martedì 26 febbraio 2013

GIUDIZIO UNIVERSALE IN CANAVESE




La settimana scorsa, a Milano, chiacchierando con Susanna, in ragione di una sua domanda specifica e cioè se non avessi mai abbandonato un lavoro in corso ero pronto a rispondere di no, e poi mi è tornata in mente la Sacra Rappresentazione.
Correva l'anno 1990.
Mi pare superfluo ripercorrere il lungo cammino di avvicinamento a quell'esperienza. 
Il dato sostanziale è che mi era stata proposta la regia di una rappresentazione teatrale basata su un testo mediovale redatto da un parroco.
L'originale era stato recuperato nell'ottocento da Costantino Nigra, che non si era minimamente preoccupato nè di attenuare l'atmosfera penitenziale gravante sulle vicende, nè di ipotizzare una rivisitazione linguistica.
L'idea delle persone che mi avevano contattato era quella di riproporlo per il circuito europeo delle sacre rappresentazioni,  circuito di cui io fino a quel momento avevo comprensibilmente ignorato l'esistenza.










Avevamo iniziato e, ad un certo punto, io mi ero arreso.








La buona volontà degli interpreti non debellava l'insulsaggine del testo, il rigore filologico del Nigra era stata un'operazione - almeno a mio avviso - meramente accademica.






Alla regia mi aveva sostituito Beppe V. che, con empirica determinazione, aveva portato in fondo l'interminabile faccenda.
L'avevo dimenticato, ma rileggendo l'introduzione di Stefano C., nella pubblicazione che aveva fatto seguito alla messa in scena, ho potuto ricordare che - contrariamente al Nigra - ero intervenuto abbondantemente sul testo...







...senza però  che i risultati sbaragliassero la soporifera, ridicola, ridondanza dell'assunto.



un piccolo, emetico, assaggio...



Altri contributi personali che ricordo di aver fornito prima di dare forfait erano consistiti nell'affidare la parte di Cristo a un'attrice ed elaborare una "licenza" conclusiva, che veniva recitato come commiato dagli spettatori.
Quel testo è stato cortesemente riportato dai curatori della pubblicazione.





















A distanza di tempo mi hanno riferito che questa "licenza" aveva riscosso un certo successo tra il pubblico, forse provato dalla banalità delle rime precedenti.


Alla fine, prima di terminare la rievocazione di questo passaggio curioso del mio "pascolare" tra le regie, mi ero risolto ad inserirlo nella serie degli "Atti mancati", ma adesso che l'ho riletto mi rendo conto che nel mio modo di viverlo - e averlo dimenticato finora - lo interpreto, pur nella sua sospensione, come un "Atto compiuto", e così gli ho cambiato il titolo, restituendogli il suo.

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