domenica 2 dicembre 2012

ATTI MANCATI 10





Dominique Boschero e Pit Formento sul set di "Passioni" - 1986


Come al solito, stavo cercando altro, proprio per il blog, e sono capitato di sguincio su "Dominique".
Il riconoscerne  la perfetta  e beffarda possibile collocazione nella sfera degli atti mancati ha risvegliato, per la prima volta, un soprassalto di rammarico che ha colto di sopresa la mia ormai consolidata attitudine a farmi una ragione di tutto, senza rimpianti.
In questo caso mi sono reso conto che questo film desideravo davvero realizzarlo, o meglio, che andava realizzato, e che a me sarebbe riuscito di farlo bene.
Adesso proverò a raccontare perchè non è accaduto.
Il reperimento del materiale, la ricostruzione del percorso, si annunciano macchinosi, così che, probabilmente, mi occorrerrano alcuni giorni per avere ragione del tutto. Però credo che ci riuscirò.
Intanto va detto subito che "Dominique" doveva essere un documentario: un ritratto di Dominique Boschero.






So che la maggior parte delle persone non sanno più, o non hanno mai saputo, chi sia, ma io l'ho conosciuta, ci ho lavorato, ho ascoltato la sua storia e ho accarezzato a lungo l'idea di farne un racconto per immagini e testimonianze. 
Sentivo in quella possibilità ciò che Proust diceva della fotografia - nel mio caso riferibile al documentario - e cioè che sia l'una che l'altro acquisiscono quella dignità che manca loro quando smettono di essere una riproduzione del reale e ci mostrano cose che non esistono più.


Dominique in copertina...



Il tutto ha inizio nel 1986, con la lavorazione di "Passioni". 
A questo riguardo c'è già del materiale nel post "Cinema & C.", dell' 1 settembre 2011.



Pit agghindato dalla costumista sul set di "Passioni"



Pit e Carlo Hintermann, che interpretava il marito di Dominique



Pit e Francesca Vettori, che interpretava la figlia di Dominique



Seduti: Michele Di Mauro di spalle, Vanni Corbellini
In piedi: Pit (seconda unità) Riccardo Donna (regista)



Pit e Dominique



Per ciò che concerne quell'esperienza uno dei pochissimi lasciti era stato proprio quello di voler raccontare la vita di questa strana attrice, che mi era capitato di incrociare sul meno attendibile dei set, per la meno appetitosa delle narrazioni, per per una lavorazione interminabile che avrebbe condotto alla costituzione di 100 puntate.
Alla fine di tutto avevo parlato con Dominique di quel mio progetto. 
Ero stato a casa sua in Val Varaita e avevo visto lo sterminato materiale d'archivio che la riguardava e che teneva in una valigia buttata in un angolo. 
Non riuscivo a togliarmi dalla testa la copertina di un settimanale che ritraeva lei e Don Lurio che si tenevano per mano su una spiaggia, come accennando un passo di danza. Ci vedevo dentro già tutto il film.







Dominique e Raimondo Vianello in una commedia degli anni '60



Dominique in un film mitologico, con Tab Hunter



Il primo soggetto su Dominique l'ho scritto nel 1988. 
Come spesso accade intanto ci eravamo persi di vista, e il mio errore è stato quello di non farmi vivo ogni tanto per aggiornarla, il fatto è che non volevo ricomparire senza notizie positive, o meglio senza notizie di nessun genere.  
Nel 2000, con una nuova stesura, la GA&A - che allora era il mio distributore internazionale - mi ha proposto di partecipare ad un pitching a loro spese per individuare dei partners europei come coproduttori del mio documentario su Dominique.
Racconterò di quella esperienza, anche perchè prelude al decimo atto mancato della mia silloge, ma intento ecco il soggetto del 2000.



 DOMINIQUE
Dominique nasce a Parigi, al 140 di avenue de Wagram figlia di un carbonaio e di una portinaia della Val Varaita emigrati lassù. E' il 1935.
Passano i primi anni dell'infanzia e subito, a causa della guerra, viene spedita in Italia, dai nonni, sulle montagne sopra Frassino, sul confine franco-piemontese, in terra occitana.
Ci resta fino ai quattordici anni, inselvatichita e spigolosa, ammorbidita solo dalla mitica figura del nonno.
"...E'stato il più bel periodo della mia vita, eppure facevo la fame. Come in un film: tanta miseria e tanta felicità"
Dopo questi dieci anni torna a Parigi.
"...A quindici anni i miei mi hanno richiamata a Parigi perché mia sorella era scappata di casa e toccava a me aiutarli"
Dominique trova la famiglia scorticata da avvenimenti dolorosi: il padre si é messo a bere, la madre - che nel frattempo é riuscita a prendere in gestione un piccolo bistrot -  va soggetta a saltuari disturbi di squilibrio psichico, c'é un fratellino piccolo che Dominique ancora non conosce, e la sorella più grande é fuggita di casa, pare con un amante della madre.
Per Dominique, approdata alla parte più misera della Ville Lumière dalle montagne libere della sua valle, c'é in attesa il lavoro.
" ...prima a un banco di verdure al mercato, poi in una fabbrica di lampadine e alla fine in un ospedale per poveri"
Un lavoro duro, in una specie di ospizio, ricovero per algerine, ragazze madri, adolescenti violentate.
" ...Io ero stata assunta per lavare i pavimenti, ma aiutavo anche durante i parti, spingevo sulla pancia. Ho visto donne e bambini morire. Con il terrore del parto che mi era venuto sfido che sono rimasta vergine fino a diciott'anni "
In quel degrado, matura anche il definitivo rifiuto della gravidanza.
" ...avevo libera solo una sera alla settimana, con un'amica andavo al ballo dei pompieri. Ce ne andavamo in giro per St.Germain des Près. Il mio mondo era tutto lì"
In un momento più duro degli altri non resiste e si concede la fuga di una notte. Si avventura sul metrò. Scende a Pigalle. la Pigalle di allora, già equivoca ma smisuratamente vitale e suggestiva. Dominique si incanta di quelle luci, di quei boulevards.
" ...non sapevo nulla di mignotte e macrò. Ho visto il Moulin Rouge, la strada piena di gente, l'aria di festa...mi son detta: questo é il paradiso "
Si rifiuta di tornare a lavorare all'ospedale e la madre le procura un posto in un atelièr, dove si occupa di cuciture di poco conto.
Ha sedici anni ed é bella.
Un giorno, per scherzo, le compagne di lavoro le fanno indossare un abito da sposa. I titolari la vedono.
Mannequin.
Un esordio emozionante, un gioco divertente per una ragazzina di sedici anni, un affare per i proprietari dell'atelièr che non hanno aumentato granché lo stipendio di cucitrice.
Una sera, nel bistrot della madre, arriva un tal Pierre Blanc, cantante lirico piuttosto assiduo da qualche tempo, e con il quale la madre fa un po' la cocotte.
E' lui a dire, guardando Dominique che si muove con un fare di spavalderia fanciullesca su un corpo inconsapevolmente avvenente, che le ragazze del Lido guadagnano in un giorno quello che Dominique guadagna in un mese.
"...dice a mia madre che al Nouvelle Eve in rue Fontaine, uno dei locali più in voga allora a Parigi, cercano ragazze. 3000 franchi di paga al giorno..."
Per la madre non ci sono remore. Così Dominique, non ancora diciottenne, con tanto di autorizzazione dei genitori, entra nel mondo dello spettacolo attraverso un ingresso allora prestigioso ed oggi quasi dimenticato: quello del Music Hall. Il nostro Varietà.
"...appena il patron mi vede dice: Ma petite, desabillez vous. E io: monsieur est ce que je peux garder les culottes ? Lui si é messo a ridere e ha detto di sì. Così sono diventata la vedette nuda del suo spettacolo "
Va all'arrembaggio del mondo con allegria, i lustrini sulle tette e le gambe al vento.
E diventa inconsapevole testimone di un momento speciale della storia del nostro tempo, in una Parigi che ne era il centro nevralgico e in un'Europa che si dava assetti definitivi recuperando fiducia dopo le privazioni del dopoguerra. Gli anni cinquanta, l'esistenzialismo.
"...portavo sempre pantaloni neri, una maglietta nera, capelli cortissimi, sembravo un ragazzino. Avrei voluto essere come Juliette Greco".
Conosce Louis Armstrong, Bobet, Moustaki, poi iniziano le tournées: a Copenaghen insieme a Denise, compagna di palcoscenico e avventure, di origine spagnola, madrina di curiose iniziazioni sessuali, e ancora Lione, Dusseldorf, Amsterdam. poi il concorso di Miss Francia.
Al ritorno a Parigi conosce un Alain Delon alle prime armi: due anni di amore pieno di spigoli.
"... era notte e lui era ubriaco fradicio, per terra, non gli vedevo la faccia, l'ho preso per i capelli, ho visto questo sole e me lo sono portato a casa"
L'anno dopo conosce la regista Jacqueline Audry che la fa debuttare a teatro, in una commedia musicale.
"...sono passata dal Nouvelle Eve all'Alhambra, in Place de la Republique, un teatro che adesso non esiste più, e ci sono rimasta tre anni come soubrette "
Finche il settimanale Epoca non le dedica un servizio. Una ragazza italiana che trionfa sulle scene parigine, una pastorella !
"... un'agente romano, Pippo Fortini, mi chiama per un provino e mi fa fare una parodia western con Tognazzi e Walter Chiari. Così é stato il mio ingresso nel cinema..."
Con "Un dollaro di fifa".
Si trasferisce quindi in Italia. In tempo per quei leggendari anni sessanta. Diventa una star dei film di serie B, quelli con Maciste, la regina delle Amazzoni e altre amenità di mitologia all'amatriciana. 
Tra il 1960 e il 1974 ne gira 90. 
Entra intanto nel clan dei Volonté. 
Lascia Cinecittà per un presessantotto un po' delirante. Si mette con Claudio Volonté. Tutto diventa febbrile: le provocazioni un pò ingenue - se viste con gli occhi di oggi - contro la borghesia, insieme agli amici del Living Theatre, a Schifano, Bellocchio, per la rivoluzione che non si farà, ma ancora nessuno lo sa.
Una Roma che era il proseguimento naturale, inevitabile, della Parigi di dieci anni prima.
Poi i prezzi da pagare per l'Avventura: la bomba in Vaticano, i drammi, il suicidio in carcere di Claudio, l'ostracismo, la fine del sogno.
E Dominique se ne torna sulle montagne dei nonni. L'unica terra non bruciata attorno. E che comunque non ha mai dimenticato.
" ...facevo un filmaccio e venivo su con i soldi per un pezzo di strada, un servizio fotografico e tornavo a fare un tetto, e nel '74 era finita..."
La meira perfettamente ristrutturata sopra Frassino, non lontano dalla cascina da dove i nonni partirono per la Francia: Il suo Buen Retiro.
Alleva pecore e capre, si fa contadina senza troppi rimpianti, sempre pronta a darti una mano, lei che avrebbe bisogno di riceverla, che ha regalato un lavoro al fratello, un albergo ai genitori, una tomba ai nonni, molti dei soldi guadagnati con il cinema alla rivoluzione, e amore a un sacco di gente che spesso non se lo meritava.
"...di uomini ne ho avuti tanti, e un solo amore, Claudio, per questo posso dirlo con tutta tranquillità: sono una sciagura. Ogni tanto mi capita di fare dei bilanci e con gli uomini é proprio negativo..."
Nell' '86 é tornata per qualche mese sulle scene per una telenovela tutta italiana mandata in onda da Raiuno.
"...il grande cinema non l'ho conosciuto. Quello che ho fatto io é stato solamente una buona occasione per fare un lungo viaggio in prima classe intorno al mondo "
Quello che Dominique Boschero - o Boscherò, come molti ancora la ricordano - può offrire, é una guida per un itinerario straordinario, dove la storia personale si intreccia a quella ufficiale secondo criteri sempre suggestivi perché sempre imprevedibili. Con una verve comunicativa rara.



 
 


Veniamo al pitching.
La rete di European Documentary Network oraganizzava - e probabilmente organizza ancora, io sono da troppo tempo fuori dal giro per saperlo - degli incontri internazionali durante i quali produttori e registi avevano occasione di incontrare "decisori" di reti televisive europee e altre strutture e tentare di convincerli a coprodurre i propri soggetti.
I workshop di Documentary in Europe avevano (hanno ?) questa funzione.
Questi incontri mi pare si tenessero di volta in volta ad Amsterdam e, per l'Europa meridionale, ad Atene, a Lisbona (c'ero stato come regista ospite con "L'altra metà del cielo" e avevo conosciuto Cosetta, che sarebbe diventata la produttrice di "As long as the grass shall grow and the rivers flow" - vedi post 22 gennaio 2012) e a Bardonecchia.



 

Nel frattempo ero stato anche contattato da un giovane giornalista, Paolo Speranza, che non solo stava cercando di far rivivere la gloriosa testata de "I quaderni di Cinema Sud" ma, anche lui intrigato dalla figura di Dominique, stava realizzando un libro bello e interessante: "Un'avventura neorealista", sulla lavorazione del film "La donnaccia" - di cui Dominique era stata protagonista.





All'interno, Paolo aveva inserito anche un paio di frammenti del mio soggetto, che mi avevano piuttosto inorgoglito.











Torniamo al pitching, che consiste sostanzialmente in una presentazione del progetto.
Per farlo si hanno a disposizione cinque minuti. 
E' preferibile farlo in inglese e si può liberamente decidere quale criterio applicare, nel senso che uno potrebbe anche cantare una canzone o esibirsi in un numero di prestidigitazione, ma nessuno lo fa mai, intanto perchè partecipare ha dei costi non irrilevanti e chi ti iscrive vuole essere sicuro di spendere bene i suoi soldi, e poi perchè prima e dopo di te, a ritmo di cinque minuti per volta, sul palco di fronte alla commissione, altri candidati sono lì per convincere che il loro progetto è il migliore sul quale investire.
L'ho presentato insieme a Gioia Marchetti, della GA&A, che padroneggiava eccellentemente l'inglese. 
Ci eravamo preparati per tutto il giorno precedente, avevamo cronometrato i tempi, i passaggi dall'uno all'altro, ipotizzato le risposte da dare quando - in seconda istanza, alla fine - la commissione avrebbe chiesto eventuali chiarimenti.
Ed è andata bene.
Gioia Avvantaggiato, la titolare della GA&A era esultante. 
Più interlocutori si erano interessati al progetto.
Non so quanto ho atteso per chiamare Dominique ma quando l'ho sentita ero ancora elettrizzato, e le ho comunicato che, finalmente, il film su di lei si sarebbe fatto, con una coproduzione internazionale.
E lei ha risposto che non aveva più intenzione di starci.
Persino adesso che ne scrivo continuo a chiedermi perchè.
Il suo accampare un generico "Non me la sento", il suo poi negarsi al telefono, rifiutarsi di incontrarmi, non sono mai riuscito a spiegarmeli.
Avevo tentato anche una mediazione attraverso Sergio Troiano, un attore che aveva lavorato anche lui in "Passioni" e che aveva continuato a frequentarla, ma che aveva sortito solo la certezza che non solo non fosse servita, ma forse che fosse stata controproducente.
Nel frattempo mi giungevano voci che la dicevano malata, altre che la dichiaravano ingrassata al punto di ritenersi impresentabile, altre ancora, velate di interpretazioni psicoanalitiche all'amatriciana, che mi riferivano che non voleva inquinare la piccola mitologia dei suoi anni dorati con le condizioni del presente.
Insomma, un disastro.
Anche perchè Gioia Avvantaggiato, donna energica e temperamentale, non avvezza alle sconfitte e tantomeno ai rifiuti incomprensibili, nell'impossibilità di verificare direttamente le ragioni di quel voltafaccia, si era limitata ad imputarle a me.
Capivo chiaramente che riteneva che in qualche cosa dovevo essere colpevole, tant'è vero che la nostra collaborazione, decollata così brillantemente nei due anni precedenti, si è spiaggiata definitivamente su questo equivoco.
Comunque ci avviamo alla fine.
Sono arrivato a scrivere questo post partendo da un fascicolo affiorato tra gli altri, dove erano raccolti alcuni elementi che corredavano il progetto presentato a Bardonecchia, e già che ci sono...
Il primo è una specie di soggetto/dichiarazione di intenti/indicazioni di carattere tecnico.


DOMINIQUE



Da dove arriva l’idea e appunti di ripresa

Nel 1986 ero stato ingaggiato come regista della seconda unità per la realizzazione di una telenovela. 
Il titolo si adeguava per originalità al plot, ed era “Passioni”. Dominique era una delle vedettes riciclate per l’occasione. Non so chi l’avesse rintracciata sulle sue montagne, so che lei aveva il tetto di una stalla da rifare e qualche altro lavoro e così aveva accettato l’ingaggio: un ruolo di maliarda usurato da una pletora di luoghi comuni. 
Ricchissima e spregiudicata era l’unica, con l’amante assassino, a fare una brutta fine in tutta la storia.
Io di lei avevo un ricordo vago: certe copertine di una rivista che si intitolava “Mascotte” dalla quale occhieggiavano attricette in costume da bagno e che noi, scolari poco più che decenni, scambiavamo con furtiva apprensione sotto i banchi di scuola. 
Due erano le mie preferite, che turbavano i miei sensi dolorosamente allertati con confuse fantasie erotiche: una era Mylene Demongeot e l’altra Dominique Boschero. 
E ora, a distanza di più di vent’anni, ce l’avevo lì, ancora bella, con un fascino scabro e un cameratismo alpestre, diretto. 
Non tutti l’apprezzavano. Pochi sapevano chi fosse e a lei non importava. 
Siamo diventati amici, mi sono fatto raccontare la sua vita, sono stato nella sua casa di Torino e in quella di Frassino, ho visto i suoi cimeli. Poi la telenovela è finita e ci siamo, come accade quasi sempre, persi di vista.
Un giorno, a distanza di anni, ci siamo incontrati in un ristorante. 
Lei era con Carla Gravina, un’altra “vittima” del clan Volonté. Abbiamo chiacchierato come se ci fossimo visti il giorno prima. Più tardi mia moglie mi ha detto “Che bel tipo” e io ho risposto “Si, lo so” e ho rivisto il documentario che vorrei fare su di lei.
Che parte da Frassino, da dove parte sempre Dominique a raccontare: da quella baite del nonno che oggi ha fatto ristrutturare e dove vive per parte dell’anno, in una valle occitana.
Taglia il fieno sui suoi prati scoscesi, allatta capretti col biberon, spacca legna sotto una pergola mentre la sua voce arrochita, fuori campo, avvia la trama con la sua rischiosa sincerità.
Dopo viene Parigi. 
Direi di arrivarci come lei poco più che bimba: all’alba alla Gare de Lyon. 
E l’alba è la costante che vorrei per il “pellegrinaggio” a Parigi. 
Poca gente e poco traffico. 
Il tempo è andato. 
Qui c’era il bistrot di sua madre, qui la carbonaia di suo padre, qui l’ospedale per donne povere, qui il teatro dei suoi esordi. 
Dominique è un passaggio. 
A piedi o in auto. 
A volte una sosta. 
Non appena si corre il rischio della malinconia, ecco un invito al ballo: un ingresso di repertorio a stacco. 
Quella Parigi là, che l’ha stregata e svezzata. 
Testimonianze. Delon ci darà la sua versione della notte del loro incontro?
Intanto la musica del film da subito vorrei che fosse proposta da esecutori non ufficiali e, se no, da versioni su frusciante e usurato vinile. Ma meglio se eseguita da amici (Califano a Roma ha scritto canzoni dedicate a lei. Ci sono ragazzi, sulle sue montagne, che suonano la ghironda e cantano in lingua d’Oc) o da cantanti di strada.
Quando non è voce fuori campo, Dominique guarda in camera in un mezzobusto che affiora dall’opacità di un ambiente in penombra. Però non escluderei che, in quelle ore, con quella luce a cavallo, anche la retorica iconografica di una scalinata del Sacre Coeur o del Trocadero, con Parigi alle spalle, possa fare al caso nostro, con lei a figura intera, a lato fotogramma, che racconta senza guardarci, ma quasi di profilo. Da provare.
Mentre la parte romana la vedrei pacificamente affollata, pre-serale. 
Testimonianze costruite con rilanci, atmosfere di festosità assembleare, con i sopravvissuti di allora che sanno raccontare cos’è successo, ma non sanno perché sia successo.
Rosa Luxembourg diceva che “Il processo storico oggettivo precede la consapevolezza dei suoi protagonisti così come l’inconscio precede la coscienza”.
Niente si attaglia di più all’esperienza “rivoluzionaria” di Dominique.
I tasselli di supporto sono la pletora di più di settanta film di serie B nella Roma di via Veneto dove tutti facevano “er cinema”.
L’enfasi febbrile e delirante della contestazione interpretata dal suo gruppo fino al gesto simbolico ma sconclusionato di un attentato dinamitardo in Vaticano. Claudio Volonté strillato dalle pagine dei giornali di allora, tutti un po’ codini, tutti disposti alla genuflessione. 
E lei, la “puttana” del bombarolo. 
Certo non usavano proprio quella parola, ma i suggerimenti al linciaggio morale erano più che espliciti. 
Telegiornali dell’epoca. 
E poi andiamo al nero. Un bel fondu prima di riaffiorare alla luce sulle montagne della Val Varaita. 
Storia di oggi che inizia quasi trent’anni fa. Dominique si inventa ecologista, naturalista, ambientalista, separatista ante litteram: il contagio movimentistico vive la sua lunga fase di lenta e disillusa decantazione in lavori da contadina, da pastora, con amori e amorazzi e sbandamenti.
Ma intanto la sua storia personale ha tratteggiato un itinerario strettamente parallelo a quello della Storia nel suo ventennio considerato più “liberato” del secolo scorso.
Guardando e ascoltando lei e i suoi “dintorni” ci si sorprende a pensare che quella che c’è stata somigli incredibilmente a una vera e propria mutazione, cui gli stessi protagonisti di allora spesso non sanno darsi spiegazione.
Non so come possa finire il film. 
Forse con l’immagine di un film. L’unico decente che ha interpretato: “La rimpatriata” di Damiani.
O forse lasciarla mentre prepara i bagagli per andare in clinica, in Francia, a controllare quel male che nel frattempo si è affacciato su questa sua vita intensa, caparbia, generosa, il cui motto potrebbe essere lo spagnolo “Nadie me quita el bailado” (nessuno può togliermi ciò che mi sono goduto).



Pit Formento



Dominique in una scena de "La donnaccia" - 1964




1967



In una polaroid di edizione di "Passioni" - 1986



A me restano questi fogli di una cartellina che possono sembrare il programma elettorale di uno  il giorno dopo che è stato sconfitto.









Eppure non è proprio così. Adesso ho la sensazione di guardare la questione come la guardavo in quei giorni di "Passioni".




Eeh sì, mi vien da sorridere a guardarla. Un po' matta e un po' saggia, buona e cattiva, capricciosa e generosa, stronza e adorabile. Già, già, era davvero un gran bel tipo... 




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