sabato 16 marzo 2013

I BARBIERI




Lo sapevo che c'era.
Il fatto di non riuscire a rintracciarlo per tutto questo tempo non ha mai escluso che prima o poi sarebbe saltato fuori.
Si tratta del primo racconto delle silloge di "Whittling", scritto nell'ottobre del 1994.
A partire dall'inizio di questo blog, che decolla proprio con la sequenza dei 13 racconti autobiografici di Whittling, io ricordavo che erano quattordici, e ricordavo anche di aver scartato il primo. Il problema era ricordare dove. 
Ero comunque sicuro di non averlo cestinato.
Ha fatto capolino soltanto ora, e gli faccio posto.
Rileggendolo risento delle trasformazioni di questi quasi vent'anni. 
Alcune delle figure evocate, primo fra tutti mio padre, non ci sono più. Persino i luoghi si sono perduti. Gli impianti di risalita di Palìt hanno chiuso e i tralicci di seggiovia e skilifts probabilmente svettano macabri nell'abbandono.
Non sono mai più passato davanti alla botteghetta nel vicolo, chissà se è ancora là, vuota, piena di fantasmi dimenticati.
Anyway...
 


...nel '94, all'epoca della stesura de "I barbieri"...




...e nell'estate del '68, sul fienile di Ringhiroglio,
a casa di Pia. 
Con barbe e baffi disegnati con una matita da trucco, 
da sinistra Pierangelo, Sandro e sotto Pit,
con lo stesso cappello indossato
 nelle  prime foto del post "Western Vintage"
del 9 dicembre 2012.




I BARBIERI







A Rueglio ne ricordo due.

In realtà ne andrebbe menzionato un terzo, che restò  forse per un anno, e naturalmente c'è quello attuale, che non ho mai visto e che mi dicono viene una volta alla settimana. 
Mio padre è ricorso a lui e devo segnalare che il suo aspetto è decisamente migliorato da quando non si affida più alle disinvolte sforbiciate di mia madre.

Quest'ultimo comunque è una specie di pendolare, così come pare finirà col succedere con il prete. Quello che verrà dopo don P.

Gente che si fa vedere, appunto, una volta alla settimana, per tagliare i capelli o dir Messa, e per il resto del tempo non si sa dove stia e che cosa faccia dei propri giorni. Questo è uno dei segnali più malinconiosi del cambiare dei tempi, almeno a mio avviso.

Perché è come se si instaurassero delle condizioni senza prospettive di rientro, venate di sobria ma definitiva indifferenza, e affiora un disagio che fa pensare alle solitudini, così, in generale.

Capita di pensarci quando ti accorgi che una figura centrale del tuo mondo, che è stata rappresentata per generazioni al punto da non poterne neppure immaginare l'assenza, all'improvviso viene invece a mancare, e a sostituirla si installa un'altra figura - di passaggio - che per quanta buona volontà ci possa mettere resterà sempre ancorata ad un'ombra di estraneità.

Qualcosa muore e ci si sente più vecchi. Ma non più esperti, più calmi, più buoni. Solo più vecchi. Che sia per via d'un prete o d'un barbiere.

Il prete comunque per ora è sempre lo stesso e tenendo conto che ha battezzato me che sto veleggiando verso i quarantacinque anni e ancora traffica in tuta da meccanico a volte addirittura sul tetto della canonica, si può ritenere che terrà duro ancora per un po’.

Per quanto riguarda i barbieri invece è andata diversamente.

Il primo che ricordo é stato Renato.

Non è di qui, mi pare sia originario di qualche posto di pianura e le ragioni per le quali sia approdato a questo paesino di mezza montagna in quegli anni - i primi cinquanta - non le so immaginare.

E' arrivato con padre e madre ed ha aperto una botteguccia minuscola e luminosa che da quando ha smesso di esercitare la professione - vale a dire come minimo trent'anni fa - non ha mai più ospitato esercizi commerciali.

Mi sono chiesto parecchie volte se là dentro non ci sia ancora la contusa poltrona girevole, il cavalluccio per i piccoli, e quegli altri strumenti vari che allora mi apparivano più ambulatoriali che destinati all'estetica: misteriose aureole di gomma arancione, infilate di macchinette che sfumavano la nuca con quel rumore di ganascia d'insetto, rasoi temibili, spruzzatori di smeriglio blu con pompetta di lattice, talchi dai profumi di vecchia zia, calendarietti tascabili con donnine discinte, impaginati con fiocchetti e nappine.

L'andare da Renato mi pare di ricordare che fosse una cosa allegra, come se si trattasse sempre della vigilia di una festa.

Lui era un tipo di buon umore, sposato giovane con una delle ragazze di una famiglia numerosa che allora veniva definita anziché con il cognome con un epiteto cameratescamente spregiativo: Causùgn, che sta a significare qualcosa tipo calzerotti rattoppati.

Una famiglia numerosa appunto, animata da un'allegria un po’ barbara, che ha suscitato momenti di rassegnata invidia nella mia infanzia di figlio unico.

I maschi tutti musicisti, le femmine tutte belle, e tutti tra loro somiglianti negli sguardi di una vivacità allarmante, nei sorrisi franchi che a volte sembrano però sottintendere lo scherno, generosi e permalosi, insomma una genìa speciale che oggi di quell'epiteto inglorioso, con il quale la gente li definiva sottovoce in loro assenza, ha fatto una specie di blasone ammiccante.

" Nèt Causùgn ": noi calzerotti rattoppati, dice ogni tanto Gianni, posando il sassofono per abbeverarsi alla scodella di vino nelle nottate di festa. E la gente attorno ormai sorride come se nulla fosse. Suona un po’ come se dicesse " Noi Orfei ".

Ma per tornare alla nostra storia: quando il Renato sposò la Piera smise di fare il barbiere ed entrò all'Olivetti. 

Per un certo periodo il paese deve essere rimasto sguarnito, perlomeno fino al momento in cui Iraldo, detto Coppi per via d'un naso adunco e vistoso ereditato dalla madre, aprì bottega in un vicoletto ombroso in una zona detta Gugnèia.

Il Coppi era di tutt'altro impasto rispetto al Renato.

Più amante della caccia, o per meglio dire del bracconaggio, che non dell'arte della sfumatura e abituato ad amministrare il tempo delle sue giornate secondo programmi anarcoidi al punto che credo  mai si sia potuto, nel periodo del suo esercizio, contare su un orario ragionevole o perlomeno prevedibile di apertura della  bottega. Che era altrettanto piccina ed angusta di quella del Renato ma in più squallidetta, vistosamente connotata dal disamore del suo proprietario, che inoltre non si può dire padroneggiasse con competenza l'arte sua, anzi.

In breve: l'attività cessò.

Coppi si è poi dedicato a tutta una serie di lavori saltuari, sfumati in epiloghi sempre più o meno fallimentari.

Negli ultimi tempi si era dato al bere e per questa ragione gli è occorso un incidente che in una certa misura ne ha determinato una specie di tacita messa al bando.

Ubriaco, alla guida di un'auto in parziale avaria, ha investito sul ponte Preti una motocicletta uccidendone i passeggeri: una coppia di fidanzati in procinto di sposarsi. Mi pare che il ragazzo fosse una promessa in qualche disciplina sportiva.

Il Coppi si è quindi fatto un po’ di galera ma ne è stato messo fuori più rapidamente di quanto fosse legittimo immaginare.

Nel frattempo la moglie aveva avviato le pratiche di separazione e lui una volta libero si è venduto la casa di famiglia - quella che sul retro ospitava la sua dimenticata attività di barbiere - ed è finito a fare non so che dalle parti di Saint Vincent.

Curiosamente sua figlia - una ragazzona di buon senso, non bella ma placidamente dotata di un certo sex appeal - si è recentemente sposata proprio con il figlio del Renato, uomo schivo e laconico fin da bambino, detto affettuosamente Compare Orso dal mio amico Pierangelo.

Poco tempo fa, in un giorno feriale, sulle piste degli impianti di Palìt, mentre consumavo una rapida colazione al sacco fuori del rifugio prefabbricato, mi è capitato di orecchiare distrattamente una conversazione tra il Renato e un certo Batti, trombone della banda musicale, quartinternazionalista nonché marito della sorella di Coppi.

Eravamo noi tre soli, seduti sul rialzo in cemento della base del prefabbricato, sotto un cielo di latte di mandorle che si confondeva con la neve tutt'attorno. Una neve bagnata e frenante per via della temperatura curiosamente alta di quei giorni. Lungo le piste non scendeva nessuno.

Avevo deciso di tornare a valle dopo lo spuntino e altrettanto intendevano fare quei due, così  consumavamo con calma i panini, circondati dal silenzio ovattato che ci avvolgeva come se fossimo stati seduti dentro una nuvola.

Loro, Renato e Batti, avevano preso a chiacchierare  in dialetto e l'argomento era Coppi.

Si raccontavano aneddoti della sua scioperataggine, con severità  ma anche con un che di assolutorio, come se si fosse trattato di qualcuno che non poteva essere che così, per una qualche ragione indipendente dal suo volere: un destino, un'eredità del sangue, una congiura di false occasioni. Insomma era curioso stare ad ascoltarli e scoprire che se fosse dipeso da loro gli avrebbero impartito volentieri una lezione, anche impietosa, e nelle stesso tempo intuire - senza che probabilmente nessuno di loro due ne fosse consapevole - che se qualcun'altro fosse intervenuto a darla, quella lezione, forse sarebbero stati proprio loro a fare in modo di impedirlo.

Comunque, per tornare a noi,  Renato e Coppi sono quelli che io considero i barbieri " storici".

Poi ci fu quell'altro di cui ho fatto un accenno all'inizio.

Era il 1968 e arrivò questo ragazzo, pugliese credo, che prese in affitto proprio la bottega dismessa del Coppi conferendole un aspetto accogliente e dignitoso, con i suoi giornaletti, le due poltroncine d'attesa in similpelle, gli strumenti di lavoro in bell'ordine sul ripiano accanto al lavandino, gli specchi lucidati e un'illuminazione confortante per chi entrava, soprattutto durante l'inverno, dopo aver percorso il vicoletto della Gugnèia, costellato di case abbandonate e decrepite, intriso di quell'umidità pervicace data dalle piogge interminabili che sono le madrine del verde esuberante per cui la nostra valle gode di una certa notorietà.

Approdato in paese senza amicizie e senza legami quel nuovo barbiere ci si innestò piuttosto solidamente, nonostante una certa ritrosia di carattere, un vistoso accento meridionale che in quell'epoca lassù appariva come una stravaganza, e una curiosa disposizione ad interpretare ciò che gli veniva detto in modo a volte incongruo.

Durante quell'estate noi si approfittava delle notti fino ad esserne pacificamente estenuati.

Per noi intendo quel gruppo che poi ovviamente si disperse frettolosamente nelle estati successive, alla spicciolata, per via di matrimoni, cambi di residenza e di luogo di villeggiatura, urgenze di maturità che allontanavano sempre più la possibilità di tirar irresponsabilmente mattino.

Quell'estate comunque l'attraversammo ancora con una rincorsa ebbra, paludata di risate per nulla, banchetti notturni sul campo di foot-ball accanto al cimitero e impavidi innamoramenti.

E durante una di queste notti il nuovo barbiere si unì a noi per una scorribanda che ci portò  ad una fiera in un paese che non ricordo, dove io e Naty, la mia morosetta d'allora, vincemmo una coppia di criceti.

Ci spostavamo a bordo di due automobili: la Dyane di Piero, il figlio più grande del medico condotto, e la Giulia 1750 color melanzana di Giorgio, il figlio dei gestori del bar Americano.

Pigiati all'inverosimile con grande naturalezza ci spostavamo come razziatori da un posto all'altro, sempre in cerca di qualcosa o di qualcuno che quasi mai trovavamo, senza che per questo venisse meno la nostra disponibilità al girovagare.

Quella notte dalla fiera ad un certo punto raggiungemmo un paesino che porta il nome curioso di Strambinello.

I criceti, che si erano aperti una breccia nella scatola di cartone che li ospitava, scorazzavano sul pianale dietro il sedile posteriore su cui io Naty e Pierangelo si interpretava senza molto coordinamento "La notte" di Adamo.

Il barbiere sedeva avanti, accanto a Giorgio che guidava in silenzio.

Strambinello risultò deserta.

La Dyane si era arrestata di fronte ad un bar chiuso e Piero era balzato a terra, chiamando a gran voce una ragazza che probabilmente abitava lì attorno.

Nel silenzio della notte le sue urla suscitavano un  imbarazzo che noi si cercava di superare ridendo ansiosamente. Il barbiere si guardava attorno con indifferenza, come se fossimo stati fermi a un semaforo.

Si affacciò un uomo ad una finestra, a gridare minacce, e Piero lo mandò al diavolo. Quello scomparve per riapparire in un tempo incredibilmente rapido sulla porta di casa, in mutande e canottiera, impugnando un bastone.

Il barbiere per un momento lo osservò con curiosità distratta.

Piero abbandonò la sua abituale baldanza incosciente e saltò in macchina.

Ripartimmo in fuga con banditesco stridere di pneumatici e quell'uomo - che risultò  essere il fratello della signorina cui Piero aveva rivolto i suoi ululati richiami - ci inseguì a piedi per un tratto, maledicendo, poi la notte si ingoiò Strambinello e la sua figura ferma in mezzo alla strada. Tornò il silenzio e il rumore sommesso del motore che frusciava lungo i campi, accompagnando paziente il nostro forsennato girovagare.

I criceti zampettavano dietro le nostre teste e noi certamente si conversava, ma oggi sapere di che è definitivamente impossibile.

Poi Piero ci fece accostare per comunicarci che intendeva raggiungere una tale di sua conoscenza, una che batteva sul vialone che corre davanti ai giardini di Palazzo Uffici, alle porte di Ivrea.

Ci arrivammo e lui fece scendere i suoi passeggeri senza molte cerimonie assicurando che sarebbe ripassato al massimo entro mezz'ora, caricò quella sua amica vistosa, sui quarant'anni, che per noi all'epoca erano quasi una vecchiaia, e dopo un laconico "Aspettatemi qui " se ne andò a consumare quel sesso d'emergenza che allora a me pareva piuttosto imbarazzante.

Restammo accanto al marciapiede deserto, sotto luci giallastre da raccordo tangenziale, borbottando tra noi dialoghi assonnati, rassegnati ormai alla fine, almeno per quella notte, dell'avventura.

I passeggeri di Piero sedevano accoccolati sul marciapiede.

Tra questi Sandro era intento a pulirsi gli occhiali. Era stato allora che Pierangelo dal sedile posteriore, sporgendosi in avanti e appoggiando una mano sulla spalla del barbiere, aveva chiesto: "Chiamami Sandro, per favore."

Il barbiere si era limitato ad annuire, senza fare altro.

Non ricordo quello che avvenne subito dopo ma poi certamente tornò Piero, ricaricò il suo equipaggio e si tornò in paese, poco prima dell'alba.

Approdando alla piazza, nel discendere dalle automobili, poco prima di disperderci in silenzio ciascuno verso casa, il barbiere si rivolse a Pierangelo e chiese:

 - Oh, Sandro, c'hai ancora sigarette ?

Pierangelo rispose che le aveva finite e aggiunse che comunque Sandro era quell'altro, quello che fumava la pipa. Disse che il suo nome era Pierangelo e che lui lo sapeva: com'era allora che lo chiamava Sandro?  Il barbiere disse:

- Ma me l'hai chiesto tu.

- Chiesto cosa ? - interrogò Pierangelo.

- Prima, in macchina. M'hai detto: chiamami Sandro.

E così da allora, nonostante i decenni trascorsi, può ancora accadere che io e lui ci si guardi e ci si dica "Chiamami Sandro", con quell'accento strambo e quella voce nasale che aveva il barbiere. E si rida un poco.

Ma ormai si smette quasi immediatamente e si cambia argomento perché di loro abbiamo già parlato a lungo senza che le parole trovino rimedio, perché il barbiere è morto a ventinove anni d'un tumore e Sandro, che nel frattempo era diventato medico, si è sparato in bocca, dicono perché il tumore se l'era diagnosticato da sé, senza ombra di dubbio.







Pit e Pierangelo




Sandro


 

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