mercoledì 12 dicembre 2012

IL GIARDINO PIU' BELLO

Ieri sera ero sotto la doccia e, dalla strada, è arrivato ovattato il suono allegramente sgangherato di una formazione balcanica.
Siamo sotto Natale e per la città si aggirano questi musicisti imprevisti, rumorosi e funambolici, con le loro musiche in corsa sul pentagramma, che ci offrono una concezione steroidea dell'atmosfera natalizia,  soprattutto se confrontati con i remissivi e malinconiosi suonatori di piva e zampogna, che sembrano ormai scomparsi.
Questi di oggi, come quelli di ieri, offrono musica di passaggio in cambio di oboli modesti, ma lo fanno senza pietismi pastorali, piuttosto con una gaiezza che, a volte, appare persino minacciosa.
A parte queste considerazioni sulle variabili elemosiniere, sotto il getto rinfrancante di acqua bollente alla fine di una giornata fredda e ventosa quel suono ha riesumato come un'epifania (pertinente con il periodo) un altro suono, appartenente alla mia infanzia, che mai da allora mi era capitato di rievocare.
Sul retro del palazzo dove abitavo, là dove si affacciavano i vani credo detti di servizio, i balconi delle cucine, le finestre dei bagni e delle camere da letto, c'era un giardino piuttosto grande.
Un giardino condominiale, con alberi, vialetti di ghiaia, aiuole e praticelli curati con pacata solerzia dal portinaio.
Ricordo con esattezza un bellissimo salice piangente, che già allora mi pareva corrispondere al sentimento che quel giardino evocava.
Il palazzo di fronte, gemello del nostro, aveva anche lui un giardino analogo, diversificato solo per dettagli di disposizione di piante e vialetti.
Ambedue i giardini erano protetti da una recinzione in inferriata ed erano separati da una via, via Polonghera mi pare, di pochissimo traffico e ancor minore passaggio pedonale.
Vigeva una perenne atmosfera di attendismo rassegnato, rinfrancato dal solitario passaggio di un'auto, da un refolo tra i rami del salice, da una coppia di anziani che trascinavano passi incerti costeggiando la recinzione.
La cosa stupefacente è che di quei giardini nessuno faceva uso, era come se vi fosse un tacito accordo che li confinava ad un ruolo ornamentale.
Erano giardini terribilmente solitari. Credo che alla fine il loro fascino crepuscolare stesse proprio in quell'assenza di vita tangibile.
In un palazzo di quattro scale con nove piani per scala e tre appartamenti per piano, in un epoca di baby boomers come quella della mia infanzia, sembra incredibile che nessuno dei bambini che vivevano in quei palazzi sgattaiolasse mai in quelle preziose appendici domiciliari.
E non è che non li frequentassimo, i giardini, anzi. Ho già offerto un saggio rievocativo in proposito nel post del 15 gennaio 2011.
Ma quello di casa no. Forse c'era una regola condominiale che lo proibiva, chissà...
La mia inclinazione caratteriale mi ha fatto trascorrere molto tempo affacciato su quella solitudine, e non solo su quella ( vedi post "Mappe catastali" di mercoledì 26 ottobre). 
Quel genere di abbandono transitorio che si direbbe definitivo ha sempre esercitato su di me, fin dall'infanzia, una specie di partecipazione smarrita, un riconoscimento, un sentirsene parte.
Un buon psicoanalista forse desumerebbe ragioni che io non so individuare.
Ma il suono di trombe macedoni che ho ascoltato sotto la doccia non ha a che fare con questo aspetto malinconicamente contemplativo della questione, ma con il suo contrario.
Perchè accadeva, soprattutto con la buona stagione, che il giardino si animasse all'improvviso, annunciato da una musica di fisarmoniche o violini, da un canto, coraggiosamente spiegato anche se non particolarmente intonato.
Mi affacciavo quasi con emozione, perchè si trattava sempre di un evento non solo raro ma, nella mia visione piccina, persino un poco blasfemo e nello stesso stesso tempo benearrivato, coraggioso: un irrompere della vita a interrompere un' estenuante liturgia dell'attesa.
Si trattava sempre di mendicanti che improvvisavano un breve concertino.
Alle finestre, ai balconi, si affacciavano donne di servizio, signore, bambini, studenti. 
Nello sguardo di tutti quegli spettatori c'era un ammicco di condiscendenza, come se quei canti e quei suoni contenessero messaggi graditi.
Tutti avvoltolavano monete in cartocci che poi lanciavano in giardino.
Ad accompagnare i musici girovaghi c'era sempre una bambina o un bambino che correva qua e là a raccogliere i lanci e poi guardava in su e accennava un gesto del capo, che corrispondeva ad un ringraziamento.
Se ne andavano sempre troppo presto, per come la vedevo io, e restituivano il giardino all'imperturbabilità della sua solitudine.
In effetti noi, dall'alto delle nostre finestre, partecipavamo poco della condizione dei nostri transitori intrattenitori, anzi per nulla.
Però proprio da allora, per quel che può valere, è difficile che io passi davanti a un musicista di strada senza versare il mio obolo, e soprattutto sperando che molti facciano altrettanto, come accadeva dalle finestre del condominio della mia infanzia.
E ho pensato a Gabriel Garcia Marquez, perchè mi pare sia stato proprio lui a dire che c'è un unico momento in cui si può guardare un proprio simile dall'alto in basso: quando lo si sta aiutando a rialzarsi.

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