lunedì 31 dicembre 2012

OGGI

Susanna è partita per Cap Martin per capodanno, ma prima di partire mi ha mandato una mail dove dichiarava che la divertirebbe vedermi ritratto in veste ufficiale.
Ieri mi ha anche scritto la Sandra, da Parma, aggiornandomi fotograficamente su vacanze e famiglia. Anche lei mi ha chiesto foto recenti.
Stamattina ho trovato nella posta un invio da parte di Mohammed, giovane del Bangla Desh cui ho concesso la cittadinanza il 20 dicembre. 
E' stato davvero gentile, e mi offre due occasioni: la prima quella di soddisfare la richiesta delle mie amiche, anche se con malinconica rassegnazione visto il dolente riconoscimento del decadimento fisico, inevitabile ma sempre imprevedibile così come crudelmente dichiarato dalle fotografie. 
La seconda è poter osservare che, nelle due circostanze in cui amministro ufficialmente pavesato come una feluca, e cioè quando li sposo e quando concedo la cittadinanza, quelli che ottengono la cittadinanza mi sembrano più emozionati di quelli che si sposano. 




Il mio primo matrimonio, celebrato intendo... 11.11.09



...poi si prende dimestichezza. 11.6.11


Il mondo cambia. 
Geriatrica considerazione adeguata all'aspetto fisico di cui sopra.
E stanotte non sparate troppi botti. Anzi, incivilitevi, non ne sparate per niente. 
Buon Anno. 
Eeh, capirai...



Pit e Mohammed - 20.12.12




Altra nuova italiana...



...e un'altra ancora. 
eh, sì, quegli occhialetti e quella pappagorgia...

sabato 29 dicembre 2012

sostituzione





Nel post del 23 gennaio 2011, all'interno del racconto "Cavalli", ho sostituito  la foto che ritraeva il manifesto del Cinsoda con questa, che mi pare migliore, o quantomeno permette di comprenderne le proporzioni.
Tutto qui.



domenica 23 dicembre 2012

AUGURI

Mi sono arrivati da Laura e Romano.
Sono con la loro nipotina Emilia e mi paiono perfetti, splendidamente natalizi, affettuosamente beneauguranti. 
Approfitto della loro "cartolina" per estendere a tutti quelli che passano di qui l'auspicio di veder realizzato, ogni tanto, qualche buon vecchio sogno.







SHED






Bene. 
Adesso che i contenitori sono quasi tutti in dirittura d'arrivo, e che al "mal del mattone" dell'amministrazione il sia pur sciagurato patto di stabilità ha posto un fermo, sarebbe bello che la mattanza di bilancio che parrebbe trovare particolarmente saporiti i filetti di Cultura, concedesse i margini per poterci fare qualcosa in quei cazzi di contenitori. Se no vada per una sala bingo, un centro commerciale o - meglio ancora - l'affidamento a un centro sociale, che saprebbe sicuramente farne buon uso.
Siamo alla fine dell'anno e tra un anno e mezzo scadrà il mandato. 
Il sindaco, che è una brava persona, molto competente in tutti i rami della pubblica amministrazione - di questo non ho dubbi, se no non terrei la postazione con tanta depressa abnegazione - ha chiesto a noi assessori di preparare un prospetto che renda conto delle attività e dei risultati ottenuti fino ad ora, ed è proprio nella stesura di questo bilancio che ho capito dove sta la mia mancanza di convinzione.
I numeri sono dalla nostra parte. 
Mai in precedenza si era avuta in questa città una densità di eventi, di occasioni culturali, di qualità dell'offerta, una coerenza sistematica e una visibilità che travalicasse i confini del borgo e ci rendesse competitivi su un piano territoriale molto più ampio.
Ma io odio i numeri. Almeno in questa accezione.
Informano solo rispetto ad una parte della questione, simulano esauriente completezza, ma non sono che fumisterie statistiche, semplificazioni impugnabili dai politicanti.
Altrimenti non si spiegherebbe perchè un'idea così elevata di relazione sociale, economica e politica che convenzionalmente - e ormai arbitrariamente - definiamo democrazia, si sia trasformata in un dispotico leviatano, fondato sulla tirannide dei numeri, appunto.
Il paese va alla deriva non tanto perchè è abitato da un popolo disposto a tollerare molto di più e di peggio di qualsiasi altro popolo al mondo, ma piuttosto per il fatto che i numeri che stabiliscono l'eleggibilità dei farabutti che guidano il paese da sempre sono aritmeticamente garantiti da armenti di inconsapevoli, convinti che una scheda elettorale possa davvero costituire una garanzia di trasparenza, un'imbucatura risolutiva. Numeri.
Fin dall'inizio ci ho sempre tenuto a sottolineare il fatto di essere un "tecnico", e questo da molto prima che arrivassero Monti e i suoi - sono in ballo dal giugno del 2009 - e di non aver partecipato mai ad una competizione elettorale, di non essermi mai candidato da nessuna parte, di essere stato chiamato a ricoprire un incarico per le mie competenze e non per una ladronesca spartizione da spoil system (i soliti numeri...)
Insomma la sto facendo lunga per arrivare a dire che il mio piano quinquennale per la Cultura non si è neppure avvicinato all'idea che mi ero fatto di trasformazione.
Semplicemente perchè le aspettative corrispondono ancora, più o meno, a quelle che sono state per decenni, le consorterie sono barricate dietro i loro piccoli privilegi conquistati garantendo modesti bacini elettorali, e la Cultura, quella, poveretta, rimane per la maggior parte dei cittadini  del luogo dove ho scelto a suo tempo di vivere con entusiasmo e affetto, una specie di trastullo dopolavoristico.
E se guardo cosa ha fatto Ornaghi, ministro dei Beni Culturali del testè deceduto governo Monti, insomma uno che a suo tempo ha guidato anche l'Università Cattolica del Sacro Cuore, beh, uno che non ha fatto assolutamente un cazzo per tutto il suo soggiorno ministeriale, allora mi dico "tieni duro, c'è di peggio".
Peccato, però...







sabato 15 dicembre 2012

11 SETTEMBRE 1972


da sinistra: Guido, Riccardo, Pit



Silverio mi ha spedito un nuovo malloppetto di fotografie.
Testimoniano una specie di jam session tenuta da Stefano Namari, a casa di sua madre, a Torino, l'11 settembre 1972.
Stefano ci aveva registrati su un Sony verticale a bobine - ne avevo ed ho tuttora uno identico, inutilizzato - ma di quella incisione si è perduta presto traccia.
Già molti anni fa avevo cercato di ottenerne una trascrizione, senza risultati.
Non ricordo assolutamente che cosa avessimo suonato, sono soltanto certo che dobbiamo aver sviluppato un baccano infernale, ad un pianterreno in una via pacificissima del quartiere delle villette della Crocetta, anche in ragione della formazione piuttosto eterodossa, che vedeva due chitarre e due batterie, mah...
Non ci avevo più pensato e mi ero anche dimenticato chi fosse presente.
Avevo da sempre, di quel giorno, solo un paio di fotografie.
In una io, un po' triste, alla batteria.





Nell'altra accanto ad una finestra, con me c'è Valeria, di fianco a noi Luisella.






Penso che ci fosse anche Speedy, che non mancava quasi mai.
Gli scatti di Silverio però mi hanno restituito qualcos'altro di quel giorno. 
Proverò a spiegarmi anche se sono quasi certo che sarà possibile fraintendermi. Pazienza.
Perchè improvvisamente, di fronte a quelle immagini, ho provato una specie di disagio. Ovviamente a posteriori.
Guido De Petri era un bravo batterista, sicuramente molto più bravo di me, ma non lo conoscevo quasi per nulla e non so che cosa sia oggi.



Guido


Joe Zangelmi era un buon chitarrista solista, per me rimasto sempre indecifrabile; so che cosa è oggi e me ne dispiace. Un'anima persa.



Joe



Stefano Namari è stato per un certo tempo il mio commercialista. 
Detta così può apparire normale, ma se si va al dettaglio - con lui che già allora si impegnava in un'irresistibile ascesa socio economica pienamente realizzata, e io che già allora manifestavo una definitiva incapacità a dare peso al censo e al ruolo sociale - suona decisamente grottesca.



 Da destra: Stefano, dietro di lui il Sony,
Joe e, un po' sfocata, Menena


Riccardo Donna suonava la dodici corde e, probabilmente, cantava.


Riccardo e Joe



Ho visto sullo sfondo Menena. Mi ero davvero dimenticato che ci fosse, anche se era normale, perchè allora stava con Stefano.


Menena sullo sfondo e Joe



Non erano trascorsi che sette mesi da questo momento, a Sauze, al Charlie Brown.


Menena e Pit - 19 febbraio 1972.
C'è una foto molto simile
nel post del 21 dicembre 2010.


Pero' in lei la diversità dalla foto precedente, pur se sfocata, è palpabile.
Così come, del resto, anche la mia.






Che faccia, eh ?
E allora ho cominciato a chiedermi come mai, e mi sono reso conto che non poteva solo trattarsi dell'improvvisa rivelazione di essere un batterista mediocre (una sindrometta alla Pete Best, e vada pure per la relativa omonimia).
Io quel giorno, sicuramente senza esserne consapevole, sapevo di essere tra persone con una visione della vita e della relazione con gli altri diversa da quella che ho citato nel post precedente, prendendo a pretesto Garcia Marquez.
Il mio non è un giudizio, perchè alcune di quelle persone mi vanno bene anche così, ma è un'inevitabile constatazione.
Perchè o si è in un modo o nell'altro.
Io sono nell'altro, tutto qui.
Cresciuto tra persone che, per la maggior parte, non erano così, nel senso che trovavano naturale guardare qualcuno dall'alto in basso. 
Erano state addestrate a quel tipo di visione.
Come dicevo non so come sia oggi Guido, ma se guardo Luisella, che non c'è più da tanti anni, non posso impedirmi di pensare a quel suo padre terribile, arrogante e anche, credo, sadico, che del guardare gli altri dall'alto in basso, e possibilmente ferirli, aveva fatto uno stile di vita, secondo me in qualche modo non estraneo alla prematura scomparsa della sua tenera, disarmata, tormentata figlia.
So di Joe, e immagino che questi non siano più problemi che lo toccano, se mai lo hanno toccato, e vedo alle cene di rimpatriata Valeria, di cui in quei giorni ero innamorato, e  con la quale oggi mi riesce difficile  comunicare in un modo che non sia superficiale, mondano, un po' artefatto, come se l'esercizio più elegante di attività relazionale dovesse necessariamente limitarsi a una risatina di sufficienza. E chissà, forse ha ragione lei.
E poi Stefano, Riccardo, Menena.
Trovo sempre comunque affascinante che si possa essere così. 
Non so esattamente cosa siano adesso perchè non li vedo da tempo ma, in particolare di Stefano e Riccardo, ho il ricordo preciso di una determinatissima aspirazione all'affermazione di sè, che non prescindeva dalla sottovalutazione degli altri, ma in alcuni casi forniva il piedistallo su cui collocarsi. 
Sono due tipi sicuramente molto in gamba, molto bravi nel loro mestiere e probabilmente sui campi da golf, ma Garcia Marquez insegna all'università dell'Avana e loro mi sembrano più adatti alla Florida.
La distanza è questa. Poche miglia ma di mare insidioso, fitto di squali. Milioni di miglia che separano modi di sentire coltivati da ambedue le parti con convinzione.
E affetto, malgrado tutto, che su quel tratto di mare insidioso può, in qualsiasi momento, lanciare un ponte che conduca ad una veranda, dove bere una birra insieme e ricordare quella jam session,  di quando tutto doveva ancora avvenire. Almeno così la vedo io.
E poi Menena.
L'ultima volta che l'ho incrociata, di sfuggita, era molto distaccata, con una specie di austera distrazione sul viso senza sorriso.
Non ricordo dove fossimo, ma si è trattato solo di un passaggio, di un'immagine che, chissà perchè, come altre e per le stesse imperscrutabili ragioni, si è trovata una nicchia nel magazzino della memoria e lì sta.
Ovvio che per me, accanto a quel viso che quasi non riconoscevo, risulta inevitabile associare quello delle due fotografie del 19 febbraio 1972, che ritraggono due che sentono che c'è qualcosa nell'aria - e si vede - e che prendono la cosa con allegria.
A volte, si sa, il ricordo di un'unica notte definisce un criterio di complicità, di tenerezza, di nostalgia che si alimenta proprio della sua unicità. 
Per concludere, ho continuato a cercare di trovare il mio strumento musicale ideale senza riuscirci (la cativa lavandera trova mai la buna pera). 
Ho strimpellato, ritmato, soffiato e, infine, ragionevolmente rinunciato, anche se non è da molto.
Ai concerti vado ancora, e i musicisti - tutti - mi fanno sentire un grande invalido. 
Nella prossima vita mi ci metterò d'impegno.




giovedì 13 dicembre 2012

L'AMOUR EN FUITE


Il blog letterario si chiama Internodue.
Lo si trova su www.internodue.com
La rubrica di Janis Joyce è "L'amour en fuite".





Amiche ed amici, oltre che lettrici e lettori, stanno esternando la loro allegra condivisione.


Simona Castiglione e Janis Joyce



Janis/Laura







Così adesso Janis è alle prese con cumuli di posta elettronica fitti di messaggi di cuori ammaccati che lei, da par suo, con empatico pragmatismo, lenisce e sollecita.





Senza nessuna pietà per arroganti battifiga e corrispettive fighe di nylon.



mercoledì 12 dicembre 2012

IL GIARDINO PIU' BELLO

Ieri sera ero sotto la doccia e, dalla strada, è arrivato ovattato il suono allegramente sgangherato di una formazione balcanica.
Siamo sotto Natale e per la città si aggirano questi musicisti imprevisti, rumorosi e funambolici, con le loro musiche in corsa sul pentagramma, che ci offrono una concezione steroidea dell'atmosfera natalizia,  soprattutto se confrontati con i remissivi e malinconiosi suonatori di piva e zampogna, che sembrano ormai scomparsi.
Questi di oggi, come quelli di ieri, offrono musica di passaggio in cambio di oboli modesti, ma lo fanno senza pietismi pastorali, piuttosto con una gaiezza che, a volte, appare persino minacciosa.
A parte queste considerazioni sulle variabili elemosiniere, sotto il getto rinfrancante di acqua bollente alla fine di una giornata fredda e ventosa quel suono ha riesumato come un'epifania (pertinente con il periodo) un altro suono, appartenente alla mia infanzia, che mai da allora mi era capitato di rievocare.
Sul retro del palazzo dove abitavo, là dove si affacciavano i vani credo detti di servizio, i balconi delle cucine, le finestre dei bagni e delle camere da letto, c'era un giardino piuttosto grande.
Un giardino condominiale, con alberi, vialetti di ghiaia, aiuole e praticelli curati con pacata solerzia dal portinaio.
Ricordo con esattezza un bellissimo salice piangente, che già allora mi pareva corrispondere al sentimento che quel giardino evocava.
Il palazzo di fronte, gemello del nostro, aveva anche lui un giardino analogo, diversificato solo per dettagli di disposizione di piante e vialetti.
Ambedue i giardini erano protetti da una recinzione in inferriata ed erano separati da una via, via Polonghera mi pare, di pochissimo traffico e ancor minore passaggio pedonale.
Vigeva una perenne atmosfera di attendismo rassegnato, rinfrancato dal solitario passaggio di un'auto, da un refolo tra i rami del salice, da una coppia di anziani che trascinavano passi incerti costeggiando la recinzione.
La cosa stupefacente è che di quei giardini nessuno faceva uso, era come se vi fosse un tacito accordo che li confinava ad un ruolo ornamentale.
Erano giardini terribilmente solitari. Credo che alla fine il loro fascino crepuscolare stesse proprio in quell'assenza di vita tangibile.
In un palazzo di quattro scale con nove piani per scala e tre appartamenti per piano, in un epoca di baby boomers come quella della mia infanzia, sembra incredibile che nessuno dei bambini che vivevano in quei palazzi sgattaiolasse mai in quelle preziose appendici domiciliari.
E non è che non li frequentassimo, i giardini, anzi. Ho già offerto un saggio rievocativo in proposito nel post del 15 gennaio 2011.
Ma quello di casa no. Forse c'era una regola condominiale che lo proibiva, chissà...
La mia inclinazione caratteriale mi ha fatto trascorrere molto tempo affacciato su quella solitudine, e non solo su quella ( vedi post "Mappe catastali" di mercoledì 26 ottobre). 
Quel genere di abbandono transitorio che si direbbe definitivo ha sempre esercitato su di me, fin dall'infanzia, una specie di partecipazione smarrita, un riconoscimento, un sentirsene parte.
Un buon psicoanalista forse desumerebbe ragioni che io non so individuare.
Ma il suono di trombe macedoni che ho ascoltato sotto la doccia non ha a che fare con questo aspetto malinconicamente contemplativo della questione, ma con il suo contrario.
Perchè accadeva, soprattutto con la buona stagione, che il giardino si animasse all'improvviso, annunciato da una musica di fisarmoniche o violini, da un canto, coraggiosamente spiegato anche se non particolarmente intonato.
Mi affacciavo quasi con emozione, perchè si trattava sempre di un evento non solo raro ma, nella mia visione piccina, persino un poco blasfemo e nello stesso stesso tempo benearrivato, coraggioso: un irrompere della vita a interrompere un' estenuante liturgia dell'attesa.
Si trattava sempre di mendicanti che improvvisavano un breve concertino.
Alle finestre, ai balconi, si affacciavano donne di servizio, signore, bambini, studenti. 
Nello sguardo di tutti quegli spettatori c'era un ammicco di condiscendenza, come se quei canti e quei suoni contenessero messaggi graditi.
Tutti avvoltolavano monete in cartocci che poi lanciavano in giardino.
Ad accompagnare i musici girovaghi c'era sempre una bambina o un bambino che correva qua e là a raccogliere i lanci e poi guardava in su e accennava un gesto del capo, che corrispondeva ad un ringraziamento.
Se ne andavano sempre troppo presto, per come la vedevo io, e restituivano il giardino all'imperturbabilità della sua solitudine.
In effetti noi, dall'alto delle nostre finestre, partecipavamo poco della condizione dei nostri transitori intrattenitori, anzi per nulla.
Però proprio da allora, per quel che può valere, è difficile che io passi davanti a un musicista di strada senza versare il mio obolo, e soprattutto sperando che molti facciano altrettanto, come accadeva dalle finestre del condominio della mia infanzia.
E ho pensato a Gabriel Garcia Marquez, perchè mi pare sia stato proprio lui a dire che c'è un unico momento in cui si può guardare un proprio simile dall'alto in basso: quando lo si sta aiutando a rialzarsi.

domenica 9 dicembre 2012

WESTERN VINTAGE


Il mio primo cappello da cow boy mi andava largo.








Il fatto però non mi impediva di partecipare a scorribande per avventurose praterie in guerresca compagnia.




I viaggi di lavoro di mio padre negli Stati Uniti erano forieri di rinnovati guardaroba western di misure non sempre adeguate.
Ero così appassionato di quell'abbigliamento da indossarlo praticamente sempre.
Ero riuscito persino ad andare a scuola con bleu jeans e stivaletti, con il consenso divertito di mia madre che poi era stata convocata dal direttore e invitata a controllare il mio modo di vestire che, pare, distraesse incontrollabilmente i miei compagnucci di classe.




Ovviamente cinturone, camicia con le frange e cappello (qui incongruamente in cartone carnevalesco al posto di quello di feltro, che portava sulla fascetta il nome di Roy Rogers e del suo cavallo Trigger) restavano a casa, ma jeans e stivaletti, a metà degli anni '50, erano inauditi sotto il grembiule e il fiocco del colletto.
Recentemente in un baule in mansarda a Rueglio, ho ritrovato quella camicia.









Era insieme agli stivaletti della foto in B/N...





...ai miei primi mocassini indiani...





...ai miei primi cheps...





(qui sotto raffrontati con quelli presi alla Western House di Parigi, alla fine degli anni settanta)




...a un paio di consumatissimi stivali da gaucho, che adoravo...






...ma soprattutto insieme ai miei primissimi stivali da cowboy, qui sotto ritratti con un paio di Tony Lama che hanno calzato i miei passi per trent'anni e ancora non sono stanchi. 







E concludo con le immagini di un'insegnante...





...e di un ex vice direttore Fiat...




...che stavano al gioco, quando li travestivo. E ci stavano bene. Come immagino che stiano bene anche ora, che guardano il cielo dall'alto.




Hasta luego, hombre.

sabato 8 dicembre 2012

XMAS

In origine era girato in Hi8.
L'ho trovato in coda ad un nastro con altri filmati.
Risale al Natale 1995.
Poche inquadrature di casa nostra, a Torino, e in finale io e Laura, con i nostri comodi stracci casalinghi.
Credo fosse proprio il giorno di Natale. Nevicava.
Non ho nostalgia di Torino e tantomeno di quel domicilio, però di quel momento sì.
Buon Natale. 



 





venerdì 7 dicembre 2012

VECCHIA MOTO, VECCHIA STORIA


L'ho vista per caso, pascolando in rete.
Nell'estate fatidica del 1980 avevo una motocicletta come questa.




Era un'Aermacchi Harley Davidson 350, color bordeaux metallizzato.
Non ricordo quando l'avessi comprata, so che poi, nell'autunno, l'avevo scambiata con un'Ossa Mike Andrews da trial perchè mi sembrava più adatta alla mia vita da montanaro.
Un'Ossa ce l'aveva anche il mio amico Pierangelo e con lui facevamo scorazzate invernali su per i crinali incorrendo anche in disavventure. 
Una volta, nel tentativo di sfuggire ai forestali, siamo stati inseguiti e "catturati" da militi incazzatissimi con le armi in pugno. 
Vivevamo un po' così. 
Nella mia ottica delirante di allora mi pareva facesse molto Appalachi, e forse in qualche modo lo era davvero, nel senso del non senso apparente delle vite condotte da certi personaggi di films o romanzi ambientati su quelle montagne.
Anyway, su quell'Aermacchi Harley Davidson ci portavo la ragazza  di quell'estate.





Veniva da Bergamo e aveva una casa lassù. Aveva quindici anni e io ventinove. Anche questo faceva piuttosto Appalachi.





Andavamo a nuotare al torrente, poi lei doveva rientrare presto e io trascorrevo il resto della notte a cazzeggiare con birra, amici e ragazze più grandi di lei.


 Elena, Pierangelo, Pit e Patrizia - Biaulì 1980


Ricordo la sera che ci siamo salutati perchè tornava a Bergamo, a scuola. 
Lassù le sere erano già fredde, umide delle prime pioggie autunnali. Non sapevamo come congedarci e lo abbiamo fatto come tutte le cose tra noi, quasi senza parole e molta fisicità. Però lo ricordo come se fosse ora, come se quel commiato avesse in sè tutto l'inevitabile svelamento del sapersi soli, dell'essere tutti Firs alla fine del "Giardino dei ciliegi".
Nell'82 ci siamo rivisti.
Io ero tornato a vivere a Roma da un anno e lei era diventata una donna per sempre.
Avevamo finalmente parlato tra noi, delle nostre vite, perchè ce n'era bisogno, perchè ormai si era ambedue nella terra dell'esperienza, che ovviamente non esclude sofferenza o delusione. 
Io mi ci ero abituato, lei era una neofita.
Era ancora più bella di quando era ragazzina, ma la bellezza della spudorata ingenuità che mi aveva regalato un paio d'anni prima, quella era una magia scomparsa.




Poi Pierangelo mi ha detto che i suoi hanno venduto la casa di vacanza e così... 
Col tempo io ho venduto la mia, e anche il Mike Andrews.
Se non altro non c'è più un giardino dei ciliegi dove correre il rischio di sapersi dimenticati.