giovedì 28 febbraio 2013

VIA DI NANNI 33 (e poi 29) - prima parte



Quando ci siamo visti a Torino per la cena del 31 ottobre 2012 ( vedi post 13, 14, 15 novembre 2012 ) Paolo, prima di incontrarci, ha fatto un pellegrinaggio per conto suo e, tra gli altri luoghi, è passato anche davanti a quella che era la mia casa ai nostri tempi e l'ha fotografata.








In seconda fila la sua Porsche.
Ha scattato anche da un'altra angolazione...











...che coincide quasi con uno scatto di cinquant'anni prima, e che immortala l'ingresso di Via Di Nanni 33 ( per quali ragioni anni dopo - abitavo ancora lì -  il numero civico sia stato cambiato in 29, non so).
Qui sopra il balcone del nostro appartamento è nella parte centrale. 
Gli attuali inquilini sembrano apprezzare il verde (una ringhiera fronzuta, un graticcio vezzoso, tendone raccolto ) e me ne compiaccio. 
Ai miei tempi mia madre si asteneva e devo supporre sia stato un bene, visto che il suo pollice non è mai stato granchè verde.
Tant'è vero che nella foto che segue il nostro balcone è nudo, serrande abbassate ( eravamo via ? chi ha scattato questa foto ? come ne siamo venuti in possesso ? ).
Un eventuale computo dei piani non tragga in inganno.
Il pianterreno, detto anche piano rialzato, per qualche misteriosa ragione non veniva conteggiato, ed era un mio piccolo cruccio, perchè mi sarebbe piaciuto abitare in una casa di dieci piani  mentre l'ultimo era convenzionalmente il nono. 
Noi eravamo al settimo.









L'auto parcheggiata in solitudine ( che tempi... ) è una gloriosa 600, con lo sportello ad apertura controvento ( quindi anche qualcosa in più di cinquant'anni fa ). 
Il bambino che passa non lo riconosco. 
L'ho scrutato a lungo, ma niente.
Però, partendo di qui, ho agio di intraprendere una piccola ( sarà piccola ? ) esplorazione domiciliare, sempre rievocativa, naturalmente.
Potrei iniziare da un libriccino fotografico, licenziato per i tipi della gloriosa Books & Video nel '94, commissionato da me in occasione dell'ottantesimo compleanno di mio padre.
Consisteva in una selezione di immagini degli anni '50 che aveva scattato con la sua Voigtlander 6x6.
La copertina del libro era una fotocomposizione di un paio di sue immagini, una di mia madre e una del soggiorno di quell'appartamento del settimo piano.










Questa era parte della prova di stampa
per copertina e controcopertina



Mia madre è catturata con un primo piano degno di un portfolio di Diane Arbus. Nello specchio, con evanescente presenza ectoplasmatica, si riflette la figura di mio padre, armato di apparecchio fotografico.
Sarà opportuno tener conto di quello specchio, della sua cornice interna, del buffet  e del tavolo, perchè torneranno occasionalmente nelle prossime immagini. I primi anni cinquanta...





 Questo, ad esempio, sono io, in delicato e guardingo
appoggio a quella cornice. Visto che sono nato nel
dicembre del 1950 potrebbe trattarsi della primavera
del '51, però non mi intendo di bambini.





...e questo è lo scatto originale utilizzato per la copertina.





Oltre a quelle scelte per la pubblicazione avevo trovato un sacco di altre fotografie, del genere stampa a contatto su quella che allora si chiamava carta camoscio, con bordi dentellati. 
E' a quel piccolo patrimonio che attingerò ora, per proseguire.










Anche quella potrona è bene tenere presente.
Si accompagnava ad un'altra e a un divano. 
Salotto ingombrantissimo ma non per le case di allora, 
e talmente robusto che, previe alcune rifoderazioni, è 
attivo tuttora.









Lo schienale del divano si è prestato per anni, e con estrema docilità, a simulazioni di galoppate. 
I miei ruzzoloni erano imputabili più alla mia foga equestre che non alla sua possibilità di imbizzarirsi. 



Una candelina, quindi siamo al 6 dicembre del '51...







E poi arrivava il Natale. 
A che punto saremo qui ? nel '52 ? E perchè tra i regali c'è una bambola ? (tra l'altro grande quasi quanto me).
In ogni caso sono pressochè certo di averla indagata nelle sue plastiche nudità. Insomma i regali andrebbero scelti con maggior attenzione.








E dagli...
Questo Babbetto Natale dai tratti inequivocabilmente femminili parrebbe lasciarmi piuttosto perplesso. 
Se ci aggiungiamo la timidezza patologica che si andava sviluppando proprio in quegli anni c'è da chiedersi come sia riuscito a uscirne pressochè indenne.
Forse anche grazie al "cavallo" sulla destra.








Qui le candeline sono tre, quindi siamo
arrivati al dicembre del '53.
Io inizio a prediligere cravatte, ma soprattutto
farfallini. Alle mie spalle il buffet di buona memoria...




...sul balcone del soggiorno dei nostri vicini...






...e su quello della nostra cucina nel giugno del '55...





...all'interno della cucina...





E qui che faccio ? Mi mangio una candelina ?




I compleanni non li festeggiavo necessariamente soltanto in famiglia.
Mia madre organizzava anche delle festicciole invitando bambini figli di sue conoscenti, per i quali non è che andassi proprio pazzo.






Mia madre di fianco a me,  a sinistra  mio cugino 
Giampiero con immancabile molletta tra i capelli ,
a destra Giorgio S. e, sullo sfondo, il solito
specchio sul solito buffet.




Nell'occasione venivamo sollecitati anche a brindisi piuttosto artificiosi e ingozzati di pantagrueliche prelibatezze (la guerra  finita da pochi anni e la memoria delle sue ritrettezze alimentari incidevano ancora sull'inconscio delle mamme, credo).














 
...mamme che, per parte loro, vigilavano pacate.
Sopra, a sinistra, Jeannette G. e suo figlio Guido a capotavola,
a destra la signora S. e, in basso, due dei quattro fratelli C.
Fabrizio detto Bicio e, con dito in bocca, Flavio. 







Le signore prendevano il thè, con i cappellini in testa, sul caro vecchio divano (che allora era nuovo, opera di un ricercato tappezziere, cui va riconosciuto d'aver pronosticato per il suo artefatto una vita interminabile).
Gozzano da una nuvoletta sorrideva...









Chiudo questa prima parte con un'ultima immagine "ufficiale".
Una fotografia che era venuto a scattare a casa un professionista, per il cartoncino della Prima Comunione.
L'infinita tristezza di queste pose (beh, a me fanno quest'effetto) è attenuata dal riconoscere quel cordoncino sul petto che finiva nel taschino, e all'estremità del quale c'era - incredibile - un fischietto. 
Da vero marinaretto.








Fine della prima parte

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