davanti a Platti, mi rivolse un inatteso gesto d’attenzione.
Lei, con poche altre, rappresentava il vertice della femminilità ambita in quel mondo piccino che a noi pareva tutto il mondo.




Loredana Bragotti



In genere la maggior parte delle ragazze di quel gruppo ricopriva un ruolo evanescente, che consisteva essenzialmente nell’organizzare feste nelle ville in collina, aprire le piscine di casa con la fine delle scuole, tenersi in disparte.
E poi c’erano quelle poche che parevano potersi permettere di stare alla pari con i maschi. Tra loro la più carina era Loredana.
Corteggiata, apprezzata dalla frangia più elitaria, costituita da ragazzi grandi che facevano a gara per ospitarla sulle loro Triumph, MG, Austin Healey, non saprò mai perché, e non ricordo come, accettò la mia corte maldestra e prese posto sulla sella della Sei Giorni, senza curarsi del fatto che a volte ci lasciasse a piedi.
Persino le sue amiche sembravano sconcertate, seppure con discrezione.




 Loredana e Pit in una foto pubblicitaria
per i neonati Ciao e Lui.


Loredana aveva un paio d’anni più di me, godeva di una libertà che io neppure potevo sognarmi, non era vincolata da impegni scolastici, viveva in una casa di corso Galileo Ferraris con un fratello più grande e una madre sola. Come Virginia e Chita.
E mi stupisco a riflettere, solo ora che ne scrivo - a distanza di più di trentacinque anni – sul fatto che quelle tre adolescenti entrate una dopo l’altra, nell’arco di pochi mesi, nel mio mondo emotivo, fino a connotare indelebilmente il mio modo di intendere e intraprendere e subire l’amore, vivessero allora, senza conoscersi, se non forse di nome, ad una distanza che, in linea d’aria, superava di poco un tiro di fionda.
Che quelle tre ragazze, che oggi hanno superato la mezza età, che non è improbabile che siano già nonne ma che per me stanno ancora guardando alla vita con gli occhi d’allora, avessero già perso il padre. Avessero già fatto i conti con un dolore senza rimedio, e tutte e tre avessero un fratello più grande e un po’ assente e una madre dura, capace di tenere la posizione in quel quadrato elitario del quartiere più esclusivo della città, con i mobili antichi nella penombra delle abath-jours, i tappeti persiani che felpavano i passi o evocavano quelli di un uomo che non c’era più, che un mistero indecente aveva sottratto al loro bisogno di sentirsi figlie. Tre orfane. Tre amori a cui oggi credo che finirei forse col chiedere scusa, chissà perché. Anche se c’è sempre un perché.
Insomma, Bragotti.
Così la chiamavo parlando di lei, in una specie d’accettazione inconscia del mio esserle subalterno.
Si stancò presto di me.
 






Con l’arrivo dell’estate partì con la madre per la Riviera.
La raggiunsi qualche tempo dopo a Ospedaletti, per un paio di giorni, in compagnia di Augusto, un tipo simpatico, piuttosto ansioso, sulla sua cinquecento gialla.
La seconda sera, in una baleretta che si atteggiava a discoteca, non lontana dalla spiaggia, io e lei esagerammo con i Tom Collins.
Augusto fungeva da preoccupato chaperon, intrattenendo una cugina di Loredana, scandalizzata dal nostro comportamento.
Pomiciammo senza freni su un divanetto addossato ad una parete rivestita di canne, in semioscurità.
B. indossava dei pantaloni bianchi a vita bassa e una camicia annodata sotto il seno, in stile Saint Tropez.
Potevo vagare in libertà su quell’ampia ed eccitantissima porzione di nudità, che mi faceva girare la testa quanto i Tom Collins.
Il fatto che lei non solo mi lasciasse fare, ma addirittura inarcasse le reni mugolando, in un impensabile atteggiamento d’offerta un poco mi metteva in apprensione, ma l’alcool e la tempesta ormonale ebbero il sopravvento e ci spinsero fino alla spiaggia.
Qui tutto si consumò rapidamente e miseramente.
Io, sopra di lei, mi dibattei freneticamente in una confusa simulazione di coito ed eiaculai nei pantaloni, per poi addormentarmi all’istante.
Il sonno, più simile ad una forma di svenimento, non durò che pochi minuti.
Al mio risveglio Bragotti sedeva accanto a me, con le gambe raccolte e le ginocchia sotto il mento. Muta e furiosa. Non ricordo esattamente cosa mi rinfacciò, ma mi pare fosse indistinguibile l’accusa d’averle usato violenza da quella di non essere stato capace di usargliela.
Io ero innamoratissimo di lei, non più ubriaco come prima ma certo non sobrio, ancora ottenebrato dal piacere esplosivo e precipitoso di quell’orgasmo tapino.
Trovarmela accanto a fissare la linea bianca dell’onda che spumeggiava nell’oscurità mentre le sue parole mi muovevano accuse impietose mi mise alle corde.
Feci l’unica cosa che mi pareva sufficientemente significativa perché lei capisse.
Mi tuffai in mare completamente vestito e nuotai a bracciate furiose nell’oscurità, singhiozzando.
Era una cosa stupida e patetica, ma la presero tutti sul serio.
Augusto, che mi pare non sapesse nuotare, entrò nell’acqua fino alle ginocchia chiamandomi a gran voce, Bragotti si tuffò anche lei.
Io non avevo annunciato nessun proposito, mi ero buttato e basta, ma l’insieme aveva assunto una sua connotazione melodrammatica che conferiva al mio gesto una vaga intenzione suicida. Persino la cugina pareva impressionata.
Tornai a riva sfiatato. Mi trascinarono sulla sabbia. Non so come io e Augusto si sia rientrati, bagnati fradici, alla pensione dove alloggiavamo. Lui mi teneva d’occhio con un misto d’apprensione e ammirazione.
Il giorno successivo restammo un poco con le ragazze.
Seduti su certi scogli sul mare, a far finta di nulla.
Bragotti indossava dei pantaloni rosa e delle Saxone nere, senza calze.
Per camminare sulla roccia se le era tolte, ed è curioso come di quei momenti inutili d’attesa mi siano rimasti impressi nella memoria soprattutto i segni che i mocassini le avevano lasciato sui piedi, stingendo un poco sui talloni.
Io e Augusto tornammo in città.
Trascorse l’estate e a settembre le telefonai per sentirmi dire che tra noi era finita.
Avrei dovuto essere preparato a qualcosa del genere, ma in realtà non lo ero.
Superai un autunno pieno di affanno, dibattendomi nell’incapacità di controllare quel tormento di cui non mi davo ragione e che quando avevo intravisto in altri non mi aveva suscitato che distrazioni ironiche, velate di disprezzo. Mi era sempre parso impossibile che si potesse soffrire per amore: era troppo letterario, troppo femminile, troppo incomprensibile.
E invece adesso sapevo. Senza sapere, però, come venirne fuori.
Ci sono persone che da esperienze d’amori sconfitti, perduti senza appello, restano ferite a lungo, portando cicatrici pronte ad acutizzarsi anche dopo anni, magari solo in ragione di un incontro casuale, o della comparsa imprevista d’una vecchia lettera o di una foto dimenticata.
Altre sono invece completamente immuni da questi stati d’animo, così viscerali e un po’ morbosi. Veleggiano senza danni nel burrascoso e misterioso oceano degli affanni d’amore.
Le prime suscitano una specie d’incuriosita irritazione, le seconde anche.
Cuori ammaccati e rubacuori sono, anche se in misura proporzionalmente inversa, esempi di come non si sappia quasi mai dare il giusto valore a ciò che il destino mette sul nostro cammino.
Io, col tempo, ho scoperto, per mia fortuna, di non appartenere a nessuna delle due categorie.
Va da sé che negli anni giovanili giocano insieme predisposizione e ambizione a tener poco conto dei sentimenti altrui, e ad ammirare e cercar di emulare il rubacuori.
Ma un cuore senza cicatrici autentiche è un giocatore, magari di serie A, che però ha conosciuto solo la panchina.
E così apprezzo quel piccolo sfregio che Bragotti lasciò a ricordo del suo estemporaneo passaggio; così come i segni lasciati, poi, da altre persone.
Però, dal momento che a sostegno di un carattere arrendevole e poco incline alla determinazione come il mio soccorre sempre un modesto impeto a passar oltre, anche il non saper come guarire dal dolore dell’abbandono trovò in quei mesi autunnali un suo modo d’attenuarsi.
Caroline Kobel venne poi a rappresentare la guarigione.
Il seguito estivo, dopo l’episodio di Ospedaletti, si stemperò in un instancabile girovagare sulla Sei Giorni, che nel frattempo avevo fatto modificare, sottoponendola alle cure di un meccanico famoso per “truccare” i motori rendendoli più scattanti, veloci e fragili.
Mi piaceva molto il percorso da Torino a Rueglio lungo le strade deserte di quell’estate piuttosto torrida, nella canicola del primo pomeriggio.
C’erano allora lunghi tratti di provinciale disabitati. Dopo Leinì, in cima ad una salita, iniziava una landa che si estendeva a perdita d’occhio da ambedue i lati della strada, una specie di prateria percorsa da piccole forre, rilievi spelacchiati, lontanissime, esili, linee di vegetazione.
Era zona militare, limite invalicabile come ammonivano i cartelli intimidatori appesi ai reticolati che correvano lungo la strada. Non so chi mi avesse detto ch’era zona di esercitazione per carristi. Comunque, quando mi capitava di passarci, in giro non c’era anima viva. E nemmeno carri armati.
Un lungo rettilineo seguiva l’andamento gobboso del terreno, nascondendo tratti d’asfalto che riaffioravano più avanti, così che un automezzo che avanzasse in senso contrario appariva e scompariva alla vista più volte prima di incrociarlo.
E questo mi piaceva moltissimo. Mi faceva sentire in America. Non avevo ancora visto “Easy Rider” ma il film che proiettavo nella mia fantasia gli somigliava.
A metà del rettilineo c’era un edificio isolato, una specie di vecchio cascinale trasformato in locanda, all’apparenza sempre deserto. Più avanti, sul lato opposto della strada, spiccava la sagoma di una caserma, proprio lì, sul margine del nulla. Una costruzione con qualche accenno di cura architettonica, desolatamente abbandonata.
Poco dopo iniziava la discesa e in fondo ad una lunga curva si entrava in Lombardore, noto per il suo campo di motocross. Poi i rettilinei si susseguivano con il nastro d’asfalto fiancheggiato da interminabili campi di granoturco.
Ogni tanto un paese: Feletto, Aglié, Torre Bairo.
Qua e là grandi case coloniche: “La Desiderata”, “La Sospirata” con i nomi scritti con cura, sottolineati da una data, a campeggiare sul lato più in vista dell’edificio.
Mi pareva ci abitassero famiglie allargate, laboriosissime. Donne di ogni età a rivoltare il fieno nei campi, con il capo coperto da logori cappelloni di paglia, canottiere slabbrate e pantaloncini corti, uomini austeri a condurre tiri di buoi o carri trainati da cavalli pazienti, trattori guidati da ragazzini.
Prima che la strada si inerpicasse nella valle, con le montagne opache di calura sullo sfondo, c’era un ultimo rettilineo, fiancheggiato da una vegetazione spontanea che, durante l’estate, cresceva rigogliosissima, spingendo le proprie fronde ramificate a congiungersi in alto, formando così una suggestiva galleria vegetale, sforacchiata qua e là da oblique intrusioni di sole.
Era un percorso magico, lungo forse neppure un chilometro.
Su quel tratto, nel corso degli anni successivi, su alcune piazzole ricavate, credo, per i mezzi dei forestali, presero a stazionare delle prostitute, giusto un paio, a volte tre, accomunate dall’età avanzata e dalle carni esauste. Sedevano su latte di vernice rovesciate, a gambe larghe per esporre l’offerta senza dover ricorrere ad ammiccamenti o richiami, immobili nella loro disponibilità ottenebrata.
Oggi sono state sostituite dalle africane.
Ma prima di tutto questo, nell’offensiva meridiana del dopopranzo, quel tratto di strada è stato a lungo un luogo deserto.
Lo percorrevo in ascolto compiaciuto del rombo della marmitta modificata, riverberato dalla cupola di fogliame.
E un giorno, da un sentierino laterale mimetizzato dalla vegetazione, si materializzò una figura imprevedibile, immediatamente riconoscibile per quello che cercava di apparire - e cioè una donna intenzionata a dispensare favori sessuali – e nello stesso tempo misteriosa per quel suo essere lì, dove mai s’era visto qualcosa del genere, faunesca e spudorata.
Ondeggiò una specie di borsetta e nello sfrecciarle accanto intravidi un ammiccamento del viso, mascherato da un trucco paradossale.
Tornai indietro.
Lei si avvicinò annuendo e rivolgendomi un sorriso strambo. Spensi il motore girando la chiavetta sul fanale. Tutt’attorno dilagò un soporoso frinire di cicale e, ora che non avevo più il vento della corsa sul viso, percepii il calore soffocante.
La donna indossava una camicetta, una specie di minigonna e sandali col tacco. Ad un esame più attento quei capi apparivano logori: la camicetta era stinta, sfilacciata nei ricami del colletto, la minigonna era stata probabilmente ricavata da una gonna normale accorciata con un orlo maldestro, i sandali erano scalcagnati.
Lei taceva e mi fissava con una specie di meravigliata animosità. Io ero un adolescente e lei doveva essere sui sessant’anni, più o meno l’età di mia nonna.
A un tratto disse – Vuoi ?- ed io risposi di sì.
Lei si inoltrò per il sentiero ed io la seguii spingendo la moto a motore spento, timoroso di interrompere quella sospesa atmosfera agreste.
La donna mi guidò ad una macchia di noccioli. Si liberò degli abiti e rimase a guardarmi con quel sorriso avido che mi aveva rivolto quando ero tornato indietro. Un sorriso teso, anormale.
Il rossetto, sbavato sulle labbra, ne accentuava l’indecifrabilità grottesca, come il sorriso di un clown pericoloso.
Tutto il trucco con cui si era impiastricciata il viso, del resto, denotava questo eccesso maldestro. Come se se lo fosse applicato in assenza di uno specchio e secondo indicazioni orecchiate per caso.
Gli occhi, che malgrado tutto si intuivano belli, erano aureolati dal bistro che il caldo aveva in parte disciolto. Pareva un procione malinconico, se non fosse  stato per le pupille che dardeggiavano con vivacità poco rassicurante.
I seni erano piccoli e solo un poco vizzi, i capezzoli sporgevano rugosi e rassegnati, il ventre era asciutto, solcato da pieghe ad arco sopra l’ombelico, il pube completamente calvo, la gambe magre, le cosce un poco flaccide. E nonostante tutto questo mi spogliai a mia volta. Così, dopo che mi ero liberato di tutto il mio armamentario da motociclista, ci ritrovammo a fronteggiarci nudi, davanti ad una macchia di noccioli, quasi in mezzo al sentiero. Nonna e nipotino.
C’erano uccellini che frullavano e cinguettavano tra i rami tutt’attorno.
Lei si stese nell’erba e disse – Monta - Io ubbidii. Neppure mi toccò.
Non so come scivolai, senza intralci e senza guida, dentro di lei.
Durò poco. Non avevo ancora diciott’anni, era estate, stavo sopra, dentro una donna che mi faceva un poco paura. Mugolai e lei fece altrettanto, come per cortesia. Mi rivestii in fretta mentre lei lo faceva con calma.
Disse – Cosa mi dai ? – e io non capii.
 - Dammi qualcosa – insistette, e io mi chiesi “una puttana?” che era la cosa più logica cui pensare ma alla quale invece non avevo pensato assolutamente.
Non avevo che pochi spiccioli per la benzina ed un pacchetto nuovo di sigarette. Accettò gli uni e l’altro, fissandomi e sorridendo dietro la maschera slabbrata del trucco.
Disse – Vieni ancora a trovarmi, eh ? – ed io accennai di sì, accendendo il motore e filandomela a tutta velocità.
Arrivai a Rueglio e incrociai, poco dopo il cimitero, due ragazze che scendevano al torrente. Una era Marinella, un poco miope, inesorabilmente pettegola, che parlava così rapidamente da sembrare a tratti balbuziente ma che soprattutto aveva magnetizzato la mia attenzione infantile, durante la messa domenicale, con il suo cantare a squarciagola inni in un latino suo personale, un gramelot efficace e armoniosamente onomatopeico.
Dissi loro d’aver incrociato una donna strana sul rettilineo  dopo Torre Bairo, senza naturalmente confessare d’essermi fermato con lei.
Marinella ci pensò su un momento e poi spiegò che lì, a Torre, c’era un posto per matti. Che forse la donna era scappata di lì.
L’altra ragazza, che si chiamava Fulvia e mi piaceva, fissava la moto. Disse a Marinella, in dialetto, “sembra uno di quegli americani…”.
Non so a cosa si riferisse ma scorazzai sulla “Sei Giorni” per il resto dell’estate facendo, nei limiti delle mie personalissime interpretazioni l’“americano”, preoccupandomi saltuariamente di aver contratto una qualche devastante malattia venerea per via di quell’amplesso pericolosamente bucolico, ballando il sabato sera nella sala del paese, al ritmo vagamente bandistico del complessino locale “Harmony Boys”, amoreggiando sulle spiaggette e le rocce levigate del torrente con ragazze in villeggiatura, sognando il futuro come si fa a quell’età,  senza il minimo sospetto che possa riservare amare sorprese.
L’autunno accumulò giorni smemorati: la ripresa della scuola, il rivedere Bragotti fingendo disinvoltura dolente e maldestra, l’articolarsi di abitudini adolescenziali che paiono, nel nascere, così significative ed irrinunciabili e di cui si perde poi presto gusto e memoria.
Unico dato di un certo rilievo fu che un gruppetto di ragazzi, tra i quali non annoveravo veri e propri amici, mi proponesse di affittare un appartamento in società a Sauze d’Oulx, per la stagione invernale.
Con il beneplacito pecuniario dei miei partii, nelle vacanze di Ognissanti, a bordo dell’Appia terza serie di Carlo Boggio, l’unico che mi piacesse davvero dei miei coinquilini occasionali, alla volta di Sauze.
L’appartamento era in un condominio che si chiamava “La Sapinière”, al sommo di una salita piuttosto erta, in cima al paese, vicino alle piste. Una salita che avrei poi affrontato spesso, in quelle notti gelide, stellate o nevose che fossero, sempre barcollante per l’ubriachezza, eccitato dalle avventure della notte, e che avrei disceso nelle tarde mattinate successive, sci in spalla, per raggiungere gli impianti di risalita, smaltendo la coda della sbronza nell’aria pungente, vincendo la nausea con l’allegria del gruppo.
Le vacanze di Natale arrivarono al galoppo.
Nella mia famiglia, da tempo, non c’erano clausole vincolanti per quanto riguardava il trascorrere o meno il giorno di Natale insieme.
Avevo appena compiuto diciott’anni. 






Il giorno della chiusura della scuola partii in treno. Ad Oulx salii su un pullman e in pochi minuti approdai a Sauze.
C’era molta neve, luci attraenti al di là dei vetri appannati dei bar, un via vai di gente allegramente affaccendata come solo nei giorni di vigilia natalizia si può osservare.
Delle mie amiche e dei miei amici non c’era traccia: erano tutti rigorosamente consegnati in famiglia fino al 26. Ma di fronte al Tabaris, al Miravallino, al Kiki Baum, allo Chez Nous, c’erano gruppi di giovani inaspettati. Diversi da noi.
Parevano più spigliati anche se piuttosto fuori posto, lassù, in montagna. Parlavano francese.
Le ragazze portavano stivali da città, parevano incuranti del freddo, sciorinavano i suoni ridenti di quella loro lingua che io ancora non  padroneggiavo.
Così eccole lì, le francesi.
Già dall’anno precedente un’agenzia d’oltr’alpe aveva organizzato  vacanze natalizie.
E proprio l’anno prima le voci favoleggiate della presenza di ragazze francesi a Sauze d’Oulx s’erano amplificate verso il fondovalle raggiungendo, con un’eco irresistibile, Bardonecchia, dove si stava in un alberghetto , io con Carlo Boggio e qualcun altro, a scalpitare.
Una sera c’eravamo avventurati a Sauze, nella discoteca di un hotel.
Adesso in quella discoteca – che oggi non esiste più, come credo anche l’hotel – avrei potuto andarci tutte le sere.
Salii l’erta che conduceva alla “Sapinière” in preda un affanno leggero, trascinandomi in spalla il sacco da marinaio che esibivo fieramente come bagaglio d’avventuriero, stipato d’abbigliamento hippie, troppo leggero per il luogo e la stagione.
Poi mi riprecipitai in centro.
La gente che conoscevo era tutta a casa, in famiglia. Tranne me e quelle ragazze e quei ragazzi vestiti da città.
Li trovai in un bar un poco defilato rispetto al centro.
Lei stava giocando a flipper.
Le capitai di fronte.
Alzò lo sguardo per un istante, come se si aspettasse di vedere un volto conosciuto, e quando vide me cambiò impercettibilmente espressione, sospendendo il sorriso compiaciuto – probabilmente stava realizzando un buon punteggio – e scivolando via con gli occhi.
Il riverbero delle luci del flipper le illuminava il viso ombreggiandolo, il suono di trilli e campanelli scatenati dalla pallina d’acciaio che correva qua e là accompagnava le sue esclamazioni di stizza o incoraggiamento. Aveva una voce piuttosto bassa per essere una ragazzina.
Non mi è mai piaciuto il flipper.
Ci ho giocato raramente e mi ci sono invariabilmente annoiato.
Però, in quel tardo pomeriggio, sono rimasto lì, fingendo interesse alla partita, e apprezzando il suo impegno quasi fossi un esperto.
Lei indossava un maglione slabbrato che le cascava addosso sbilenco, e che svelava nello scollo l’incavo incantevole della clavicola. Portava i jeans infilati negli stivali di camoscio.
Le si avvicinò un’amica: una biondina dall’aria anemica, carina e fragile, e capii che le stava dicendo che dovevano andare.
Andare dove ? Per un istante mi sentii perduto.
L’amica l’aveva chiamata Caroline.
Non ricordo come mi sia riuscito di ritrovarla, avvicinarla. In certi momenti ho la sensazione che sia avvenuto tutto d’un tratto, in altri che la cosa sia invece stata piuttosto macchinosa. Comunque ci riuscii.
Io allora annoveravo tra i miei libri preferiti “ Festa mobile” di Hemingway e “ Il grano in erba” di Colette. Provavo un  irresistibile e confuso desiderio di Francia. Mi ero, a suo tempo, dolorosamente infatuato della Pervinca protagonista del romanzo di Colette, quanto, e forse più che se fosse stata una creatura reale.
E adesso andarmene sottobraccio ad una brunetta dagli occhi azzurri che mi sussurrava cose capite a stento in una lingua che mi innamorava, in quelle notti di gelo secco, con la luna che allungava le ombre  sul bianco pacato e uniforme della neve, mi spingeva a fantasie sognanti.
Due adolescenti infagottati nei loro montoni afgani ricamati: due figli dei fiori, pensavo, e schioccavo le dita in fondo alle tasche immaginando con quel gesto di innestare una magia che ci rendesse visibili a tutti.
Combinai un fidanzamento anche tra il mio amico Giorgio e la sua timida amica Virginie.
Trascorremmo così il Capodanno nell’appartamento della “Sapinière”, disertato dagli altri, tutti in giro per feste e cenoni.
Ascoltavo, nel buio, i sussurri tra Virginie e Giorgio, che comunicavano in inglese.
Arrivavano le voci e le musiche di una festa al piano di sotto, ovattate. Attraverso i vetri di una finestra, al di là della frangia dei rami di un abete, si intravedeva il nitore austero di un frammento di montagna imbiancato di luna.
Era tutto perfetto e realizzai con affanno che non sarebbe durato. Che Caroline e Virginie sarebbero tornate a Parigi e io e Giorgio in città, a scuola.
La vita presentava un anticipo di consapevolezza e io mi ribellavo disarmato, mi struggevo già di nostalgia per qualcosa che ancora non avevo vissuto pienamente.
Pochi giorni dopo trascorremmo l’attesa dell’autobus, che avrebbe portato  Caroline e Virginie alla stazione di Oulx, seduti tutti e quattro al tavolo di una specie di pizzeria. Un posto relativamente squallido. Però eravamo soli; nessuno disturbava la nostra impreparazione ad accomiatarci.
C’era un giradischi e noi ci facemmo suonare in continuazione “Eloise”. Credo che piacesse a Virginie. Sta di fatto che ogni volta - rara ormai - che mi capita di ascoltare quella canzone, mi viene in mente lei, di cui non ricordo i tratti del viso, né la voce, nulla, se non che era lì, e lì starà per il tempo che mi rimane.
Gli abbracci d’addio al pullman furono impacciati dai lazzi dei loro amici che le canzonavano. Osservai le loro sagome cercare un posto a sedere. Risposi con un gesto della mano ad un gesto che mi parve d’intravedere. Dopo un paio di giorni anch’io tornai in città.
La sera prima della partenza, alla “Tampa”, una cugina di Rodrigo Solaro detto Ruiz, tal Gabriella, aveva esteso al nostro gruppo d’amici torinesi l’invito ad una festa che avrebbe dato a Parigi a febbraio. 




 Pit e Gabriella alla "Tampa"
sotto di loro Cinzia Nay.



Non era stata che una proposta informale, alla quale avevano aderito tutti con entusiasmo e senza eccessiva convinzione. Poi, un mattino, al ritorno da scuola, avevo trovato l’invito nella buca delle lettere: un cartoncino elegante col quale la marchesa de Rosambò invitava il sottoscritto ad un ricevimento nella sua casa di Avenue Montaigne.
Ripensai a Gabriella e alla sua tranquilla normalità cercando di collocarla nella luce di questa inattesa rivelazione. Dunque una mamma marchesa. Rigiravo il cartoncino quasi a cercare un indizio. Ma soprattutto vedevo affiorare una possibilità concreta di andare a Parigi.
Conoscevo mia madre, sapevo che avrebbe giudicato un ricevimento aristocratico all’Etoile molto più significativo che non qualche giorno  di scuola perduto, potevo contare sulla sua incresciosa assenza di buon senso e sul fatto che detestava Bragotti e che avrebbe attuato qualsiasi stratagemma per allontanarmi da lei.
Perché nel frattempo, un sabato sera, dopo il ritorno dalle vacanze di Natale, in un locale oggi defunto che si chiamava “Whisky e Notte” il complesso dei Samurai aveva suonato la nostra canzone – Love is blue – io l’avevo invitata a ballare trepidando, e grazie a quello slow si era acceso un tiepido ritorno di fiamma, che in me però minacciava di divampare.
Mia madre doveva avermi tenuto d’occhio ai tempi del primo innamoramento e credo intendesse evitare che mi riducessi di nuovo come un cane col cimurro.
Bragotti per lei rappresentava non tanto un pericolo per il mio equilibrio sentimentale, quanto piuttosto un attentato ai piani prospettici, pur se confusi, che aveva elaborato a mio riguardo. Intendeva dare indirizzo al mio futuro e nella sua visione non credo ci fosse spazio per un tipo come Bragotti. Si era quindi adoperata per frapporre impedimenti alla mia libertà d’azione, ma non era servito. Nonostante allora la maggiore età si raggiungesse solo con i ventuno anni, l’averne appena compiuti diciotto mi rendeva piuttosto spavaldo. Mia madre aveva allora operato un capovolgimento di strategia, ampliando in modo esorbitante quella mia libertà d’azione che aveva cercato prima di negare. Sapeva dell’esistenza di Caroline: lei e Parigi dovevano esserle parse un buon deterrente.
Così mi ritrovai il biglietto aereo in tasca e il viatico di una vanità soddisfatta dall’invidia degli amici che avevano archiviato l’invito di Gabriella come un’opportunità impraticabile.
In effetti all’epoca, pur se oggi può apparire inimmaginabile, una trasferta estemporanea di quella portata era cosa rara per un adolescente.
B. non me lo perdonò ed io, meschinamente, lo vissi come una specie di rivincita. Mia madre l‘aveva azzeccata.
       Riposi l’abito blu in fondo al bagaglio e partii.







Avrei visto i luoghi che avevo già frequentato con abituale noncuranza con l’immaginazione: la Parigi dei romanzi, delle canzoni, dei film si dispiegò sotto il cielo mentre l’aereo si apprestava all’atterraggio.
Mi installai all’hotel Star, un alberghetto decoroso dalle parti dell’Etoile.  Chiamai Caroline.
E’ sempre arduo rintracciare il filo di sentimenti friabili quando il contesto cambia.
A Sauze d’Oulx, con lei, mi ero sentito al centro di un mondo protetto che, per piccino che fosse, mi pareva perfetto per noi. A Parigi lei era nella sua città ed io ero un piccolo provinciale straniero che non sempre capiva ciò che gli veniva detto e non sempre riusciva a dire ciò che avrebbe voluto.
Il padre di Caroline era un fotografo che lavorava per un’agenzia piuttosto importante. Aveva documentato il Maggio arrampicandosi sui tetti della Sorbona al seguito dei katanghesi; condivideva un sogno che gli adulti del mio mondo o ignoravano o si auguravano irrealizzabile.
Caroline era quella Parigi lì, quella cui desideravo spasmodicamente appartenere ma di cui ignoravo i codici d’accesso.
Al drugstore Operà, circondato dalle sue amiche e dai suoi amici che mi tenevano d’occhio con un po’ di condiscendenza, mi ero sentito completamente inadeguato. La sensazione che la città, di cui da sempre mi ero sentito abitante per vocazione, anche se solo libresca, mi tenesse ad una mortificante distanza ferì il mio amor proprio. E un ragazzo di diciott’anni ancora in lotta con la timidezza di tutta la sua adolescenza, quando è messo alle corde dalle circostanze, difficilmente trova la padronanza per non diventare irritante, critico, capriccioso.
Caroline mi sopportò per un paio di giorni e poi, di fronte ad uno dei nostri ennesimi litigi muti – eravamo in metropolitana – scese ad una fermata, forse convinta che l’avrei seguita, forse perché era la nostra, sta di fatto che io rimasi a bordo.
Le porte automatiche si chiusero sul nostro ultimo sguardo reciproco. Lei non mi cercò in albergo ed io non le telefonai a casa. C’è un vistoso compiacimento, a volte, nel commettere il gesto sbagliato, spesso autolesionistico, e poi compatirsi, come se non se ne avesse responsabilità.
La sera successiva, l’ultima del mio primo soggiorno parigino, andai al ricevimento a casa di Gabriella.
Arrivai con un anticipo imbarazzante, impugnando un modesto mazzo di fiori ancora convinto che mi stesse aspettando qualcosa si simile alle feste per i diciott’anni delle mie amiche, dove le ragazze vestivano in lungo e noi in smoking, in qualche circolo o casa elegante, controllati a distanza da adulti compiaciuti.
Venne ad aprirmi un domestico che ricordava in modo quasi caricaturale i maggiordomi delle commedie inglesi. Non si sforzò di non meravigliarsi del mio anticipo e quando mi riconobbe per italiano si limitò ad un’occhiata neutra che poteva significare “Ah, ecco…”, prima di precedermi – si sarebbe detto malvolentieri – lungo una teoria di sale e salette in cui, in una luce piuttosto bassa, si muovevano affaccendatissime domestiche.
Ad una di queste, dopo avermelo tolto di mano, l’uomo in livrea affidò il mazzo di fiori; attese poi pazientemente che mi liberassi del cappotto e le rifilò anche quello. Alla fine bussò con discrezione ad una porta e mi introdusse in un salottino.
Gabriella mi accolse con un entusiasmo generoso. Nessuno del gruppo di Sauze era venuto, né credo che lei se lo fosse aspettato. Io rappresentavo una sorpresa e come tale mi presentò a vari personaggi che, in parte, intuii trattarsi di suoi familiari: il fratello Robì, schivo e curioso, la sorella Brigida, silenziosa e a prima vista altera, la madre, ingioiellata e distratta, il patrigno, il marchese de Rosambò, che dispensava sorrisi d’altezzosa benevolenza.
Fu una serata strana. La festa decollò quando io ero già spossato dai convenevoli. Il mondo degli adulti era indistintamente mescolato a quello degli adolescenti. Non c’era musica, se non di sottofondo. Niente danze. Solo conversazioni. 
Fortunatamente mi aggregarono ad un gruppetto di giovani italiani, rampolli di funzionari d’ambasciata, tra i quali un tal Camillo, romano, che finì col dimostrarsi affabile.
Resistetti un tempo ragionevole prima di congedarmi, accampando la scusa della partenza dell’indomani.
Dalla strada le luci dell’interminabile infilata di finestre di casa Rosambò baluginavano, contrapponendosi all’oscurità degli altri piani. Camillo mi aveva spiegato che il palazzo era quasi completamente occupato dalle sedi di case di moda.
Mi avviai - sicuramente l’unico ospite arrivato a piedi – fiancheggiando una serie lussuosa d’auto parcheggiate, al volante di alcune delle quali stavano in attesa autisti con berretti a visiera. Sui parafanghi di una Silver Shadow erano inastate le bandierine di un sultanato.
Caroline non avrebbe potuto sembrare più lontana, ma era dal suo mondo che avrei voluto essere  accolto, più che da quello che avevo sfiorato poco prima.
La verità stava nel fatto che ero estraneo a tutti e due.
Tornai in Italia e mi godetti qualche giorno di gloria reducistica. Tentai di mettermi in contatto con Caroline senza ottenere risultati. Scrissi alla sua amica Virginie per sapere qualcosa ma lei rispose che si erano perse di vista, così finii con l’inaugurare con lei un intermittente rapporto epistolare che durò per anni.
Intanto mi preparavo all’esame per la patente.
Paolo Drago mi aveva lasciato guidare la sua Mini da Sauze a Torino. 




  Paolo



Avevo la sensazione che si preparassero grandi e significativi cambiamenti nella mia vita, avevo progetti eccessivi e poche delusioni rilevanti  a  suggerirmi l’opportunità di temperarli.
Un pomeriggio mi telefonò Gianni Lingua per chiedermi se intendessi vendere il “Sei Giorni”.
Io risposi di sì senza neppure pensarci, fremente per la prospettiva di sedere finalmente alla guida di un’auto, spasimando nell’attesa della consegna della patente appena conseguita, dimentico di tutto quello che ho ricordato in queste pagine.
Ne ricavai pochissimo.
Allora i giorni che contavano erano quelli a venire, il resto, il presente, i suoi gesti per amministrarlo, erano intervalli superflui.
Correvo avanti e, comunque, per un po’, non è stato male.
Il fatto curioso è che soltanto ora mi rendo conto di non aver mai saputo che cosa stesse a significare quel “Sei Giorni” che dava il nome alla mia antica compagna di scorazzate.