venerdì 26 ottobre 2012

CIAK

Ho trovato tre fotografie di fuori scena di un vecchio film dell'84. 
Credo che sia stato il peggiore che ho girato. Però in compagnia di amici.
Il ciak compare in tutte e tre le immagini.
Un bell'oggetto, di legno, spesso lavorato con perizia da qualche capo macchinista o falegname, evocativo, da manovrare con eleganza noncurante, calibrando la voce col suono - ciac ! per l'appunto - che seguiva. 
Quelli di allora, naturalmente, non le asettiche,  lumeggianti e autonome tavolette di oggi.


Qui in mano a Fabiola D.L. e  Pit perplesso



Qui il ciak ad Anna (che non c'è più) poi 
Barbara S. e Pit


...e qui parte della troupe. 
Da sinistra, accovacciati, Pit (con ciak), G.B. Cenere, Speedy,
il fonico romano (ma come si chiamava ?) Fabiola.
in piedi da sinistra, Piergiorgio G., Vittorio B., Maurizio R.
Luciano Z., Valentina M., Fabio, Barbara S.

giovedì 25 ottobre 2012

CICCIO



Mi ha raccontato Speedy che se n'è andato in un incidente automobilistico terrificante.
Ci eravamo frequentati molto nel 1974 - morosi di due sorelle, lui di Mapi io di Lella - ed eravamo stati a trovarle insieme, in Sud Africa.
L'ho incontrato ancora, saltuariamente, l'ultima volta a casa della sua prima moglie, per una festa a Saluzzo.
Credo che i figli suoi e quelli che Mapi ha avuto dal suo matrimonio con Marco abbiano all'incirca l'età che avevo io, allora.
Chissà se si conoscono. 
Se sanno che la loro mamma e il loro papà hanno provato reciprocamente i sentimenti che probabilmente stanno animando loro.
E' poco probabile, ma a me piace pensare che potrebbe succedere.



  Schatzi Fea e Ciccio Cravetto al timone, accanto a loro
Sara Provera, Pit alla chitarra, in navigazione
dall'Elba ad Alassio - estate '74




Ciccio e Mapi - Johannesburg 25.12.74



P.S. del 23 aprile 2013


Ho trovato un'altra fotografia di Ciccio a Johannesburg.
Quell'espressione la ricordo bene, era spesso sua.
Aggiungo che nel video postato il 31.3.13,  all'inaugurazione dell'Arcadia, compare tra i convenuti.





mercoledì 24 ottobre 2012

ATTI MANCATI 9

La seconda occasione perduta, per quanto riguarda il lungometraggio di finzione, parte da molto più lontano del "Febbraio".
Nell'estate 1980 il mio amico Speedy mi aveva stanato da quel di Biaulì dove mi ero rifugiato a leccarmi le ferite della fallimentare esperienza londinese e mi aveva trascinato per un paio di giorni a Varigotti.
Là avevo conosciuto una signora ebrea molto simpatica, una nonna con le curiosità e la mentalità di una ragazza.
La signora si chiamava Ronci - ho saputo da Speedy che è mancata da ormai molto tempo - e per un paio d'anni ho avuto alcune occasioni di incontrarla, anche perchè Speedy era molto amico non solo suo ma pure del marito, Livio.
Avevano una bellissima casa a Varigotti, affacciata sulla spiaggia, un domicilio elegantemente bohemièn  sui Navigli, a Milano, e una grande casa di campagna a Valleandona, nell'astigiano.


Speedy nell'80




Valleandona, capodanno '81/'82
Ronci e Pit ( con ridicolo taglio alla paggetto)


Non ricordo a che proposito, durante una delle nostre chiacchierate, Ronci mi aveva segnalato che la sua amica Monica Vitti lamentava una certa pochezza dei copioni che le venivano offerti da qualche tempo.
Commedie, quando lei aspirava a tornare a ruoli femminili drammatici e complessi.
Speedy mi aveva convinto che valesse la pena provarci e io avevo scritto un trattamento.
Non mi ero neppure chiesto se l'amicizia di Ronci con la Vitti era tale da permetterle di sottoporle una proposta in quel senso, avevo sviluppato una storia intitolandola "Morning Star Point" e gliel'avevo portata.
Lei non era entrata nel merito della trama, ma si era limitata a comunicare, letteralmente, che "Monica aveva paura dell'aereo", come a dire che il fatto che la storia fosse ambientata in Nebraska escludeva automaticamente la possibilità anche solo di proporle il soggetto.
Io uscivo allora da un'infilata di sconfitte tali per cui, probabilmente, se la cosa fosse andata per il verso giusto mi sarebbe parso innaturale. Inoltre, forse, ero corso un po' troppo in avanti, non so.
Fortunatamente, dopo un ricostituente soggiorno parigino, nel frattempo le cose erano tornate a girare per il verso giusto, ero tornato a Roma, avevo iniziato a lavorare con Avati ( nel racconto "Un mestiere" c'è questa parte) e così "Morning Star Point" aveva preso la via del cassetto.
Ero stato un'ultima volta a casa di Ronci, a Varigotti, per il capodanno '82/'83 con la mia fiamma d'allora, Valeria V. 
C'era Speedy, c'era Livio ma Ronci no.
Poi più nulla.


Pit e Valeria - capodanno '82/'83


Forse, un giorno, da qualche parte tra i miei papiri salterà fuori la ragione per cui, nel 1988, ho ripreso in mano "Morning Star Point" correggendone delle parti, mentre è comprensibile invece la ragione per cui, nel 1996, l'ho di nuovo riesumato e rielaborato ulteriormente, cambiandogli anche il titolo e facendolo diventare "Chatham Creek".
La ragione del '96 è che l'anno precedente avevo vinto il premio al Solinas e ci volevo riprovare, perchè chiunque ci sia passato sa che quelle occasioni stimolano appetiti incontrollabili. 
Così, visto che c'era anche una categoria per soggetti e trattamenti, l'avevo spedito.
Non ero neppure entrato in finale.
Poi, nell'estate del 1997, Laura era a Venezia per un film e una sera la location manager per la quale lavorava, Rosanna R., le aveva proposto di andare ad una cena dove c'erano Claude Lelouch e la Martinez con un loro produttore, che era un'amico d'infanzia di Rosanna.
La nostra convivenza, quella mia e di Laura, era iniziata da poco. 
Lei, da Venezia, era venuta a vivere a Torino e avevamo iniziato a condividere molte cose, compresa la rubrica telefonica, nel senso che lei aveva riportato su quella che tenevo di fianco all'apparecchio molti dei suoi numeri.
Così, quella sera a cena, quando Rosanna le ha presentato il suo amico d'infanzia - Inigo - si è ricordata di quel nome curioso, intravisto sulla mia rubrica, e gli ha chiesto se mi conoscesse.
Inigo aveva reagito con entusiasmo e altrettanto aveva fatto sua moglie Marie Christine.
Ero stato al loro matrimonio nell'82, a Roma. 
I testimoni di nozze erano Nanni Moretti e Riccardo Cocciante.
Io e Inigo avevamo lavorato insieme in un film di Gianni Amelio (vedi sempre "Un mestiere").
Insomma, l'8 settembre del 1997 ci hanno fissato un appuntamento nel sontuoso appartamento che occupavano sul Canal Grande e abbiamo fatto questa affettuosa rimpatriata.
Inigo e Marie Christine erano titolari di un paio di case di produzione, una a Roma e una a Parigi e va da sè che, alla fine, l'argomento è caduto su quello che stavo facendo.
Ho raccontato del Solinas e mi hanno chiesto di spedire loro la sceneggiatura.
Dopo pochissimi giorni avevo ricevuto una risposta articolatissima, che rivelava che l'avevano letta ambedue con attenzione, ma che mi comunicava che, curandosi loro di produzioni internazionali, l'argomento non aveva sufficiente appeal per eventuali partners non italiani. 
Chiedevano se non avessi altro da far leggere, ed è stato allora che ho spedito, senza molta convinzione, il trattamento di "Chatham Creek".
La reazione era stata tanto tempestiva quanto inaspettata.
Quella storia era quello che stavano cercando. Non mi sembrava vero.
Questa è la ragione per cui, nel 1999, diciannove anni dopo la prima stesura, "Morning Star Point" è diventata una scenggiatura, cui avevo cambiato il titolo in "Chatham Creek".
A quel punto è iniziato un altalenare che sono contento d'aver vissuto, malgrado non abbia sortito l'effetto sperato.
Ricevevo messaggi e telefonate che parlavano di interessamenti da parte di Danny, e io ero costretto a chiedere chi fosse Danny, e quando ricevevo in risposta che si trattava di Danny Glover non facevo in tempo a riprendermi dall'incredulità che si riparlava di Danny, e dal momento che se ne parlava argomentando in modo che mi stupiva ulteriormente, chiedevo "Ma, Danny Glover ?" e la risposta era un divertito "Ma no ! Danny Aiello !"
Insomma, da Torino era difficile mantenere l'equilibrio.
Anche perchè gli eventuali partners americani facevano le pulci su ogni scena, su ogni dettaglio caratteriale dei personaggi, e bisognava continuamente rassicurarli e spiegare.










Allora le comunicazioni rapide viaggiavano soprattutto via fax, e io ricevevo sempre missive piuttosto sconcertanti, anche se stimolanti.
Un giorno, da parte di Bettina Fischer che era una specie di loro agente americano, avevo ricevuto da Los Angeles una lettera tradizionale con acclusa una fotocopia.











Così ero entrato nella "gilda" degli scrittori americani, ero diventato membro di un'associazione che contava tra i suoi affiliati molti dei miei idoli di sempre. E per di più nella sede di Los Angeles, quella degli scrittori hollywoodiani.

I messaggi continuavano ad essere stimolanti, anche quando contenevano elementi che facevano mordere il freno.
I "Bacci" di Marie Christine tradivano la sua abitudine ad esprimersi in francese.




 

Poi lei e Inigo erano partiti per il Kazakistan dove avevano in corso una produzione.
Cosa sia successo laggiù l'ho capito solo per sommi capi.
Sono stati taglieggiati dalla mafia locale, il regista si è rivelato un incompetente, i predoni li hanno derubati delle attrezzature e, al ritorno, si sono ritrovati la sorpresa della scomparsa di una loro socia che se l'era filata con la cassa, o qualcosa del genere.
Chiaro che "Chatham Creek" non era il primo dei loro pensieri.
Mi sono ritirato con discrezione, disorientato da quel disastro, augurandomi che ce la facessero a risollevarsi. Nel frattempo mi si erano presentate un paio di occasioni rincuoranti e così ho messo da parte "Chatham Creek" e lì è rimasto.
Per certi versi ho la sensazione che sia stato un bene, per questo film come per "Un febbraio di 30 giorni".
Intendo dire che ambedue, sulla carta, hanno destato entusiasmo e partecipazione, ambedue mi hanno regalato, nella loro formulazione ipotetica, occasioni di incontri e riscontri che non avrei mai immaginato, di ambedue non posso dire con certezza che, una volta realizzati, non avrebbero subito il destino della maggior parte dei films che vengono girati, vale a dire una brevissima stagione di indifferenza prima di precipitare in un limbo definitivo d'oblio.
Molti dei miei compagni di avventura cui il fato ha offerto l'occasione di un film lo hanno realizzato a prezzo di fatiche inenarrabili, sforzi titanici, indistruttibile fiducia nel proprio talento anche di fronte alle più inoppugnabili delle verifiche contrarie.
Io voglio viaggiare leggero. Forse, a suo tempo, ho scelto un mestiere con leggerezza, non so. Eppure in qualche modo ha funzionato, meravigliando me più di chiunque altro.
Di quei due lavori non realizzati mi resta il film dei racconti di Suso nel bow window di via Paisiello e dei fax da Los Angeles. 
Non mi sono mai sentito così regista come in quel film.
Fantasticare è sempre meglio che ottenere, perchè somiglia sempre di più al tuo sogno.


  
Pit nel '99 in Nebraska, ma per un altro film...

venerdì 19 ottobre 2012

CONTEMPORANEA

Sono quasi sempre rivolto al passato, e così sarà quasi sempre. 
Ho iniziato  da adolescente ad alimentare nostalgie, ma ancor più che nostalgie desideri di aver vissuto tempi che mi hanno preceduto, e in modi che non ho conosciuto.
Quindi un'attitudine inevitabile per questo blog, finchè durerà. Però ogni tanto un salto nel presente non mi dispiace, soprattutto quando riguarda fatti che desidero stiano con me.
L'11 ottobre abbiamo trascorso una illuminante - e per certi versi persino incoraggiante - serata con Sergio Rizzo.


Sergio Rizzo, Pit


Paola Allais, Pit, Sergio Rizzo
 (foto Resteglian)

L'8 settembre abbiamo presentato una bella mostra di Paolo Giaretta, che - a mio avviso - sa dipingere luoghi e circostanze che puoi intuire dai tratti essenziali, ma che immediatamente si rivelano per qualcosa che "sai" che hai conosciuto, e di cui arrivi ad avere una vaga nostalgia. 
( E' la terza volta che uso la parola nostalgia in questo post, ne sono consapevole, ma è una parola che amo, un sentimento che pratico senza affanno, se non quando la provo per qualcosa che non ho conosciuto, e anche in quelle occasioni mi sembra foriera di curiosi conforti).


Laura, Pit, Betta e Giulia
(foto Rossato)


Roberta

POSTILLE

Oggi ho ricevuto due mail, una di Speedy che mi aggiorna sull'elenco delle persone che saranno presenti alla cena di rimpatriata anni '70 di fine mese, a Torino, l'altra di Susanna, che rivedrò, sempre a fine mese, a Milano e che con generoso affetto accumula letture di progetti miei non realizzati.
Chiede di portarle il trattamento del "Febbraio" e sono andato a cercarlo, prima nell'archivio cartaceo, poi sul computer.
Chissà dove diavolo è.
Però nel cartaceo ho trovato due messaggi che corredano "Atti mancati 8".







...e io, invece, mi ero arreso. Senza neppure troppa amarezza.
Nel cartaceo, come del resto sul computer, del  "Febbraio" ho trovato soltanto un paio di versioni della sceneggiatura.
Mi sono messo a rileggerla - non lo facevo da vent'anni - e mi ci sono divertito, così, magari la posterò a puntate. Non è per niente male, ancora adesso.
E poi ho trovato un paio di polaroid di edizione anche di Barbara D'Urso di "Erba selvatica" del 1982, e mi pare veramente che sia un fenomeno di inossidabilità.





SALTINCIELO 1970



E veniamo a quello che sarà quasi certamente l'ultimo frammento di super 8 dei tempi andati.
( E' vero che non si può mai sapere, però le scorte mie, a meno di qualche fortuitissimo ritrovamento molto improbabile, sono finite).
Sono momenti di un filmato girato in occasione del compleanno dei 18 anni di Matilde, un'amica di Rapallo.










Il filmino comprendeva molte presenze a noi sconosciute ma ne ho estrapolato alcune figure riconoscibili, come Paolo Buratti, tenebrosissimo e ipnotico, Speedy,  Giorgio Carezzana, Renato Bertrandi e, in coda, il sottoscritto con una specie di smoking coreano di raso rosso in compagnia di Margherita Savoini e - guarda un po' chi si rivede, sarà sopravvissuto ?  - Sandro Ottolia.
Non sono che attimi e noi, lo ammetto, siamo anche piuttosto sfigatelli se osservati in un'ottica odierna.
Tutto - confortato dalla consultazione del mio diario del '70 - inizia sabato 11 aprile, quando Franco Cielo imbarca sulla sua Porsche 912 targa color caffelatte appena ricevuta in regalo, Speedy, Buratti e me e si parte con decisione estemporanea per Rapallo.
Una volta là, siamo andati a casa di Susanna Montalcini,  un' amica di Patrizia e Antonella che era venuta con loro in vacanza a Sauze d'Oulx, poi a cena e quindi in una discoteca che si chiamava Satyricon.
Le mie considerazioni diaristiche a proposito della fauna femminile sono risparmiabili.
Va da sè che quattro diciottenni che piombano tra capo e collo su una Porsche dovevano fare il loro effetto.
Insomma, siamo tornati a Torino, abbiamo fatto in tempo ad andare prima alla Clessidra e poi al Casanova, due discoteche dell'epoca dove sicuramente ci siamo comportati un po' da smargiassi: il viaggio di andata e ritorno nella notte, l'eccitazione data dall'aver scoperto un vivaio inaspettato di ragazze, la voglia di fare i bulli con gli amici che non erano venuti con noi e, soprattutto, l'annuncio di una festa di 18 anni cui eravamo invitati, da Susanna, per giovedì 30 aprile.
 









A quella festa ci siamo andati in tanti, io ho conosciuto Margherita, Renato una cugina di Susanna, di statura minuscola e tette enormi.
Siamo tornati a Rapallo il primo di giugno, per un'altra festa di 18 anni, quella di Matilde, del gruppo di amiche genovesi, cui le immagini del super 8 si riferiscono.
Il 6 di giugno la cugina di Susanna, quella piccolina e pettoruta, come segnala il diario, viene da Milano a Torino a trovare Renato e, con loro e Sara Randaccio, andiamo a vedere "Billy Jack" di T.C. Frank, che scatena il mio entusiasmo. 
La cugina di Susanna l'ho poi ho rivista dodici anni dopo, nell'82, a Milano che recitava una particina in un film dove facevo il segretario di edizione, "Erba selvatica", con Barbara D'Urso come protagonista e un Lou Castel riesumato come comprimario (credo di averne parlato anche in "Un mestiere", ma non sono sicuro). Interpretava una prostituta picchiata da un magnaccia e mi sono rimaste un paio di polaroid di edizione ( si usavano per il controllo di pettinatura, abbigliamento, trucco, accessori, in caso di riprese in giorni successivi ma riferibili alla stessa scena, quando ancora la fotografia tradizionale non forniva risultati istantanei ).
Il seno era meno vistoso di come ricordavo.
Non mi aveva riconosciuto e io non mi ero fatto riconoscere. 













Pit e Luisa Gnecchi sul set di "Erba selvatica"



Ecco, tutto qui, e non è granchè, lo ammetto. 
Margherita non condividerà questa laconicità, lei che ha sempre attribuito a quei momenti un'importanza cruciale, ma io non riesco a vederci nulla di più che un gruppo di amici fragili, ostinatamente alcoolici, un poco ridicoli e malati di esibizionismo, come forse è comprensibile che si sia a quell'età. 
Sta di fatto che, rivedendomi, avrei preferito essere più simile a quello che sono oggi.




giovedì 18 ottobre 2012

ATTI MANCATI 8

Non ho mai realizzato un lungometraggio di fiction.
Questo è un dato che, più avanti, ricorderò quanto in una particolare occasione sia stato determinante.
Ho girato cortometraggi fiction e documentari che in termini di minutaggio sono lungometraggi (90'). Uno addirittura - "Lungo viaggio verso casa" - nella versione originale dura 5 ore. Però non ho mai realizzato un lungo di fiction.
Questo non significa che non abbia tentato. 
Non moltissimo, devo ammettere, e senza una gran determinazione, ma quella mi ha sempre fatto difetto.
Ci ho provato in due occasioni.
Provarci significa che prima scrivi il film, poi cerchi qualcuno che te lo produca. 
Ciò presuppone una serie di passaggi che a molti dei non addetti ai lavori sicuramente sfuggono, e dal momento che i miei due tentativi sono stati connotati da vicende particolarissime credo che meritino il racconto che se ne può fare in un paio di "Atti mancati".
Un film, quando nasce sulla carta, parte in genere da un cosiddetto soggetto - qualche cartella - in cui si riassume l'intera vicenda.
Il passo successivo, che molti saltano, è quello che riguarda il "trattamento": una lavorazione più lunga e articolata, in cui la vicenda si dipana corredata dai particolari, dal carattere dei protagonisti, da tutti gli elementi che ne fanno una specie di racconto lungo.
La sceneggiatura vera e propria suddivide quel racconto in scene, con le caratteristiche di luminosità (interno giorno, esterno tramonto, interno notte etc.) e lo arricchisce dei dialoghi.
E' un bel lavoro, impegnativo e piuttosto lungo, a seconda della chiarezza che chi scrive ha in testa riguardo all'avvicendarsi degli episodi della storia che intende raccontare.
Nei miei cassetti giacciono soggetti e trattamenti, ma ho scritto in tutta la mia vita solo 4 sceneggiature, e se si escludono le prime due, scritte una nel 1979 e l'altra nel 1980 e ambedue cestinate volontariamente pochi anni dopo, ne restano due, e sono quelle di cui vorrei raccontare.
Per questa puntata di Atti Mancati comincerò dalla seconda.
Nel 1990 ero ancora ad Ipotesi Cinema. 
Come è noto ai più, là l'argomentare riguardava soprattutto la relazione con il reale, con il quotidiano, che non è mai stato il mio forte, così quando Olmi insisteva perchè si scrivessero storie che avessero una vigorosa e originale inclinazione in quel senso, io mi ci sono messo più per scommessa con me stesso che con passione.
Ho deciso di scrivere la storia di un impiegato, e non avendo mai avuto esperienze del genere  ho sottoposto il mio amico Pierangelo ad un lungo interrogatorio sui ritmi, le caratteristiche, i vezzi, e i paradossi di un lavoro di ufficio in una grande azienda.
Lui si è prestato, e da quel notevole affabulatore che è mi ha indottrinato anche più di quanto mi aspettassi.
Per il resto, gradualmente, il mio protagonista, Aldo Liranzi, ha cominciato a diventarmi simpatico, e alla fine gli ero proprio affezionato. 
I luoghi della sua vita, che avevo solo e sempre immaginato, diventavano reali, mi convincevo che esistessero davvero. Insomma una lunga e comprensiva coestistenza che alla fine aveva avuto come risultato "Un febbraio di trenta giorni".
Ho portato la sceneggiatura a Bassano, e a questo punto vorrei saltare un passaggio, anche piuttosto lungo, perchè ancora adesso mi mette a disagio. 
Dopo mesi di attesa, ho scoperto che la mia sceneggiatura era "scomparsa".
Non saprò mai quali siano state le ragioni di quell'imboscamento nè a chi imputarne la responsabilità. 
Là per là non ne avevo sofferto, tenendo conto che tra il '90 e il '94 ho avuto un'attività piuttosto frenetica che mi aveva quasi fatto dimenticare quella sceneggiatura.
Quando mi sono finalmente deciso a fare le mie rimostranze ho dovuto consegnare una nuova copia e assicurarmi che venisse presa in considerazione. 
Olmi ne ha affidato la lettura a Toni De Gregorio, però io nel frattempo - e sinceramente non ricordo come - l'avevo inviata per partecipare al Premio Solinas.
Da quel momento tutto ha cominciato a filare. Ho superato la selezione e, nel 1996, sono stato invitato all'isola della Maddalena per partecipare alla consegna dei premi.
Allora il Solinas era non solo il più prestigioso premio di sceneggiatura del nostro paese, ma credo che fosse anche l'unico,  e la giuria era composta da un parterre de roi del nostro cinema che oggi sarebbe impossibile raggruppare (anche perchè certe figure eminenti sono nel frattempo decedute).





Questa è stata scattata l'ultimo giorno. Se ne erano andati
quasi tutti. Nella terza fila dal basso, a sinistra, il secondo è 
Rogerto Galante, che con me e Giovanni Fasanella, secondo e primo 
a destra in seconda fila dal basso, componeva la triade
dei secondi premi ex equo, o menzioni che dir si voglia.
In prima fila, tra Maurizio Nichetti e Andej Longo, c'è
Giorgio Arlorio. Andrej l'ho rivisto un anno fa.
Lo abbiamo invitato a presentare i suoi libri (Adelphi) in biblioteca.



Ho conosciuto persone simpatiche, ho goduto di seminari con alcune tra le figure leggendarie della sceneggiatura, ho rivisto vecchie amiche ed amici del tempo di Roma, sono stato lusingato dai giudizi dei giurati.









la scheda di Leo Benvenuti




Leo Benvenuti e Giorgio Arlorio



Piero De Bernardi e Giorgio Arlorio



la scheda di Giorgio Arlorio



Non ho tutte le schede dei giurati, ma quelle che ho le posto. Mi sento autorizzato a pavoneggiarmi un pochino. 
Non a tutti è accaduto di venir giudicato per la propria abilità narrativa con parole che ancora oggi mi rincuorano.



la scheda di Sandro Petraglia



la scheda di Paolo Virzì



la scheda di Maurizio Zaccaro



Dunque una settimana di vacanza, con gli ultimi bagni in mare, serate con liquore di mirto e rock and roll, una chiacchieratina con Procacci che, se non fossi stato sbronzo, forse avrebbe sortito risultati meno evanescenti.





Ho incassato il mio assegno e mi sono preparato a tornare a casa nella convinzione che, ormai, la cosa fosse fatta.








Il ritorno ad Ipotesi Cinema con un premio all'attivo modificava l'atteggiamento nei miei confronti. 
L'allora capo struttura di Raiuno per il cinema, Alessandrini, un giorno che era venuto in visita, mi aveva invitato a passare da lui a Roma per parlare del mio film.
Da questo momento in avanti gli eventi si accavallano nella mia memoria in maniera confusa.
La decadenza di Ipotesi Cinema, la morte di Alessandrini, il mio emanciparmi produttivamente trovando altri interlocutori nell'ambito del documentario, hanno fatto sì che, di nuovo, io abbia dimenticato il "Febbraio", finchè un giorno del 1998 ricevo una telefonata da Stefano Rulli, della coppia Rulli/Petraglia, giurati del Solinas. 





le due facciate della scheda di Stefano Rulli



Lui ricordava la mia sceneggiatura, e mi segnalava un bando di concorso per un un laboratorio internazionale di specializzazione per sceneggiatori varato da Scuola Nazionale di Cinema e Cineteca Nazionale.
Una cortesia che, ancora oggi, mi meraviglia. 
Alla Maddalena non avevamo scambiato che poche parole, erano passati due anni e quest'uomo mi rintracciava per segnalarmi un'opportunità.
Mi auguro di aver, almeno una volta nella vita, saputo fare altrettanto per qualcuno.



I miei appuntamenti a casa di Suso Cecchi d'Amico con Francesco Bruni per "lavorare" sulla mia sceneggiatura conservano il sapore di un tuffo in un mondo fatato dove lei ci parlava del cinema dei giganti con i quali aveva lavorato.
Sedevamo ad un tavolo in un bow window affacciato su via Paisiello, e io ancora non sapevo che a pochi metri da dove ci trovavamo si era schiantato, all'alba di molti anni prima, sulla sua Thunderbird, Fred Buscaglione, e neppure sapevo che entro poco più di un anno avrei trovato un produttore per il mio film proprio su Fred.
Terminata questa fase inizia quella conclusiva.
Francesco Bruni mi aveva messo in contatto con Donatella Botti e la sua Bianca Film.
A lei il "Febbraio" interessava, e ci siamo messi a lavorarci su.
Siamo arrivati addirittura al casting. 
Ricordo una lunga chiacchierata con Roberto Citran, che sarebbe stato un Liranzi molto convincente.
Quello che è successo in seguito è che Donatella ha intrapreso i passi per coinvolgere nella produzione Raiuno. 
La responsabilità di decidere, dopo la scomparsa di Alessandrini e dopo Cereda, era stata suddivisa tra due figure, una che si occupava degli esordienti e l'altra del resto.
Responsabile degli "altri" era Cecilia Valmarana, amica di Olmi e Alessandrini, figlia di quel Paolo che aveva contribuito a creare Ipotesi Cinema, nonchè mia vecchia fidanzata (vedi "Un mestiere"). Questo non significa che ci avrebbe semplificato la vita, ma almeno sapevo che la mia sceneggiatura le era piaciuta.
Ad occuparsi degli esordienti era tal Brancaleoni, che non ho mai incontrato.
E torniamo a riferirci a quello che dicevo all'inizio. 
Pur avendo alle spalle una sessantina di regie ero, per ciò che concerneva il lungometraggio fiction, da considerarsi un esordiente.
Brancaleoni si dichiarò incerto sul mio film. 
Non lo convinceva. 
Io non ho mai avuto modo di parlargli, ma dubito che avrei saputo fargli cambiare idea.
Così dopo anni, con soprassalti di delusioni ed entusiasmi, attestati di stima e lunghi interregni di silenzio, montagne russe di emotività cimentata dalle concomitanze più imprevedibili ( ho cercato di essere possibilmente sintetico, saltando dei passaggi, vuoi per amore di brevità, vuoi perchè tendo a dimenticare le cose che non hanno funzionato, così che questa sequenza di "atti mancati" è un bell'esercizio di vigilanza mnemonica, anche se in parte spiacevole ) "Un febbraio di trenta giorni" si è arreso, nel senso che io mi sono arreso per lui.
So che molti miei "colleghi", con quelle credenziali, non si sarebbero dati per vinti. Ma io sono fatto così.
A un certo momento individuo una cesura, un limite oltre il quale mi sembra superfluo andare. In fondo somiglio, per certi versi, al mio personaggio Liranzi.
C'è un verso di una poesia di Sandro Penna che recita così (più o meno. Se sbaglio una parola i suoi estimatori mi assolvano. Lo amo almeno quanto lo amano loro) 
"Vivere vorrei addormentato nel dolce rumore della vita".
Un ambizione condivisibile. Condivisa.

lunedì 15 ottobre 2012

NOLI '59/'64




Ho già parlato di Noli, prima sfiorandolo un paio di volte nel racconto "Noi quattro" postato giovedì 31 dicembre 2010, poi più articolatamente nel post di venerdì 17 febbraio 2012.
Negli anni immediatamente precedenti a quelli descritti allora, nell'epoca della fanciullezza, mio padre - e occasionalmente mia madre - con una cinepresa 8mm, una Movinette con ottica fissa Zeiss, documentavano la vita di spiaggia.





Non so quanti sapranno o potranno riconoscere e riconoscersi, ma tra ragazzini (oggi quasi anziani) e adulti ci sono gli Azario, i Biffignandi, i Buratti, i Casalegno i Cottini, i Ferrari, gli Ottolenghi, gli Scandola i Trione e altri di cui non ricordo il cognome.
Difficile dare un ordino ai contenuti. Mi limiterò a ricordare ciò che mi ha colpito rivedendo il materiale per montare questi frammenti: la fenomenale maschera di mio padre, a due boccagli e che copriva sia naso che bocca, un aggeggio visto soltanto a lui, e poi il dinghy, prima quello in legno e poi quello in plastica, imbarcazioni per avventurose uscite in mare aperto, su quel guscio di noce che andava sia a remi che a vela (romana) nonchè sospinto da un borbottante Johnson tre cavalli e mezzo, e ancora il mio cucciolo di cocker Tommy, l'allegria infantile di tutti durante le mareggiate, Cristina Gorlier di cui ero infatuato, quei costumi con gale e balze di mia madre, le auto d'allora che sfilano sull'Aurelia mentre io sto appeso ad un ramo d'oleandro a testa in giù, e tanto ancora di quel mondo piccino, di quelle memorie tascabili ma indelebili.






lunedì 8 ottobre 2012

'61, '62, '63, '64




Un altro blocchetto di resuscitati frammenti di 8mm. 
Una questione di pochi minuti.
Questa volta si inizia con con una pasquale Sauze d'Oulx nel 1961.
Raffy e Gianni Lingua con me a rotolarsi sui prati della Clotès. E poi un gruppetto pronto per pasquetta in cui solo io posso riconoscere me stesso in compagnia ancora di Raffy e Gianni, Mariella e Paolo Buratti e Cristina Casadio.
Poi ci sono ancora io che corro in un prato e al volante della 1500 di mio padre, ovviamente ferma. Segue una camminatina in giardino fiorito di mia madre che si porta appesi sottobraccio Gianni L. e me, elegantini. Siamo sempre nel '61, così come nella mia  evanescente comparsa in stile western.
Segue una sequenza sottoesposta in Cimavilla in cui traffico con una pala, pipa in bocca (era il periodo Tom Sawyer/Huckleberry Finn) che avevo scovato nella vecchia casa di cui parlo nel racconto "Perla", postato il 26 dicembre 2010.
Poi c'è un passaggio mio e di Serge Glaudo, lui con il mio cappello da cow boy un po' di traverso, io con quei formidabili bleu jeans che mi arrivavano dall'America, con un fare un po' da bulletto immusonito. Segue un'inquadratura fissa, sul muretto sotto il piazzale di Rueglio, ancora con Serge, Vittorio, che era il figlio del farmacista, il sottoscritto e, con la sporta del pane Eligio C. attualmente miliardario, collezionista, lontano.
Conclude il ciclo del '61 un frammento in Biaulì.
(Nel post di martedì 5 giugno 2012 "Toujours Paris" ci sono immagini di Biaulì di quando era il mio domicilio, nei primi anni '80, e anche un frammento nel finale del blocchetto di super 8 postato il 25 aprile 2011)
Ci siamo mia nonna, mia madre ed io che rosicchio pannocchie (vedi sempre Huck Finn) con in testa una di quelle papaline che portavamo tutti noi ragazzini figli della compagnia degli amici dei miei a Noli, prestandoci all'equivoco di essere considerati (alcuni di loro lo erano davvero) una colonia ebraica.
Il '62 è tutto in poche immagini girate a Barcellona da mio padre, che era là per lavoro, e da un suo collega, piuttosto spiritoso nell'impartire benedizioni vescovili.
Il '63 è anche lui raccolto in un'unica sequenza che mi vede scontroso e teppistico in Biaulì.
Detestavo quelle domeniche autunnali trascorse a non saper come riempire se non fustigando esili alberelli, già preso da un'aspirazione mod, con la mia prima giacca di pelle, i capelli fissati con chissà che, calzini bianchi, irritante come non mai.
Conclude il breve excursus un '64 dove sono assente, sempre in Biaulì, con mia madre, sua madre - vale a dire mia nonna - il padre di mio padre e, verso la fine, mio padre.
Mi piace guardarli perchè rivelano molto dei caratteri che poi ho riconosciuto loro. L'estroversione decisionista di mia nonna contrapposta alla rigidezza del consuocero, che pure tenta di darsi un tono, inconsapevolmente infantile.
C'è un momento in cui loro due e mia madre indicano ognuno una direzione diversa parlando tra loro mentre mio padre li riprende, e si capisce quanto non fossero fatti per capirsi.
La scenetta sotto il melo mi piace altrettanto. Mio nonno che si ingegna di raggiungere un ramo fiorito senza riuscirci, e mia nonna che lo afferra con noncuranza, e ancora lui che, quando finalmente ce l'ha fatta ad agguantarne uno, sta lì, in posa, come con un incerto trofeo.
Era stato un uomo autoritario e non simpatico - almeno a me - ma vedermelo che dice senza essere ascoltato e cerca di fare senza risultati mi fa un poco tenerezza.
Ad un certo punto compare mio padre, era dunque mia madre a riprendere. 
Sia lui che mio nonno sono in giacca e cravatta, con il fazzoletto nel taschino della giacca. In mezzo a un prato, in campagna, mah...
Mio padre porta il cappello di suo padre, che non si muoveva mai senza, e che si era tolto per l'occasione delle riprese, credo. E poi finisce.




sabato 6 ottobre 2012

ATTI MANCATI 7

Nel 2001 ho ripescato un mio vecchio progetto cinematografico.
Era la rielaborazione di un soggetto risalente al 1980 e rivisitato nel 1988, costituito da una sceneggiatura e da un trattamento piuttosto articolato, come una narrativa dichiarazione di intenti.
Ho cestinato la sceneggiatura dopo la rilettura - mi pare di ricordare che i dialoghi mi erano parsi tutti piuttosto forzati e melodrammatici - e ho salvato quello strano trattamento.
Il titolo era "Forever young".
Con la storia degli "atti mancati" casca a fagiolo, anche se proprio di atto mancato non si può parlare perchè cercare di dargli un destino mi è sempre parso fuori discussione. 
Un'esercitazione, il diletto di raccontare, tutto qui. Lo facevo spesso.
Negli anni '80 sono stato particolarmente prolifico. C'è tutta una costellazione di lavori abbozzati, sospesi, ripresi e di nuovo abbandonati, e altri invece con una loro conclusione, anche se privi dell'abbrivio che avrei potuto - o dovuto - tentare di dare loro per un eventuale sviluppo realizzativo.

Così adesso me li vado a cercare e li accumulo in questo silo di affaccendati e infantili trascorsi che è il mio blog.
Ci traffico e, alla fine, sono soddisfatto come uno dei sette nani. 




 Pit nel 1980








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FOREVER YOUNG






L'ultima persona al mondo dalla quale Angelo avrebbe pensato di poter ricevere una telefonata ha appena chiamato.
Riemergendo da un passato che lui era convinto d'esser l'unico a coccolare ogni tanto, gli ha aperto, con la sorpresa, anche una prospettiva inattesa.
Ed è per questo che ora, in pigiama - è domenica mattina -  dopo aver rovistato nei meandri di un profondo sgabuzzino ed averne estratto una logora custodia coperta di decalcomanie, Angelo sta in piedi davanti agli specchi dell'antiquato armadio a tre ante di una camera da letto austera e un po’ lugubre e accenna mossette e passaggi sul basso Hofner che sta imbracciando.
Così lo sorprende l'anziana signora - sua madre - che sta rientrando in camera sua.
Una madre con la quale Angelo vive da sempre, trascinando la sua vita di quasi quarantenne/ cinquantenne, gestendo l'agenzia di Onoranze Funebri di famiglia e mascherando la sua identità di omosessuale latente e irrisolto.
La madre - è stata lei a prendere la telefonata - ha riconosciuto, malgrado i venti/trent'anni passati, la voce all'altro capo del filo, e ora, vedendo il figlio in quell'atteggiamento si preoccupa.
Angelo, al contrario, è fiducioso, eccitato, pieno di smanie.
Perché a chiamarlo è stata la Nico.
La Nico che era sparita da un giorno all'altro mollando tutto, soprattutto il loro gruppo - gli Scalping Knife - disciolto pochissimo tempo dopo la sua defezione e i cui componenti si erano definitivamente persi di vista in un lasso di tempo sorprendentemente breve.
La Nico è riemersa da quel passato scegliendo l'unico al quale potesse rivolgersi: Angelo, il bassista, malinconico, un po' isterico, indeciso e influenzabile, e gli ha affidato una missione.
Angelo deve, a distanza di venti/trent'anni, rintracciare gli altri componenti degli Scalping Knife e avvertirli che la Nico, in occasione del suo compleanno dei quaranta/cinquant'anni, vorrebbe suonare ancora una volta con loro "in concerto".
Il come e il dove sono semplici.
Lei è stata molto diretta ed esplicita, come sempre.
E' molto ricca, o meglio lo è il suo attuale marito, che ha abbracciato con entusiasmo l'idea del concerto, nonostante si tratti di un capriccio atto a riunire dopo un tempo esagerato, una band di dilettanti che aveva suonato giusto in qualche cantina e a qualche sagra.
Un concerto che si terrà nel parco della villa dove lei risiede occasionalmente, per un ricevimento con centinaia di invitati.
Occorrerà un breve periodo di prove, ci sarà un gettone d'ingaggio su cui lei ha insistito senza imbarazzo e così cospicuo da mettere invece in imbarazzo Angelo, una vacanza in un bel posto, una festa. Ritrovarsi.
Sembra strano detto da lei, che li ha mollati di punto in bianco senza mai più ricomparire, ma Angelo non è il tipo che sottilizza, e lei lo sa.
Così lui si mette subito in caccia.
Con il dentista - le tastiere - non c'è problema. E' il titolare di una degli studi dentistici più avviati della città.
Il problema, se mai, c'è stato quando si è trattato di prendere un'appuntamento come amico e non come cliente, quindi superare lo sbarramento di flautate voci femminili, cicalini classicheggianti fino ad arrivare a lui, che sulle prime non si ricorda, o finge di non ricordare, Angelo, la Nico & C.
Si rivedono nello studio del dentista, elegantissimo, vivacizzato da uno stuolo di immacolate collaboratrici che sembrano essere state scelte più per l'avvenenza che per la competenza.
Angelo risulta essere rimasto pressoché uguale: sempre magrino, con i riccioletti che si ostina a portare lunghetti, che sono ingrigiti ma sempre fitti. Il dentista invece è parecchio cambiato.
Quasi obeso, calvo, con lenti che coprono male le borse sotto gli occhi.
Ma vivace, eccessivo, tronfio per il proprio successo, esibizionista.
Perplesso di fronte alla proposta della Nico, ma tentato dall'idea di poter sfoggiare la propria posizione anche con lei.
Non impiega molto tempo a organizzare sotto gli occhi di Angelo, di cui spia le reazioni, la gestione dello studio durante una sua eventuale assenza anche prolungata. In realtà la sensazione che si ha è che lo studio funzionerebbe alla perfezione anche se la sua assenza fosse definitiva.
Il dentista, che come dentista si vocifera sia una mina vagante, ha saputo al contrario, con invidiabile spirito imprenditoriale, circondarsi di professionisti eccellenti e poco intraprendenti in un'atmosfera di rasserenante eleganza.
Così il dentista ci sta.
Trovare Mario - la chitarra solista - è stato decisamente meno facile.
Nessun elenco telefonico è stato d'aiuto.
Nessuna traccia della sua famiglia. Del resto Mario è sempre stato piuttosto enigmatico.
Ma Angelo rivela un inaspettato talento di segugio. E scova anche Mario. Gestore di un maneggio un po' scalcagnato, fuori città - più fango che prati, più ronzini da macello che cavalli da sella - in evidente condizione di precarietà.
Mario, ancora più asciutto di allora, la pelle tesa sugli zigomi, i capelli lunghi raccolti in una coda, baffi ingrigiti - l'ultimo degli hippies -  nonostante tutto sembra perplesso, non convinto, distante.
L'insistenza di Angelo, il suo implorante entusiasmo, non paiono contagiarlo. Soltanto dopo che se ne sarà andato, Mario, parlando con la ragazza che vive con lui - una straniera che per età potrebbe essergli figlia - ci permetterà di capire che per loro due quell'occasione è mandata dal cielo. Filarsela sarebbe stato opportuno comunque.
Per quanto riguarda Sergio - il batterista -  il problema non è tanto il rintracciarlo.
Sergio lavora per una grossa impresa edile, con cantieri sparpagliati nel terzo mondo, come "capocampo" responsabile degli alloggiamenti e degli approvvigionamenti per le squadre di specialisti che si alternano sui lavori.
I suoi ritorni sono sporadici, a volte forzati, in ragione di una guerra civile o di un'epidemia.
Ma siccome la vita quando da appuntamenti fatali li organizza garantendosi che non ci siano intralci, appena un paio di settimane dopo la fatidica telefonata della Nico fa sì che Angelo, il dentista e Mario riuniti siano all'aeroporto, in attesa dell'atterraggio del 747 che riporta a casa Sergio dal Quatar.
Con lui la questione appare subito molto più dura.
Non solo trovarseli di fronte non gli sollecita nostalgiche affettuosità - li tratta con un certo distacco, senza sorpresa, come se li avesse incontrati il giorno prima - ma soprattutto, informato del "richiamo" della Nico, oppone un rifiuto categorico. Si stupisce invece che loro siano disponibili a prenderlo in considerazione, ricordando  con poche dure parole come lei li avesse mollati senza preavviso né scrupoli.
Sergio è uno pieno di spigoli, chiuso, incazzato.
Li congeda fuori dell'aeroporto senza dare loro neppure il tempo di insistere.
Per i tre è una doccia scozzese.
Ognuno ha la sua idea in proposito, ma per ora nessuna risolve la questione.
Sergio ha detto no, e tra l'altro le sue ragioni hanno un poco incrinato le più o meno allegre disponibilità degli altri. E la partenza è imminente.
Naturalmente Sergio non ci pensa più. Anche perché ha altre gatte da pelare.
Il fallimento del suo matrimonio, che data ormai da anni, è stato virulento, astioso, muro contro muro con l'ex moglie Mara, che gli rende laborioso il soddisfacimento dell'unico desiderio che lui nutre a ogni suo ritorno, e cioè trascorrere il maggior tempo possibile con la figlia adolescente Alessia.
E adesso Alessia rappresenta il problema più grosso. Ha sedici anni e un carattere cesellato sull'esperienza della separazione traumatica dei suoi, dell'assenza pressoché totale del padre e della fragilità sentimentale della madre, che pare avere un magnetismo speciale nell'attrarre figure maschili negative.
In occasione di questo ritorno a Sergio tocca scoprire che sua figlia e la sua ex moglie sono ora fidanzate con un paio di amici - troppo vecchi per Alessia e troppo giovani per Mara - roba tipo P.R. per discoteche, arrembanti e anfetaminici, improbabili nell'abbigliamento come nell'attitudine al pensiero organizzato.
Tentare di parlarne con Mara sfocia in un immediato litigio. E a Mara si affianca Alessia, rinfacciando al padre di volerle impedire di vivere la propria vita.
Insomma tutta roba prevedibile ma dura, angosciosa.
Sergio, dopo i primi tentativi di riavvicinamento sembrerebbe risoluto a mollare.
Telefona all'impresa rendendosi disponibile per un ingaggio immediato.
Intanto Angelo e gli altri si preparano alla partenza, per raggiungere la Nico che ha detto che, pazienza, un batterista lo troverà lei.
Poi, un mattino all'alba, Sergio deve correre al Pronto Soccorso e ritrovarci Alessia ricoverata per abuso di psicofarmaci.
La verità viene fuori sconcertante e traumatica. Mara confessa tra le lacrime che lei e la figlia fanno uso, occasionale dice lei, di stupefacenti, in compagnia dei loro partners.
Sergio è senza parole, annientato di fronte a questa donna che sicuramente a suo tempo deve avere anche amato e di cui non riconosce nulla, se non la debolezza incosciente, quasi criminale.
Alessia intanto si riprende, e ritrovarsi accanto il padre sembra inaspettatamente confortarla.
Sergio si lancia nella sua crociata con la determinazione di un mastino. Attiva avvocati, chiede aspettativa all'impresa per cui lavora, affronta a muso duro il moroso della figlia, mette Mara con le spalle al muro, chiama Angelo che sta chiudendo la valigia e chiede se il posto di batterista è ancora vacante. Angelo è sconcertato, anche perché in realtà il sostituto già ci sarebbe, ma risponde di sì, anche quando Sergio dice che unica condizione è che possa portare con sé la figlia.
Qualche concitata telefonata alla Nico e tutto si sistema.
Così, un bel mattino, il loro aereo prende il volo, sulle note di   "Living on a Jet plane" che la Nico sta canticchiando accompagnandosi alla chitarra, accoccolata sul palco deserto, appena allestito, nel parco della sua villa, in attesa.
Intanto a bordo dell'aereo ognuno manifesta il suo carico emotivo in modo diverso: Angelo con l'euforia, il dentista con un po' di supponenza, Mario con il suo silenzioso sorriso enigmatico, Sergio pietrificato nel suo distacco, con pochi accenni maldestri d'affettuosità per la figlia.
Al loro arrivo la realtà supera le aspettative.
L'accoglienza è degna di una rappresentanza diplomatica. La residenza della Nico è sontuosa.
I vecchi ragazzi degli "Scalping Knife" stentano a dissimulare la meraviglia.
La Nico che ha spiato il  loro arrivo e ha vissuto questo momento in preda alle emozioni più contradditorie: prima gioia, poi come una delusione, un disappunto, forse un timore d'aver commesso un errore.
Ora finalmente si fa avanti.
Baci e abbracci di prammatica, un velo d'imbarazzo formale, il tentativo di tutti di scacciarlo.
Anche lei è cambiata. Appesantita, ma con la stessa simpatia contagiosa di allora, una vena turbolenta di eccentricità non doma, un sex-appeal intatto, malgrado le "ingiurie" del tempo.
L'assestamento del gruppo sarà graduale, fitto di microincidenti, incomprensioni, imbarazzi, entusiasmi e ritrosie.
Il marito della Nico si rivela subito per quello che è: un trafficone legato a lobbies politiche e industriali, fortemente vincolato da un sentimento indecifrabile alla Nico, borioso ma fortunatamente quasi sempre assente.
Per il resto attorno a loro gravita una pletora di personaggi di molti dei quali non si capisce il ruolo. Tra questo uno che si rivela subito simpatico è il ragazzo che si occupa della gestione di una vera e propria sala di prova e registrazione, che la Nico ha fatto allestire per il gruppo.
Strumenti e impianti sono tutti lì, eccellenti.
E così questa curiosa coabitazione - durante la quale affioreranno tutti i sospesi individuali e di gruppo, in cui ci si accapiglierà e ci si riconcilierà, in cui la Nico starà spesso sopra le righe, nel ben e nel male, in cui si riconoscerà l'impossibilità di ricostruire vere amicizie e su questo riconoscimento si fonderanno le basi per costruirne di nuove, forse meno illusorie ma anche meno fragili, in cui l'intimità forzata  faciliterà le confessioni, le tentazioni, le rivelazioni - soprattutto si suonerà e canterà.
Recuperando laboriosamente il repertorio degli Scalping Knife.
Covers di un po’ tutti i generi, ma sempre rivisitate con originalità ( uno Stand by me ska o un Cracklin'Rosie reggae ).
Creedence Clearwater Revival, Hollies, Donovan, Carole King, Byrds, Belafonte e molti altri ancora interpretati recuperando laboriosamente le proprie capacità musicali, abbandonandosi con sollievo allo spirito "dionisiaco" di una session riuscita, scontrandosi tra il tirar via e l'attardarsi in perfezionismi. Il tutto appunto mescolato a un quotidiano che, se pur dorato, resta vagamente concentrazionario.
Vuoi per questo, vuoi perché i 4 Scalping Knife vorrebbero ricambiare con un regalo la generosa occasione che la Nico ha offerto loro, vuoi perché la compagna di Mario fa notare l'annuncio su un quotidiano di un'asta di memorabilia rock e strumenti musicali nella grande città non molto lontana dalla residenza della Nico, insomma per tutta una serie di motivi i 4 si prendono una vacanza di un giorno.
All'asta il dentista può finalmente concedersi il suo momento di gloria: prima segnalando vistosamente i suoi rilanci sotto lo sguardo incerto dei compagni, poi maneggiando VISA oro, golden card American Express e analoghe con la maestria di un  giocatore delle tre carte non solo si accaparra una chitarra appartenuta a John Denver per la Nico, ma anche - ovviamente con minor spesa - un banjo per Angelo, un dobro per Mario, una concertina per sé e un paio di  timbales caribici per Sergio.
Con il loro carico di doni attraversano la città in preda ad un'euforia adolescenziale.
Scendono alla metropolitana per raggiungere la stazione ferroviaria da dove un treno li ricondurrà alla località della residenza della Nico.
Muovendosi per i cunicoli, sbagliando percorsi, tornando divertiti sui propri passi, seguono ad un tratto un suono che li raggiunge prima ovattato, mescolato agli echi dei brusii sotterranei, poi sempre più chiaro, definito dalla risonanza acustica del sottosuolo, fino a diventare voce limpida.
Quella di una ragazza piuttosto giovane ma dall'aspetto provato: i capelli arruffati, uno sguardo dalla fierezza spaventata , fisso su distanze indecifrabili.
Canta senza accompagnamento strumentale, a gola spiegata, come in una specie di implorazione, qualsiasi sia la canzone che interpreta.
I nostri 4 si fermano tra gli spettatori. Pochi per la verità.
Sembrano incantati da quella esibizione disperata e furibonda. E' Mario il primo a posare a terra la custodia e ad estrarre il dobro. Gli altri sono presi un po’ alla sprovvista ma si affrettano a fare altrettanto.
La ragazza li vede. Sembra intimorita dai loro gesti. Il berretto in cui raccoglie le offerte è quasi vuoto.
Sono i 4 sorrisi di affettuoso incoraggiamento, persino da parte di Sergio, a vincere la sua paura.
Gli Scalping Knife suonano per lei , appoggiano le loro voci in controcanti sotto la sua, riconducendola ad un'armonia meno disperata.
La gente si ferma, il berretto si riempie, le canzoni si susseguono, il tempo trascorre, fino a che c'è il rischio di perdere l'ultimo treno. C'è solo il tempo per un'ultima canzone e la ragazza intona un vecchio brano di Bob Dylan; sembra volerlo dedicare a quei quattro alieni che hanno l'età di suo padre e che paiono contenti come dei ragazzini. Cantano insieme "Forever Young".
Il ritorno alla villa è rivitalizzato da questa parentesi.
L'accordo musicale è cresciuto di pari passo con quello umano. Angelo è meno isterico, meno altalenante nei suoi umori, il dentista si è gradatamente riumanizzato, lasciando da parte l'enfasi del suo esibizionismo, Sergio si è ammorbidito, riesce persino a considerare con condiscendenza il flirt tra Alessia e il tecnico  della sala prove, Mario e la sua compagna hanno addirittura trovato un probabile impiego per la gestione delle scuderie del marito della Nico. E la Nico permea tutto.
Nei giorni che sono trascorsi è stata tenerissima e spietata, egoista e generosa. Si direbbe ossessionata da un'enfasi di accaparramento di emozioni che spesso sfociano in sorprendenti performances musicali.
Fino alla festa.
Che in realtà è una festa decisamente riuscita. Vale a dire dove la gente si diverte. Dove solo nella fase iniziale c'è la stupita e ammirata attenzione di tutti i presenti nei confronti dell’inaspettata esibizione della loro ospite.
Poi la gente comincia a ballare, a chiacchierare, ride, mangia, beve, si esibisce, esibisce, corteggia, tratta, trama, spettegola, rumoreggia.
E gli Scalping Knife fanno il sottofondo.
Gli applausi alla fine di ogni brano sono sempre generosi, ma durante le esecuzioni pochi sono quelli assiepati di fronte al palco ad ascoltare.
Poi anche la festa, con la lentezza dei congedi dilatati, volge al termine.
Gli Scalping Knife hanno lasciato il palco da un pezzo, cedendo il posto alla musica di un DJ.
Nel gruppo c'è compiacimento, spossatezza, malinconia, il vuoto difficile da colmare lasciato da una protratta scarica di adrenalina. Stanno nella festa e ne sono un po' fuori.
Poco prima della fine salgono un ultima volta sul palco per l'ultima canzone.
Dopo la Nico si accomiata consegnando a ciascuno dei componenti del suo vecchio gruppo una busta, raccomandandosi di aprirla solo quando saranno nelle loro camere.
C'è un velo d'imbarazzo.
Tutti sanno che la busta contiene l'assegno che lei ha preteso di pagare per la loro partecipazione. C'è chi ritiene che avrebbe potuto attendere un momento più opportuno, chi cerca di non accettare, chi vorrebbe trattenerla ma lei si sgancia con eleganza, con gesti affettuosi. Scompare.
Gli Scalping Knife tergiversano ancora prima di ritirarsi. Un ultimo bicchiere, chiacchiere, ammiccamenti con sconosciute.
La Nico si sta struccando di fronte allo specchio e loro sono ancora là, sotto i gazebo, accanto ai buffets in disarmo.
Poi, alla spicciolata, si ritirano nelle reciproche stanze, mentre lei finisce di struccarsi.
Nella busta, per chi l'ha aperta, c'è effettivamente un assegno, e anche cospicuo.
Il dentista scuote la testa e lo posa sul letto. Mario, seduto accanto alla sua ragazza addormentata, estrae dalla busta altri fogli, che accompagnano l'assegno: fotocopie, un messaggio.
La Nico intanto si sta osservando nello specchio ed è impossibile decifrare quello sguardo. Poi si sposta, esce di campo, rientra.
Lo specchio rimanda l'immagine riflessa della sua schiena.
Sergio sta leggendo senza capire le fotocopie di esami clinici che sono nella sua busta. Mentre il dentista, le stesse fotocopie, le sta decifrando con sgomento.
Angelo corre fuori della sua stanza stringendo in pugno il foglietto del messaggio della Nico, e prima ancora di poter bussare alla porta di Mario quella già si apre.
Lo sparo li gela lì, in piedi, l'uno di fronte all'altro. Mentre sullo specchio della Nico gli schizzi di sangue cominciano a colare lentamente.




Forse Mario e la sua ragazza resteranno lì - la voce F.C. della Nico sta leggendo il messaggio per lui - e il dentista e Angelo e Sergio si preparano a tornare alle loro vite.
Ora la voce F.C. di un uomo legge la condanna a morte per la Nico nel linguaggio clinico asettico delle diagnosi senza campo, ma la voce della Nico si sovrappone e ride e legge i messaggi d'addio per i suoi amici, e ancora la voce diagnostica riprende il sopravvento, affievolendo le parole del commiato di lei.


I partecipanti al funerale sono più attenti di quelli della festa, anche se sono, più o meno, le stesse persone.
La canzone registrata che accompagna le esequie, l'avevano già ascoltata eppure adesso sembrano tendere l'orecchio, molti non trattengono le lacrime, anche se c'è chi non si esime dall'emettere giudizi frettolosi.
Ma piano piano la voce della Nico che canta con i suoi Scalping Knife prende il sopravvento su tutto. In una folgorante versione di Forever Young.