lunedì 17 ottobre 2011

MAPPAMONDO 7

Chissà perchè, a suo tempo, me ne erano venute fuori anche tre che riguardano nazioni rispetto alle quali non nutro nessuna attrattiva (e si capisce). 
Forse si è trattato soltanto della pigra osservazione del planisfero appeso al muro ( lo faccio da sdraiato sul divano, e io sono uno bravo ad aver tempo per queste cose, quindi lo faccio in beata dovizia) e della curiosa caratteristica che quasi tutte le nazioni hanno di rassomigliare a qualcosa. 
Un po' come quando, sdraiati (l'essere sdraiati parrebbe una condizione imprescindibile) in un prato ci si concede il gioco solo apparentemente infantile di designare, per ogni nuvola che passa, una somiglianza.
Dopo queste tre, di Mappamondo, non ne restano che due.






Uzbekistan
dagli sbilenchi confini geometrili dell’ovest,
tracciati a rette risolute
anche sull’acqua infetta dell’Aral,
e che scendono poi
ad insinuarsi, ad est,
tra terre vecchie/nuove
che finiscono, anche loro, in stan.

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Penisola arabica,
stivalaccio di feltro e para,
ciabattone russo fuori posto
in quel caldo da matti, senz’ombra,
a pesticchiar nell’Oceano Indiano
come fosse fango
e a dar casa
a fanatici diseredati
e a cinici ricchi sfondati,
infidi gli uni e gli altri.
Se fosse l’ultimo posto che resta,
sceglierei di restare senza posto,
senza rimpianti.

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Corea, diverticolo infiammato
dello spropositato
intestino asiatico.
Sul mio planisfero i cartografi
gli han dato un color di fragola:
una peritonite.
Se scoppiasse
Pusan schizzerebbe come pus
ad imbrattare
la sussiegosa sciaboletta giapponese,
e Kwangju
colerebbe giù, a lordare Shanghai,
ombelico del pancione cinese.
Se scoppiasse
lo direbbero al Tiggì,
e nessuno certamente smetterebbe
di rosicchiare il suo supplì.


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