giovedì 30 dicembre 2010

WHITTLING - NOI QUATTRO





Scritto tra il 15 novembre 1994 e l'8 gennaio 1995.




Laura a Ouarzazate





NOI QUATTRO




Nell'estate del '93,  svegliandomi all'alba nella nostra stanza dell'Hotel Belère di Ouarzazate, l'ho avvertito per la prima volta. Non un formicolio o un indolenzimento ma un incerto coniugarsi di insensibilità ed ipersensibilità, come se sul residuo d'una qualche forma d'anestesia si riacutizzasse a tratti il dolore di una ferita. Di un'ustione, per essere precisi. Al tallone sinistro.
In quei giorni non c'era tempo né modo di occuparsi d'un malessere così irrilevante da non riuscire neppure ad essere definito in termini precisi, ma solo per approssimazioni. Ci si fermava solo per gli attacchi di febbre o di dissenteria. Così avevo marciato sul mio tallone in scarponcini da trekking inseguendo la carovana della troupe della "Genesi", con l'occhio perennemente incollato al wiew-finder.













La sera, rientrando negli uffici della produzione entro le mura di una specie di fortino della Legione Straniera di fronte alla Casbah, trovavo Laura che alzava gli occhi dal tavolo ingombro di fax, frammenti di piano di lavorazione e ordini del giorno, e  chiedeva:   - Com'é andata ? E il piede ?







Ermanno Olmi e Laura, nella Hollywood marocchina...






Il piede era sempre come prima, insensibile per la maggior parte del tempo sulla parte esterna del tallone sinistro mentre in certe mattine, al risveglio, persino la leggerezza del lenzuolo pareva un peso su un punto dolente.
Mi ci abituai.
E poco prima di Natale rientrammo in Italia.
Il mio medico, che mi considerava un ipocondriaco, ascoltò ciò che gli raccontai a proposito del tallone e disse: "Aspettiamo - che  sottintendeva - vedrai che passa" .
Così Laura ed io partimmo per una lunga vacanza natalizia.  Raggiungemmo l'altopiano di Asiago, trovammo a Gallio un piccolo appartamento sotto i tetti, sullo stesso pianerottolo sul quale si affacciavano quelli di Paolo e Paola, che erano già al lavoro ad ordinare il girato del film nel "bunker" di Olmi.
Poi arrivarono Piergiorgio, Centoni, venne Vincenzo per Capodanno con Francisco, venne la Betta da Roma col moroso, insomma un bella parte di troupe che dopo quei mesi di deserto pareva non aver ancora voglia di separarsi. E arrivò la neve. Tantissima. Così tanta da aggiungere all'allegria un velo d'inquietudine.  Seguirono giorni di sci, di provviste da scoiattoli da stipare nel nostro appartamentino, di serate nel tepore dell'amicizia, di giochi e passeggiate nel gelo secco e confortante di tutto quel bianco che non cessava di scendere così delicatamente e inesorabilmente.
La sera, poco prima di cena, affacciati sulla strada ascoltavamo gruppi di bambini imbacuccati cantare carole natalizie sugli ingressi dei negozi.
Da anni non vivevo un Natale così Natale.
Pareva di stare sulla copertina di dicembre di un vecchio numero del Saturday Evening Post disegnata da Norman Rockwell.
Le strade che scendevano dall'Altopiano erano parzialmente impraticabili: non ci si muoveva in auto se non con le catene, e anche così era un'avventura. E una notte mi svegliai come se qualcuno mi avesse piantato una lama incandescente nel tallone sinistro. Un dolore insopportabile. Alle quattro del mattino.
Scoprii per fortuna che alzandomi, trovando il coraggio di fare quei primi passi subendo altrettante pugnalate, il dolore si attenuava, attestandosi su un livello di tollerabilità. Trascorsi così due o tre notti, poi Laura mi caricò in macchina e affrontammo  la discesa del Costo, sbandando qua e là nonostante le catene.
Mi portò da un ortopedico di Schio che diagnosticò l'infiammazione di un nervo causata da una "pizzicatura" a livello della quarta o quinta vertebra lombare.
 Con una buona provvista di iniezioni antinfiammatorie e analgesici sottolinguali continuai la vacanza, dilatandola fino alla metà di gennaio, senza smettere di sciare neppure per un giorno, ballando fino all'alba la notte di Capodanno e progettando altre vacanze del genere pur sapendo che quelle erano una specie di piccolo miracolo irripetibile.
Il tallone, dopo i primi giorni di cura, si era assestato in una sua condizione che alternava la desensibilizzazione all'ipersensibilità: fastidio in assenza di vero e proprio dolore. E ancora mi ci abituai, mentre Laura mi teneva d'occhio. Poi finì la vacanza e tornammo in città.
Questa volta il mio medico fu costretto a prendermi sul serio. Consultammo un altro ortopedico e nel frattempo lui decise che era il caso di sentire anche l'opinione di un neurologo. Disse che ne conosceva uno bravo, dell'equipe di Schiffer: Paolo Mortara.
Mi diede il telefono di casa. Così alla sera chiamai.
Rispose la moglie.
In tono gentilmente formale accolse la mia richiesta di prenotare  una visita allo studio del marito. Ascoltò paziente il racconto confuso del mio malessere.
Io, infine, segnalai con affettata noncuranza che Paolo mi conosceva perché eravamo stati compagni di scuola. Ero indeciso se aggiungere che eravamo stati davvero amici e rischiare così di apparire come quello che si rifà vivo dopo venticinque anni solo per necessità. Che era esattamente quello che stavo facendo.
Il timore di apparire un opportunista aveva come risultato immediato una blanda balbuzie, uno smozzicar di frasi che lei interruppe chiedendo a nome di chi dovesse fissare l'appuntamento. E dopo avermelo fatto ripetere con un impercettibile accenno di stupore lasciò passare un momento di silenzio prima di dire:
- Pit, sono Laura, la sorella di Margie,  non so se ti ricordi, a Noli, nel sessantacinque, sessantasei...
Venivo così a scoprire che il mio vecchio amico e compagno di scuola Paolo Mortara, detto in quegli anni "Scignora" per via di un suo saltuario e curioso accento emiliano ed una vistosa attrazione nei confronti di donne sposate e più anziane di lui - scignore appunto - era diventato il marito di Laura, la silenziosa e timidissima sorella maggiore dell'esuberante Margie, che durante quelle estati di trent'anni fa, per quel poco che aveva dato di sé da lasciar ricordare, se ne stava in disparte, tenendoci d'occhio di lontano, dietro ciglia socchiuse.
- Mi sentivo brutta, orrenda - mi ha detto la sera che ci siamo rivisti,
A cena a casa loro.
Capita così di scoprire in un'affermazione di quattro parole, a distanza di trent'anni, di quale piccolo ma insormontabile dramma si sia consumato sotto i tuoi sguardi ciechi ed allegri di adolescente, per una ragazza carina che per qualche irragionevole complesso si era sentita così brutta da trasmetterci segnali che avevano fatto sì che le riservassimo la più totale indifferenza, mentre lei, dal suo angolo, divorava ogni nostro più piccolo gesto, sensibile più di ogni altro alle nostre confuse sensibilità, mutuando emozioni che noi ci si scrollava di dosso e facendole sue in maniera vicaria ma indelebile.
- Come vi amavate ... -  ha detto a proposito di me e  Patrizia, ricordando dettagli di quell'amore adolescente quasi fosse appartenuto più a lei che a noi.



Pit e Patrizia A.T. grande amore dei 15 anni...







Ma per andare con un po’ d'ordine é meglio partire dal giorno dell'appuntamento.
Lo studio di Paolo é al pianterreno di un bel palazzo umbertino, la segretaria ha un rassicurante aspetto domestico, la sala d'aspetto é arredata come il salotto d'una vecchia zia nubile.
Lui mi riceve come se mi avesse incontrato il giorno prima: é formale, arriverei a dire guardingo, come se proteggesse qualcosa di sé dietro una maschera di fredda ufficialità. L'ho poi scoperto così  al primo approccio altre volte, persino al telefono, prima di ammorbidirsi, e poi addirittura eccitarsi come un cucciolone in memoria della vecchia amicizia che ci ha legati in quel fatidico anno di liceo. Insomma parte freddo, e avrà le sue buone ragioni o le sue buone nevrosi per esser così, chissà.
E' molto ingrassato: il viso tondo di ragazzo é ora lunare, gli occhi cerulei rannicchiati nel grasso, le guance da trombettista. Mi ha fatto lo stesso effetto che mi fece qualche anno fa David Hemmings - mai più rivisto dopo la sua interpretazione di "Blow up"- ritrovato a recitare su Channel four "La ballata del vecchio marinaio". Lui e Paolo hanno apparentemente seguito lo stesso percorso di eccessi alimentari ed alcoolici, rassomigliandosi un poco nell'adolescenza e molto di più adesso: appesantiti, sferici e rauchi del fumo di innumerevoli sigarette.
Con atteggiamento burbero mi fa scorrere aghi lungo la pianta dei piedi, mi fa chinare, girare, sollevare le gambe, inclinare, mi martella senza pietà gomiti e rotule, sempre conservando sul viso uno sguardo preoccupato che saltuariamente si allarma, e che fortunatamente capisco in fretta che altro non é che la sua interpretazione un po’ filodrammatica del medico vocato, impavido, che ti salverà.
Insomma occorre del tempo prima che si decida a mollare gli ormeggi e si parli di noi e di allora con affetto. E a quel punto, imprevedibilmente, si lancia. In un tempo vertiginosamente breve ha già organizzato una cena a casa sua, incaricandomi di avvertire Fulvio e la moglie. A Gianni ci pensa lui.
Perché Gianni ce l'ha ricoverato in clinica neurologica.
Ha deciso di sottopormi ad una serie di esami e dice:
- Dai, vieni da me in clinica, facciamo tutto in mattinata e così vedi anche Gianni che ce l'ho lì.
Poi assume una faccia mesta ed aspetta che chieda cosa ci fa Gianni Forlani ricoverato in clinica neuro.
Naturalmente glielo chiedo e lui dà la stura ad un racconto fluviale nella portata ma torrentizio nell'esposizione, così che mi risulta complicato capire completamente le ragioni di quel ricovero.
In sostanza Gianni soffre di un morbo strano, che impedendo la veicolazione del rame nell'organismo provoca disturbi del comportamento. Dal momento che la malattia é rara e la diagnosi va prima intuita che determinata, finora é stato irresponsabilmente curato con psicofarmaci ed affini, insomma come un malato mentale. Per anni. E Paolo mi spiega che questo tipo di terapia non solo é inutile ma addirittura dannoso, perché pare favorisca l'accelerazione negativa del decorso.
 Alla fine i familiari si sono rivolti a lui, il vecchio compagno di scuola ed amico del cuore, alzatore privilegiato per le formidabili schiacciate di Gianni nelle partite di pallavolo. Lui ha studiato il caso e, pare, trovato la cura. Così adesso Gianni é in un letto della Prima Clinica Neurologica.
- Vieni, dai, così lo vedi. Gli farà piacere... - dice con quel tono dimessamente drammatico che  fa presagire un incontro doloroso.
Perché Gianni di noi quattro - lui, Paolo, Fulvio ed io - era quello per il quale meno ci si poteva immaginare un destino del genere. Un gigante alto quasi due metri, generoso nei sorrisi e nelle allegrie strafottenti, un tipo al quale ci si sentiva di affidarsi, che all'uscita di scuola sollevava la mia cinquecento, con me a bordo, afferrandola per il paraurti ed issandola a mezzo metro da terra con una mano sola, per poi lasciarla ricadere con una risata.  Il suo modo di dirmi: ciao, a domani.
Durante quell'ultimo inverno scolastico noi quattro formammo un gruppetto molto affiatato: io e Fulvio reduci da precedenti trascorsi comuni in un'altra scuola, Gianni e Paolo nella stessa classe solo da quell'anno. Costituimmo un bel quartetto che condivideva mattinate in aula e pomeriggi di vagabondaggio, vacanze natalizie e week-end in montagna.



Gianni primo seduto a sinistra.
Nella fila di centro Fulvio primo,
 Pit quinto e Paolo decimo, 
sempre da sinistra.



Pit e Fulvio al Charlie Brown a Natale del '70







All'Igloo, a Sauze, sabato 7 marzo 1970.
Il primo piano Danila Siravegna e Pit, a sinistra 
Anna Botta e Paolo Drago di spalle, e a destra
Paolo, pensoso...


- ... Spendeva e spandeva senza controllo... - mi sta dicendo Paolo, e cita memorabili dissolutezze in modo frammentario, alternandole ad accenni ad amicizie pericolose nel mondo della piccola malavita, dei giocatori d'azzardo, dei ruffiani.
- I travestiti lo hanno buttato nel Po.
 Lo dice in modo un po' estemporaneo, e finalmente posso lasciarmi andare ad una risata liberatoria immaginando Gianni, probabilmente ubriaco - perché Paolo mi dice che una bottiglia di "Four roses" a volte non bastava che per mezza giornata - grande com'é, trascinato come un Gulliver da un manipolo di lillipuziani battoncelli zampettanti su tacchi a spillo e scaraventato nel fiume, di notte, per una ragione che Paolo non conosce senza volerlo ammettere - perché lui é fatto così - e quindi finge  riserbo, discrezione, e aggancia un nuovo argomento. Del resto Gianni ne offre a bizzeffe.
- Vedi ? Ha questi tremori.
Mi dice due giorni dopo indicando il braccio di Gianni ripiegato sul cuscino, animato da un breve sussulto continuo mentre tutto il resto del corpo é immobile, come pacificato, e lui mi guarda e sorride con l'allegria dei diciott’anni.
A Paolo di allora sono rimasti gli occhi, di un azzurro stupefatto, e quel modo un po' complice e un po' turbato di comunicare le cose, soprattutto quelle banali.
- Comunque adesso lo sistemiamo - dice con un sospiro che gli gonfia il  camice impeccabile.
- Hai portato il cinturone e la Colt ? - chiede Gianni ammiccando alla punta dei miei stivali. Ride con quella sua smorfia da amico, sdraiato nel letto, con i pantaloni del pigiama curiosamente legati attorno al collo, come una sciarpa. Cerca d'appoggiare la testa al braccio ripiegato ma il braccio trema e lo costringe ad un continuo annuire che lo irrita.
- Sto cazzo di tremito... Cosa fanno, ricoverano anche te ?
Me lo chiede dopo che Paolo si é allontanato con un laconico "Torno subito".
Cerco di spiegargli la questione del mio tallone mascherando la perplessità che la sua domanda mi ha procurato. Perché crede che io debba essere ricoverato ?
Me lo ha chiesto con una naturalezza distratta, ed ora ascolta il resoconto minuzioso dei miei disturbi senza ascoltare; neppure mi guarda più, alza il volume del televisore che é già eccessivo per una stanza d'ospedale e fissa una televendita.
- Domani mi mandano a casa ma lunedì devo rientrare...
Mi ha interrotto e mi rendo conto che non ha sentito nulla di ciò che ho detto.
- Il casino é che qui non ti lasciano fumare - aggiunge con la sua smorfia sorridente - ... se ti beccano ti danno la multa.
Ha un modo un po' infantile, definitivo e sospeso insieme  di dirmi le cose. Adesso affiora in me la sensazione che qualcosa che non va  in quella sua testa, ci sia. Non per quello che dice, o per la sua distrazione, ma per come lo dice. In un modo che fa sospettare la presenza di una regressione, di una naiveté disarmante.
- Sapevo che eri in Brasile - dico, curioso di indagare un po' per conto mio questo vecchio amico che ha conservato la faccia, il gergo diretto di esprimersi, e apparentemente anche l'esuberanza fisica nonostante i tremori, ma che ha in sé anche qualcosa di nuovo, insondabile, talmente esposto, vicino, da rivelarsi inafferrabile.
Nel suo modo di fare traluce il segno del mistero apparentemente semplice dell'alienazione. Quieta, impercettibile, ma lì, in fondo ai suoi occhi, nelle frasi che sembrano rivolte a sé stesso, in quegli sguardi che scivolano altrove anche quando sono rivolti a te.
- Sì. Mio padre aveva comprato un terreno agricolo e bisognava fare le pratiche per trasformarlo in area edificabile... Io ero andato giù per seguirle...
Fa una lunga pausa e il silenzio tra noi due, nonostante lo schiamazzo della trasmissione a premi che ora trasmettono in tivù, si appesantisce. Cerco di uscirne chiedendogli quando ci é tornato.
- Non ci sono tornato - risponde lui - Alla fine é saltato fuori che il terreno non valeva un cazzo... Io seguivo le pratiche...
- Ma quanto ci sei rimasto ?
- Tre anni e mezzo...
- Per le pratiche ?
Lui annuisce, distraendosi come se ripensasse a quei suoi giorni di Brasile di cui nessuno é stato testimone e che pare nascondano il segreto del suo essere com'é adesso, ma subito si rianima con entusiasmo infantile.
- Dì un po', ti ricordi di Rosolia ? - chiede.
Io muovo un perplesso cenno di diniego.
- Ma sì - fa lui - uno piccolo, biondino. Vende appartamenti. Cioé non riesce a venderne neanche uno... sempre senza una lira. Non ha neanche la macchina.
A quel punto lo riconosco.
- Ottolia, non Rosolia.
-  Eh sì, Ottolia. L'ho incontrato tempo fa e mi ha battuto un deca...
- Lo fa con tutti - dico, pensando a Sandro che se ne va a passi di marcia misurando la città, piccolo e ingobbito, chiuso in un vecchio cappotto aderente, anni settanta, con una cartella piena di chissà quali scartafacci...
- Poveraccio... - borbotta Gianni - Cazzo, ho una voglia di fumare ! E anche un bel whisky mi berrei.
- Paolo m'ha detto che bevevi molto.
- Eh sì... - fa lui sereno.
- Come mai ? - chiedo io stupidamente.
- Mi piace. Mi piace proprio. Il sapore...il rumore del ghiaccio nel bicchiere. E poi laggiù bevono tutti.
- In Brasile ?
Lui annuisce e tace. Si assesta sul cuscino e sembra abbia intenzione di mettersi a dormire. Il ritorno di Paolo é provvidenziale.
- Tutto sistemato. Adesso scendiamo e ti fanno subito un'elettromiografia.
Lo dice serio. Gianni ride.
- Prufesùr ! - mormora rivolto a me indicando Paolo - Scignora !
- Dai, tirati su, che ti portiamo con noi - gli intima affettuosamente Paolo, e Gianni emerge dal letto, infilando a fatica le ciabatte di gomma sui piedi nudi.
- I miei fettoni quarantasette - dice, ghignando, guardandomi.
Le unghie degli alluci sono grigie, increspate, come morte.
Nei sotterranei dell'ospedale seguiamo un periplo di corridoi male illuminati. Sulle nostre teste corrono tubazioni di varie misure. Camminiamo in silenzio fino ad una porta a vetri opachi.
- Questi sono due miei compagni di scuola - dice Paolo rivolto al tecnico dell'apparecchio per l'elettromiografia, dopo averci introdotti.
- Rovinàti - aggiunge con una risatina chioccia.
Mi fanno  stendere in mutande su un lettino e attaccano con piccole scosse e punturine e movimenti vari, mentre Gianni si aggira  studiando i macchinari e fumando come un turco.
Poco fa gli ho raccontato di un incontro fortuito, a Roma, con Angela Virdò, una nostra compagna di scuola. Gli torna in mente e si avvicina a Paolo, che sta fumando anche lui come una ciminiera, gironzolandogli attorno come un ragazzino.
- Sai chi ha visto a Roma ?
Paolo non gli dà retta.
- Angela Virdò ! - insiste Gianni, come se la notizia fosse strepitosa. E di fronte alla reazione comprensibilmente tiepida di Paolo sembra non capacitarsi, come se quel mio incontro che gli ho raccontato così, tanto per chiacchierare di cose che avevamo avuto in comune come appunto Angela, nel primo banco a sinistra della terza A, gli avesse risvegliato chissà quale garbuglio di pensieri, quali soprassalti di nostalgia dai quali, proprio in forza della sua smemorata malattia, parrebbe immune.
E si appoggia al muro fumando e chiedendo
 - Ti ricordi ? ... e quell'altra, come cazzo si chiamava  quella bionda ?
Dopo la visita, gli esami, la sosta doverosa nel suo studio per un caffé, e il cameratismo ruvido e frettoloso che riserva ai colleghi più giovani che credo debba indicarci quale sia la posizione gerarchica che ha raggiunto, Paolo ha organizzato una cena di rimpatrio.
- A casa mia. La facciamo a casa mia.
Insiste dopo che abbiamo riaccompagnato Gianni in reparto.
- In un ristorante non si sa mai...sai, per lui...
Ormai so che di fronte a certe sue affermazioni indiziarie é inutile chiedere spiegazioni perché svicolerebbe, ma ciò non toglie che mi venga da chiedermi cosa diavolo potrebbe esserci di rischioso in una cena al ristorante.
- A casa mia. Tranquilli, niente di speciale. Cucino io. Tu telefona a Fulvio e avvertilo. Per il dieci sera.
E sono con le spalle al muro. Contento comunque, perché per un'occasione così in casa é sicuramente meglio.
Fulvio é felice.
Chiede di Gianni. Qualcosa già sa.
- Allora ci vediamo il dieci da scignòra - conclude allegro.
E il dieci di giugno io e Laura arriviamo sotto casa di Paolo contemporaneamente a Gianni.
 Lui é a bordo di una Volvo 760 un pò sgangherata. Ne scende in compagnia di una tipa coi capelli rossi, più sul versante dei cinquanta che su quello dei quaranta: vistosa. Ci presentiamo, lui ride,  porta un cestello di bottiglie di vino rosso e dice: 
- Di questo non ne posso bere neanche un goccio.
Ci pigiamo nell'ascensore della casa elegante che ha l'ingresso sull'angolo di corso Galileo Ferraris - Crocetta - un quartiere da sempre indiscutibile per Torino.
Nell'atrio, grande come un miniappartamento, Paolo ci sta aspettando, in giacca e cravatta nonostante il caldo, con la moglie che rivedo dopo quasi trent'anni e con Fulvio e Carla.
I baci, gli abbracci, i sorrisi che ci scambiamo sono gradevolmente autentici, sorretti da una sincerità senza diaframmi, senza protezioni.
Paolo fa gli onori di casa affannandosi, sudando copiosamente, strozzato dal nodo scappino che gli affonda nella pappagorgia. Rinuncia alla giacca solo dopo gli antipasti: una cornucopia raffinata di cui lui magnifica soprattutto l'insalata russa perché "L'ha fatta Guerrino" che é suo padre, e certe alici impanate che hanno il tocco delicato, evanescente, dato da sua moglie.
Il soggiorno, la sala da pranzo, sono arredate con il rigore geometrico ed austero degno di una  figlia del generale Sandiano.
Il figlio di Guerrino, macellaio di corso Tortona, é allegro come un fringuello. Suda beve mangia fuma e parla con potenzialità rabelaisiane. Solo una di queste si smorza con il procedere della serata, travolta dalle altre, ed é quella verbale. Lui scivolerà piano ma inesorabilmente fino alla fine verso un placido stato di confusa euforia, in cui le cose che dice, oltre che ripetersi, perderanno sempre più la possibilità di avere un significato immediato.
La cena é eccellente, il vino ottimo, il tavolo quadrato ci permette una frontalità che invita allo scambio senza fatica, ci raccoglie in un'intimità che libera parole per memorie di ieri e condizioni dell'oggi senza che nessuno si senta in dovere di correggere, ornare, dirsi diverso da quello che é in realtà, tacere dubbi su di sé,  mascherare quelle tracce del tempo che, andandosene, ha cancellato per sempre certe illusioni confortanti o certe opportunità ormai sfumate. Pazienza. Quì stasera si ride lo stesso, soprattutto grazie a Fulvio che anche se un po' appesantito, leggermente opacizzato, come filtrato da un curioso effetto flou, conserva un umorismo bonariamente crudele. I suoi ricordi sono vividi, accompagnati da una capacità mimica esilarante.
Ha rilevato il lavoro del padre, commerciante all'ingrosso di olii alimentari e conserve ai Docks, colleziona con ammirevole infantilismo vecchie Citroen traction-avant sulle quali espleta passioni meccaniche febbrili, come quelle che applicava ai motorini truccati degli anni del ginnasio.
Carla fa il pediatra e lo lascia giocare, dichiaratamente appagata dall'essersi accaparrata uno dei "belli" di allora. Bel tipo ancora adesso, con i baffi sul sorriso sornione, orgogliosamente pigro, acuto come allora nel cogliere gli spunti per imbastire un racconto  suggestivo come un film, da un frammento di ricordo comune affiorato in qualcuno di noi.
L'altra Laura, quella che poi ho sposato io, sembra intenerita e curiosa del silenzio assente di Gianni.
La rossa che lo accompagna ha citato qua e là nella conversazione nomi di persone che probabilmente, a suo avviso, dovrebbero insediarla in una posizione sociale di tutto rispetto. 
Durante la cena, quando si é parlato di Gianni, lo si é fatto in sua presenza, come si fa con i bambini quando si parla di loro mentre stanno lì a giocare a pochi passi, apparentemente distratti, anche se si sa che mai come in quei momenti sono vigili, attenti, forse feriti, incompresi, intenti a dar vita ai loro primi complessi, agli archetipi delle nevrosi che li accompagneranno per tutta la vita.
Per Gianni fortunatamente sembra non essere così.  Ascolta ciò che si dice di lui con un sorrisetto indecifrabile.
- Io gli sono stata dietro come una sorella quando tutti lo avevano mollato  - dice la rossa con una punta di indignazione. Gianni le chiede di versargli dell'acqua.
- Ma é vero di quelle rapine ? - si azzarda a chiedere Fulvio. Paolo strabuzza gli occhi, la sua Laura abbassa impercettibilmente la testa sul piatto.
- Che rapine ? - chiedo io.
- Si era messo in un giro di balordi... - minimizza Paolo.
La mia Laura sorride a Gianni amichevolmente. Lui sembra intuire la solidarietà senza condizioni che sprigiona da quel sorriso e racconta, rivolto  a lei, di quel suo amico che scendeva fino a Bari a fare le rapine vestito da prete. 
E' incantevole. 
Imperturbabile e aneddotico senza nessun risvolto morale. La rossa gli batte un colpetto bonario su una mano e lui la guarda senza vederla. Tra poco si alzerà e dirà - Sono stanco -  in tono definitivo, e tutti noi lo saluteremo mentre Paolo insisterà perché rimanga ancora un poco.
Ma Gianni ripete solo - Sono stanco - come un vero matto da "Qualcuno volò sul nido del cuculo", con il fisico di Grande Capo, il sorriso di R. P. McMurphy e la testa di Martini.
La rossa se lo porta via sottobraccio e lui sull'ingresso ci rivolge un'ultima occhiata: ci sorride ma si capisce che é anche contento di liberarsi di noi.
Non lo rivedrò più.
Il resto della serata lo trascorriamo su rigide poltroncine Impero a finire la nostra chiacchierata. Paolo imperversa.
Io ho portato la copia di una fotografia che ritrae me e Margie, la sorella di sua moglie, sulla passeggiata davanti ai "Bagni Anita": ragazzini con un buffo atteggiamento da adulti, a Noli nell'estate - credo - del '66.










Lei si intenerisce a rivedere la sorella com'era allora, poi si affretta a mostrarmi la fotografia incorniciata d'una ragazza identica a Margie, in abito di gala, con lunghi guanti che le arrivano al gomito.
- Questa é sua figlia, mia nipote, al debutto dei diciott'anni al Circolo Ufficiali...
E' così teneramente orgogliosa della nipote che mi solleva dall'abisso improvviso che la scoperta di quella ragazza, che ha più o meno la stessa età di quella che mi tiene sottobraccio a Noli ma che é sua figlia, ha spalancato davanti a me.
Un vuoto che io non ho mai considerato, ancorandomi a quel curioso atteggiamento che si ha di fronte alle fotografie che capitano  occasionalmente sotto gli occhi e che diventano, di volta in volta, di due, cinque, quindici, trent'anni fa: un atteggiamento immemore del trascorrere del tempo, proditoriamente ingannatore nel facilitare il non considerare eventualità di cambiamento per quei due ragazzini in bianco e nero di fronte agli  "Anita", in un'estate ormai lontanissima.
Ovvio che poi, se messi a confronto con la più prevedibile delle risultanze, e cioé che appunto dopo trent'anni quella ragazzina di quattordici abbia una figlia di venti, quelli come me trasecolano, non si capacitano, si sentono in qualche modo truffati e rischiano, nell'affanno di assopire il proprio stupefatto disagio, di non trovare nient'altro da dire che  "Come passa il tempo...".
Quella sera però non l'ho fatto. Non ricordo se per un soprassalto di dignità o se perché Paolo, di fronte alla fotografia languida della nipote acquisita, ha preteso che Laura mi mostrasse quella del loro matrimonio. Un'unica fotografia 13x18 in cui lui é addirittura semivoltato con le spalle alla macchina e il più riconoscibile del gruppo é suo padre.
- Guerrino ! - ulula lui  ridendo e puntando l'indice grassoccio sul viso del genitore. Laura ritira la fotografia con un gesto di rassegnata nobiltà.
La mia Laura più tardi mi dirà che le ha ricordato una francese conosciuta a Venezia che con il marito si dava del "voi".
Fuori intanto é scoppiato un temporale e folate di vento investono le tende di fronte alle finestre spalancate. Le brevi considerazioni sul tempo sono le premesse perché ci si prepari al congedo.
Naturalmente prima di lasciarci ci siamo enfaticamente assicurati nuovi incontri in tempi ravvicinatissimi: da Carla e Fulvio, in campagna, non appena il tempo si rimette,  da noi e poi ancora lì, ad assaggiare quelle squisite alici impanate e così via.
Quando già si era all'ingresso Paolo, ormai visibilmente sbronzo, ha voluto regalare a me e Fulvio un libriccino ciascuno. E' sparito nel suo studio ed é tornato con due vecchie edizioni BUR, la gloriosa e dimessa Biblioteca Universale Rizzoli con le sue tristi copertine grigie, che occhieggiano disilluse ormai solo dalle bancarelle di libri usati.
Non mi sono curato di sapere che cosa sia toccato a Fulvio: a me  "Con l'amore non si scherza" di Alfred de Musset. Credo sia una commedia.
Paolo ce li ha consegnati con una cerimonia ammiccante, come se dietro la scelta dei volumetti ci fosse chissà quale cura mirata, volutamente complessa da decifrarsi nella sua essenza metaforica. E forse nella sua lunare alterazione alcoolica un qualche nesso del genere ce lo avrà visto davvero, chissà.
Fuori pioviggina ancora e la separazione é frettolosa.
Da allora non ci siamo più rivisti.
Il mio tallone ha continuato ad alternare la propria condizione tra l'ipersensibilità e la desensibilizzazione e adesso un nuovo ortopedico mi ha consigliato di usare dei plantari.
Ai primi di agosto del '94 ho telefonato a Paolo per assicurarmi che lui e sua moglie andassero  davvero a Noli a fine mese, come ci avevano detto.
Perché io e Laura avevamo deciso di sposarci lì il  24 e mi sembrava divertente, e non impegnativo per tutti e quattro, chiedere loro all'ultimo momento, magari in spiaggia, di dedicarci una mezz'oretta per farci da testimoni per la cerimonia piratesca che avevamo  in progetto.
Lui  ha confermato, ma dopo qualche giorno mi ha richiamato per dirmi che proprio il 24 loro due sarebbero partiti per Ischia. 
Concentrato sul disappunto della notizia ho ascoltato con distrazione quello che poi mi diceva a proposito di Gianni, e cioé che fosse stato di nuovo ricoverato ma questa volta al Traumatologico: massacrato di botte da qualcuno di quel giro di balordi che aveva ricominciato a frequentare dopo aver ripreso a bere, essersi immesso sull'autostrada Torino-Aosta in senso contrario di marcia ed altre amenità del genere.
Non avevo voglia di sciropparmi le aneddotiche frammentarie di Paolo, o forse mi seccava soltanto il  ritrovarmi all'improvviso senza testimoni di nozze e non poterlo neppure dire, a rischio che lui rimandasse la loro vacanza ad Ischia, si sentisse in dovere di fare  regali o altro.
Comunque, poi, a sposarci ci siamo riusciti lo stesso. Le nostre testimoni sono state Cecia e Barbara Vita Levi, cugine milanesi di Laura e Margie, anche loro vecchie amiche di quelle estati degli anni sessanta, rintracciate il giorno stesso delle nozze in modo piuttosto rocambolesco. 
Ma questa é un'altra storia.





















E così si è arrivati a dicembre.
Nella prima giornata di vero freddo durante la breve camminata da casa alla banca il tallone si é fatto sentire con una specie di indolenzimento.
In banca ho rivisto Maurizia Giaccardi, che qualche anno fa ha organizzato una bella rimpatriata del gruppo della Rotonda al "Whisky & Notte".
- Dobbiamo rifarla prima di morire tutti.
Lo dice inaspettatamente, con un'occhiata cinica da dietro le lenti fumé, stringendosi al collo la pelliccia e rivolgendo un cenno essenziale all'impiegato che l'ha ossequiata passando.
- Bé, morire tutti poi... - ribatto io, e lei mi guarda per un attimo e dice: 
Hai saputo di Gianni ?
- Gianni chi ? - chiedo, mentre dentro di me quell'altro me già sa.
 - Gianni Forlani - dice lei - é morto.
- Morto ?
Lei annuisce.
- I dettagli non li so, ma é morto anche male, poveretto. Lo avevano picchiato...qualcosa del genere. Sai che era diventato un pò suonato no?
E io vorrei raccontarle di quella questione del metabolismo del rame, del morbo di Wilson, e di quando sollevava la mia cinquecento con una mano sola, e invece non dico nulla perché ormai siamo sulla porta, fa freddo e credo che lei abbia fretta di correre ad aprire la sua agenzia di viaggi.
Comunque dice che la festa la organizza. Spiega che le occorrerà un po' di tempo perché Pigi Cavallo, quello che se ne occupa con lei, é stato lasciato dalla moglie e sta soffrendo come un cane.
- Capirai, proprio non se la sente adesso di pensare ad organizzare una festa, e soprattutto rivedere i vecchi amici.
Brancolare qua e là con un sorriso forzato sulle labbra perché gli altri possano credere che sappiamo dove andiamo e cosa stiamo facendo; uno sforzo spaventoso, un supplizio quotidiano, coadiuvato dalla furiosa volontà di dimenticare che in agguato ad un passo ci può essere un enzima impazzito che impedisce al rame di venire metabolizzato dal tuo organismo o, nella migliore delle ipotesi, una moglie che tu ami che ti lascia.
Mi affrettavo verso casa rimuginando roba del genere per non mancare l'appuntamento con Gianluca e andare in palestra.
Lui é ossessionato da tutta una serie di rituali organizzativi che riguardano  l'amministrazione del quotidiano; il suo ma anche - con un po' d'invadenza -  quello degli altri. Così il non trovarmi in trepida attesa nell'ingresso quando scendendo dal suo appartamento  lancia la scampanellata convenzionale di tre squilli, attiverebbe uno di quei suoi malumori ostili, barocchi, che rendono impraticabile un'amicizia già piena di insidie.
Ma arrivo in tempo.
Si fa il breve tratto di strada quasi in silenzio, poi negli spogliatoi  accenno al fatto che ho saputo che m'é morto un amico. Lui si fa raccontare e quando gli dico il nome mi ferma.
- Forlani ?
- Sì. Gianni Forlani.
- Quello che giocava nel C.U.S. ?
- Proprio lui - rispondo con un pò di curiosità.
- Era un mio idolo - conclude Gianluca, infilandosi una t-shirt al contrario.
Ora, per chiunque conosca Gianluca Favetto questa é un'affermazione che non può non lasciare di stucco.
Lui é così dedito ad una forma di minuziosissima egolatria che immaginare che qualcuno possa essere stato il suo idolo riesce praticamente impossibile.







Gianluca con Paola Ponti, morosa dei tempi andati...





Fino ai venti, venticinque anni ricordo che aveva una considerevole stima di Cesare Pavese ma poi non gliene ho sentito più dir nulla. Ogni tanto cita sì, certi poeti mitteleuropei dai nomi impronunciabili, e pochi giorni fa proprio qui, negli spogliatoi, ha avuto un atteggiamento di estrema benevolenza nei confronti di Wittgenstein. Poco altro. E adesso mi trovo, in tuta, a guardarlo stupito e a pensare che quel gigantone senza testa del mio amico Gianni é stato un suo idolo.
Un idolo col quale Gianluca, che ha sette anni meno di noi, probabilmente non ha mai interloquito, ammirandolo solo dagli spalti delle palestre durante le partite di pallavolo per quelle schiacciate ghignanti che Gianni sapeva fare, crudelmente imprendibili.
O forse, tenendo conto del suo tallone d'Achille, per le ragazze. Quelle di allora, con la riga in mezzo e il nasino all'insù, gli occhi bistrati e le minigonne prima maniera, su certi orribili stivali di vernice, a ballare lo shake. Inarrivabili per uno sbarbatello.
- Beveva già allora. 
Gianluca me lo sta dicendo come a volermi spiegare qualcosa, come se stessimo parlando di qualcuno di cui io ho sentito parlare e che lui può aiutarmi a decifrare.
 - Bevevamo tutti... - ribatto a malapena.
- Sì, ma lui beveva davvero molto. Al Whisky & Notte era sempre ubriaco.
Davvero mi chiedo come faccia a sapere queste cose.
Non credo che in quegli anni  per lui fosse facile a mettere il naso al Notte. il tipo che Silvano teneva sulla porta era un filtro impietoso, un dissuasore  pieno di boria che allontanava i ragazzini solo con lo sguardo.
Comunque adesso siamo pronti per la nostra ora di uno due, inspirare, mani ai fianchi.
Quello che allora era un ragazzino si avvia davanti a me col passo deciso e distratto di chi si sente uno dei migliori scrittori della sua generazione.
Mentre lo seguo mi viene da chiedermi, stupefatto dell'ingenuità della domanda e della sua enormità: ma intanto il mio amico Gianni, adesso dov'é ?
  























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