lunedì 23 aprile 2012

LE FINESTRE DI DESTRA, PROPRIO SOPRA L'INGRESSO (prima parte)




Assecondando la pulsione a trasmettere il risultato dei miei soprassalti narrativi, che pare placata ma si alimenta e insorge grazie alla condiscendenza di amici generosi, da un lato mi sono rimesso a scrivere e, dall'altro, ho posto mano a roba che non credevo avrei mai esibito, per quale ragione non so.
Ho ritrovato storie che non sono peggiori di quelle che ho già postato, anzi, in alcuni casi forse migliori. Credo che dipenda dalla lunghezza.
Sono storie più lunghe delle altre.
Le dividerò in puntate, come ho già fatto per "Un mestiere".
Questa si intitola "Le finestre di destra, proprio sopra l'ingresso", non ha nulla del resoconto autobiografico, come del resto altre che non facciano parte di Whittling, anche se come sempre, inevitabilmente, chi mi conosce vorrà leggerci dei richiami a caratteri o situazioni reali. 
La dividero' in quattro parti. Questa è la prima.




LE FINESTRE DI DESTRA, PROPRIO SOPRA L'INGRESSO




Era successo che Agostino Piombi aveva insistito alla sua insopportabile maniera, tornando alla carica ogni cinque minuti, sempre con quel mezzo sorriso che doveva servire a convincerti che a non pensarla come lui rischiavi il ridicolo.
Così tutti avevano finito col cedere: si sarebbe andati a cena nell'inattendibile ristorante Tex Mex perduto in chissà quale plaga periferica e che lui aveva scoperto chissà come.
Sicuramente - pensò Renata - in compagnia di una delle squinzie ingioiellate come manichini mezzobusto da vetrina di bigiotteria che si scarrozzava in giro a tutta velocità; così che il rombo del motore coprisse le loro interminabili scempiaggini e l'attenzione alla guida lo costringesse ad evitare di commentarle.
Il paradosso era che con loro ufficializzava rapporti da fidanzato, a volte per mesi, modificando i loro comportamenti, il modo di vestire, il linguaggio, probabilmente anche le abitudini sessuali, con l'applicazione e lo scrupolo di un miniaturista.
Quando poi quelle poverette erano finalmente trasformate in gheise generalmente esplodevano, forse perché lui, compiaciuto dell'opera ultimata, mollava un poco le redini o più semplicemente perché a tutto c'é un limite. Era allora che sparivano.
Fuggivano con un maestro di sci, di aerobica, di tennis, in genere comunque con qualcosa di ginnico, e Agostino si chiudeva in una rocca di altezzosità, esacerbando il suo già squilibrato rapporto con il gentil sesso. Per le mogli degli amici arrivavano momenti difficili.
E Agostino Piombi era amico fraterno, ex compagno di scuola nonché testimone di nozze del marito di Renata.
Lei ricordò quanto si fosse impermalosito, scomparendo per mesi, quando con Riccardo avevano commesso l'imprudenza di non offrirgli il ruolo di padrino alla nascita di Ottavia.
Proprio in quell'occasione però a Renata era parso che il marito, in genere succube degli umori feudali di Agostino, avesse ricavato un gusto segreto nell'offenderlo.
Ne ebbe conferma alla nascita di Federica.
Lei aveva scelto come madrina Gingi Del Fiume che era la sua migliore amica da quasi due anni e Riccardo aveva proposto a sorpresa Corrado Proverbio.
- Corrado ? Come mai Corrado ? - aveva chiesto Renata con un'ombra ben dissimulata di sospetto ansioso.
- E' simpatico no ? - aveva ribattuto Riccardo - perché ? A te no ?
- Sì, sì… - si era affrettata a concludere lei - ma pensavo che questa volta Agostino...
Riccardo l'aveva interrotta con una risata.
- Agostino che vada a cagare - aveva detto, e Renata si era resa conto che lui aveva una voglia matta di riprovare quel gusto sadico sperimentato in occasione del battesimo della loro primogenita, dieci anni prima.
In fondo - pensava lei - lui é così: un pezzo di pane.
Questa di non offrire ad Agostino per la seconda volta il ruolo di padrino - ruolo che quello avrebbe interpretato con una vocazione medioevale, probabilmente ossessiva - era il massimo che Riccardo sapesse esprimere in fatto di trasgressione.
Renata gli voleva bene anche per questo.
Quando si erano sposati lei aveva in realtà sperato che il suo essere bonariamente superficiale si sarebbe evoluto in qualcosa di più consistente, ma col trascorrere degli anni lui non era cambiato: era rimasto fedele a quell'immagine di giovanotto di bella presenza e buona famiglia, un po' fatuo ma onesto, che per una breve stagione aveva fatto di lui, nel loro ambiente, un tipo che piaceva.
E proprio allora, per l'esattezza durante l'estate del settantanove, lei si era ritrovata incinta, con diciott'anni ancora da compiere, di lui che ne aveva ventuno e non si era ancora diplomato.
Si erano sposati e Renata, cui contrariamente alle sue amiche d'allora non era mai successo di subire innamoramenti devastanti, aveva affrontato placidamente gli eventi, con una serenità un po' stordita.
Riccardo era considerato un bello, la sua famiglia era costituita da persone un po' ruvide ma sostanzialmente accettabili.
Ricco, educato, in quell'estate galeotta a Forte dei Marmi si era anche rivelato un amante forse poco immaginoso ma sicuramente implacabile; persino eccessivo era parso a Renata  durante certe notti in cui non le aveva dato tregua fino all'alba, ricaricando l'arma con una rapidità quasi sospetta.
A lei comunque risultava, da indagini sommarie tra amicizie e parentado, che l'insieme venisse generalmente considerato più che soddisfacente  e se lo fece bastare.
Anzi, le pareva che la fortuna stesse dalla sua parte quando le telefonava Gloria in lacrime perché Massimo le aveva di nuovo detto che tra loro era finita, o quando era costretta a subire le pallide, disperate smanie di Maria Sole per quel mezzo delinquente di Attilio.
Riccardo, dopo il diploma, era immediatamente entrato nell'azienda di costruzioni di famiglia e lei aveva continuato la sua vita di studentessa.
Ottavia e il teatro elisabettiano dell'interminabile tesi di laurea avevano assorbito la sua attenzione per anni, insieme ad una gestione vasta, ma semplificata dal saldo benessere economico, di un menage familiare che prevedeva spostamenti frequenti ed in forze: c'erano case da aprire e chiudere in città, in Sardegna e a Courmayeur, c'erano quelle due inevitabili settimane d'autunno, in coincidenza con la vendemmia, nella casa di campagna della famiglia di Riccardo, c'era il viaggio a giugno che loro due si regalavano ogni anno, da fidanzati, in qualche parte speciale del mondo dove il turismo strepitante non fosse ancora arrivato.
Luoghi scoperti da Mirella Tazzòli durante le sue esplorazioni per l'agenzia del cugino Corrado Proverbio.
Era stato durante una di quelle vacanze che Renata, dopo otto anni di matrimonio filati via senza soprassalti, aveva ceduto, sorprendendo soprattutto sé stessa, alle lusinghe dell'adulterio.
In un villaggetto della Baja California dove Mirella aveva fatto allestire in un'hacienda ristrutturata di fronte al Pacifico un piccolo hotel spartaneggiante, un mattino che Riccardo era uscito per una battuta di pesca con il resto degli ospiti lei si era adagiata solitaria sul bagnasciuga.
Corrado, che tornava da una corsa sulla spiaggia si era sdraiato accanto a lei: avevano chiacchierato tranquillamente, assecondati dal riflusso assonnato di un mare sorprendentemente calmo, parlando degli amici, spettegolando con discrezione misurata e scoprendo inaspettatamente di avere molte opinioni in comune.
Un'ondata imprevista, vigorosa, li aveva travolti e trascinati, sovrapponendoli l'uno all'altra mentre annaspavano nella spuma. Renata aveva sentito il suo corpo aderire a quello di lui, una coscia incastrarsi tra le sue e quando l'onda si era ritratta, scavando nicchie di sabbia sotto il peso dei loro corpi, invece di liberarsi da quell'abbraccio forzato come con un po' d'imbarazzo sorridente già stava facendo lui, si era protesa col collo verso il suo petto e gli aveva preso tra le labbra un capezzolo.
Poi, con un'ebbrezza sconosciuta e incontrollabile, aveva allungato una mano infilandogliela nel costume e agguantandogli il membro rimpicciolito e freddo che le era cresciuto tra le dita, mentre Corrado si affrettava, dopo un istante di intimorito stupore, a baciarla e brancicarla in maniera piuttosto maldestra.
Avevano scopato lì, in venti centimetri d'acqua, fingendo di giocare, di fronte alle sorelle Roasènda, che prendevano il sole ad un centinaio di metri da loro, su lettini di bambù. L'amplesso era stato fulmineo ma per Renata aveva rappresentato una rivelazione assoluta.
Lui era sgusciato in lei quasi in maniera fortuita e subito aveva preso a spingere affannosamente, recuperando il terreno che gli veniva a mancare sotto le ginocchia ad ogni riflusso dell'onda.
Dopo neppure un minuto, con balbettato sussiego aveva chiesto - Posso venire ? – e Renata aveva risposto - Sì ! sì! - con gli occhi fissi sulle Roasènda immobili, in bilico su un orgasmo che in attesa di esplodere le rimescolava le viscere.
Solo per un istante il fantasma di un contagio stese un'ombra sulla sabbia color cipria di fronte a lei, poi Renata rifletté sulla leggendaria fedeltà di Corrado alla fidanzata di Bonn, che per parte sua era celebre per la luterana rigidezza di costumi, e l'ombra scivolò via.
Lui aveva preso a mugolare, Clara Roasènda si era sollevata su un gomito ed aveva alzato sulla fronte gli occhiali da miope rivolgendo  loro un gesto di saluto.
- Com'é l'acqua ? - aveva gridato felice, rivolta a loro due senza l'ombra di un sospetto.
- Una meraviglia ! - aveva risposto Renata prima di tuffare il capo sott'acqua lasciando libero sfogo ad un piacere di intensità allarmante.
Non fu necessario stabilire accordi tra loro due per divenire amanti, anzi pareva che l'argomento li imbarazzasse per cui non lo affrontarono mai.
Renata, dopo quel giorno sulla spiaggia, si era interrogata ed aveva realizzato che l'intensità convulsiva di quel piacere le derivava dalla situazione in cui si trovava al momento di raggiungerlo: più la situazione era a rischio, di emergenza, più quello si presentava rapido e incontrollabile.
Da allora le era accaduto di raggiungere l'orgasmo anche solo nell'immaginare per conto proprio situazioni estreme, per certi aspetti impraticabili, cercando poi di attuarle, con ragionevoli ridimensionamenti, grazie alla tentennante collaborazione di Corrado.
Si frequentavano con cadenze mediamente quindicinali per amplessi brevissimi e animosi, consumati con trasgressivo buon senso.
In agenzia da lui ad esempio, con il rischio dell'ingresso di un cliente o di una delle impiegate ridotto al minimo dalle segrete strategie di Corrado.
Non si spogliavano mai. Lei si presentava agli appuntamenti con calze a rete autoreggenti e senza mutandine, si sedeva direttamente sul membro che lui aveva appena fatto in tempo a snudare dopo preliminari esigui, e gli si affannava addosso per una manciata di secondi, ovunque ci fosse il rischio che qualcuno vedesse e sperando disperatamente che nessuno potesse vedere mai.
Solo in un paio di occasioni si erano concessi condizioni ortodosse, in un letto, con un po' di calma.
Corrado aveva apprezzato: le aveva accarezzato e baciato a lungo il corpo, le gambe affusolate e forti che erano il suo vanto, e si era anche dimostrato capace di rapporti protratti, ma per Renata tutto ciò non aveva valore.
Per quel tipo d'amore aveva - e le bastava assolutamente - Riccardo. Anzi, replicando con Corrado i tempi e i modi che erano propri del suo rapporto con il marito provava la sensazione di tradirlo e questo l'addolorava e la paralizzava con insuperabili sensi di colpa.
Con le sveltine no.
Aveva poi scoperto quanto aggiungesse alla sua eccitazione l'uso dei preservativi: lui che se lo srotolava sul prepuzio o lei stessa che lo inguantava con gesti sempre più rapidi ed esperti, come aveva sentito dire che facevano prostitute e travestiti.
Così aveva smesso di prendere la pillola: tranquilla per le cadenze prevedibili del desiderio saltuario di Riccardo e protetta con profilattici variegati dagli orgasmi leprotti di Corrado.
Poi c'era stata quella famigerata Pasqua in Val D'Isère: le ostriche, lo champagne e Riccardo che per tre o quattro giorni pareva tornato quello di Forte dei Marmi di nove anni prima. Ed era nata Federica, fuori programma.
Corrado Proverbio era stato il padrino, Agostino stranamente non si era offeso e la vita aveva ripreso il suo languido, controllato itinerario.
Quella sera, al ristorante Tex Mex, Corrado era arrivato con Grete, che Renata aveva incontrato in precedenza solo un paio di volte senza provare per lei nessun sentimento particolare.
Sapeva che avevano in programma di sposarsi in autunno e Corrado le aveva assicurato che questo non avrebbe cambiato nulla tra loro due.
Renata aveva risposto " Vedremo " senza animosità, spinta davvero dalla sola curiosità ed avvantaggiata dall'aver scoperto recentemente un ammiratore famelico ma controllato nell'ingegner Del Poz, nuovo acquisto dell'impresa di famiglia di Riccardo a capitanare il team del progetto di un complesso residenziale a Vancouver.
Al Tex Mex  Del Poz sedeva tra Mirella Tazzòli e un amico di lei, gallerista omosessuale.
Era visibilmente a disagio per le attenzioni palesi che ambedue gli riservavano: Mirella perché era notoriamente un'insaziabile divoratrice di uomini e il suo amico perché Del Poz era provvisto di un fisico atletico, fianchi snelli e sguardo da ragazzino corrucciato.
A Del Poz Renata aveva pensato una volta per un imbarazzato esperimento di autoerotismo, sostituendo lui a Corrado in una fantasia funambolica, con un risultato che incoraggiava la tentazione della verifica.
Aveva comunque sempre mantenuto un rigoroso distacco, accettando l'intensità degli sguardi che lui le rivolgeva, il suo sorriderle tiepidamente ambiguo, come un doveroso omaggio d'ammirazione ad una giovane donna di trentadue anni con un fisico da adolescente nonostante le due maternità ed un viso che tutti dicevano ricordasse moltissimo quelle di Sissy Spacek.
Non aveva mai, in nessuna occasione, ceduto al benché minimo atteggiamento di disponibilità, anzi.
Del resto sapeva che quando fosse stato il momento - se il momento fosse venuto - tutto si sarebbe sviluppato rapidamente e da sé; come quella volta sulla spiaggia con Corrado Proverbio.
Mirella parlava con Del Poz appoggiandogli il palmo della mano sul polso peloso e robusto, Agostino sembrava irritato con la sua accompagnatrice di turno: una bruna molto alta con una complicata acconciatura, un sorriso ebete e due tette che avevano ipnotizzato i maschi della tavolata.
Delle Roasènda c'era solo Adele con il marito, dal quale era separata da almeno cinque anni e col quale usciva sempre per le cene con gli amici.
Renata guardava Corrado e Riccardo chiacchierare e si imponeva di non pensare a quello che le veniva in mente guardandoli insieme.
La cena non era stato il disastro che si temeva. C'era sì un affollamento di giovani intenti a vociare bevendo birra Corona ed ingozzandosi di tortillas approssimative, e la musica mariachi era a volume troppo alto, ma nell'insieme la cosa aveva avuto una sua suggestione.
Dopo, Agostino aveva invitato tutti alla casa sul lago.
- Facciamo la strada del traforo che da qui é la più corta - aveva detto. Renata non aveva prestato attenzione. E all'improvviso, seduta di fianco a Riccardo in auto, si era ritrovata a riconoscere, nonostante l'oscurità, i luoghi che attraversavano: gli si erano rivelati familiari nonostante l'infinità di piccoli cambiamenti verificatisi nei probabili vent'anni che la separavano dall'ultima volta che era passata di lì.
Perché per un certo periodo della sua infanzia - non più di un paio d'anni - la sua famiglia aveva abitato da quelle parti.
 Suo padre era allora direttore di uno stabilimento industriale della zona e l'azienda aveva messo a disposizione di alcuni alti dirigenti delle villette dalla curiosa architettura nordica, allineate lungo un viale che fronteggiava un parco di alberi secolari.
La madre di Renata sulle prime si era entusiasmata all'idea di vivere praticamente in campagna. Suo padre, che era un uomo sensatamente pigro, pur senza dir nulla aveva apprezzato l'opportunità di impiegare un quarto d'ora di salutare passeggiata a piedi, anziché i cinquanta minuti di incolonnamento automobilistico, per raggiungere lo stabilimento.
 L'esperimento non era però durato a lungo: la madre di Renata, dopo essersi addirittura dedicata alle cure dell'orto e poi a laboriosi itinerari ciclistici e ancora ad assidue frequentazioni equestri in un maneggio delle vicinanze, aveva cominciato a lamentare l'assenza di vita sociale, di cinema e teatri vicini; si era preoccupata delle amicizie dei figli, che così isolati non avrebbero potuto stringerne di "importanti".
Poi il fratello più grande di Renata, Carlo, si era iscritto all'università a Ferrara e ci si era trasferito, l'altro fratello Giulio era finito in collegio a causa di una bocciatura e la sorella Marina si preparava per il debutto dei diciott'anni. La madre ormai smaniava per un ritorno in città.
 Il padre ci si era rassegnato non troppo a malincuore dal momento che il cottage era rimasto a disposizione: s'era deciso che lui ci avrebbe abitato dal lunedì al venerdì per ricongiungersi alla famiglia nei fine settimana nel nuovo appartamento di città, all'ultimo piano di un palazzo di costruzione recente, decorato di marmi, smalti e ottonature che avevano impressionato Renata, allora appena decenne.
Lei aveva subìto il trasferimento con la silenziosa perplessità che l'aveva contraddistinta nella vita di famiglia.
Ultima nata da genitori che pur senza essere anziani avevano comunque apparentemente esaurito le proprie capacità d'attenzione con i tre figli precedenti, nati in sequenza e con caratteri esuberanti, Renata si era previdentemente tenuta in disparte, senza disturbare e di conseguenza senza, in linea di massima, essere disturbata.
Adesso, in macchina con Riccardo che guidava tamburellando sul volante a tenere il ritmo di una canzoncina che usciva soffusa dall'impianto stereo, stava transitando davanti a quella che era stata la sua scuola e ora risultava, da una livida insegna plastificata, essere sede di un poliambulatorio.
Non aveva mai parlato con il marito di quel periodo della sua vita e non trovava ora le parole per sintetizzarglielo, per poi cercare di condividere con lui quel sottile struggimento nostalgico.
- Ho abitato qui da bambina - si era risolta ad affermare con voce neutra.
- Qui ? - aveva chiesto con stupore Riccardo.
- Più in giù... - aveva indicato lei con un gesto vago verso il buio.
- Ma va ?
- Sì, sì...
- E quando ?
- Da piccola.
- Ma non stavate in Corso Cavour ?
- Prima di Corso Cavour...
Riccardo si era concesso una piccola pausa prima di cambiare argomento.
- Cos'é che ti diceva Ferruccio prima ?
- A me ?
- Sì, che ridevate come due matti...
- Ah ! Mi parlava di quella che é con Agostino.
- In che senso ?
- Mah...cazzate...
Renata era tornata ad osservare il buio, fuori, e Riccardo a tenere il ritmo sul volante, canticchiando.
Poi all'improvviso era sbucato lo stabilimento: all'uscita di uno svincolo che ai tempi in cui Renata era piccola non esisteva.
La lunga cancellata si interrompeva, come allora, con una rientranza che era proprio di fronte alla palazzina degli uffici. Ai due lati si stagliavano le sagome trasparenti delle garitte in cristallo degli uscieri. Una delle due era illuminata e dentro un uomo in divisa sfogliava un giornale. Probabilmente in qualche parte dello stabilimento era in corso un turno di notte; la palazzina degli uffici  affacciava invece la sua sequenza di finestre accecate dal buio sul piazzale antistante, illuminato da proiettori allo iodio.
Renata riconobbe la doppia finestra dell'ufficio di suo padre: quella a destra, proprio sopra la gradinata d'ingresso. E provò un tuffo al cuore che la spaventò.
Impreparata com'era ai soprassalti dettati dalle nostalgie improvvise e proditorie, che mai si erano presentate a turbarla, si agitò sul sedile, abbassò un poco il finestrino, respirò profondamente e poi, dopo un inutile sforzo di trattenersi, scoppiò stupefatta in singhiozzi.
Riccardo frenò e prese a chiedere in tono allarmato  - Cosa c'é ? stai male ? - a lei che  faceva cenno di no con la testa.
Riuscì a riprendere fiato per sussurrare - Non é niente, vai, vai pure... é solo che ho visto l'ufficio di mio papà e mi é venuto da piangere...non so...ma non sto male, per niente...
Le si era rivelata in quell'istante, quando già lo stabilimento era scivolato alle loro spalle, la bella opportunità che a volte si ha di ansimare d'affanno nel ricordo di un frammento di sé senza che quel senso di spasmodico soffocamento possa, nonostante tutto, annullare il sottile presagio di pacificazione che gli vien dietro.
Passando aveva notato che le grandi insegne luminose appoggiate sul tetto della palazzina degli uffici, a sfavillare immobili nella mestizia irrimediabile della notte su quelle lande periferiche, erano cambiate. L'acronimo che era stato l'orgoglio un po' fanatico di tutta la vita professionale di suo padre, aveva lasciato il posto ad una sigla multinazionale invadente, di proporzioni eccessive in appoggio sull'architettura discreta, di mattoni in paramano color crema, della palazzina.
Quel cambiamento era stata la cosa che più aveva commosso Renata che cercava di spiegarsene la ragione, accalappiata da un'incalzante sequenza di autorivelazioni: tutto cambia, qui tutto quello che c'era allora é finito, e mio papà ha ottant'anni e anche se é in forma magari domani mi muore e io non lo vedo da un mese, e non gli telefono mai, e chissà da quanto non passa di qui e forse gli farebbe piacere, o forse no, gli farebbe male, perché  un'emozione come quella che ho provato io stasera a ottant'anni non si sa mai, però si potrebbe correre il rischio, dovrei chiederglielo, naturalmente accompagnarlo, fare una specie di gita, così, portarlo a vedere da fuori il posto dove ha passato quasi tutti i giorni di quaranta dei suoi ottant'anni, una cosa pazzesca, ma la vita é tremenda, mio Dio, la vita é davvero tremenda.
Smise di considerarla tale quando approdarono al viale d'ingresso della villa di Agostino. Allora abbasso l'aletta parasole e prese ad esaminare nello specchietto quali tracce il pianto dirotto di prima potesse aver lasciato sul trucco discreto degli occhi.
Riccardo la controllava con una certa apprensione.
- Passata ? - chiese dubbioso.
Renata annuì.
- Sicura ? - chiese ancora lui.
- Ma sì, sta tranquillo !...E'stata una cosa così. Strana...non so neppure io come spiegarti...
Il viale scendeva ripido tra muretti di pietra e si fermava di fronte alla casa bassa, ad un piano, il cui fronte era illuminato da alogene dissimulate tra la siepi.
Agostino stava dando indicazioni tassative su come gli amici dovessero disporre le auto, per poterci stare tutti nello spazio esiguo di fronte all'ingresso.
Renata scese prima che Riccardo iniziasse a manovrare e si avviò verso la casa.
- Devo andare in bagno - disse ad Agostino che segnalava con gesti spasmodici, come se fosse stato sul ponte di una portaerei.
- Gisella ! - sbraitò lui senza voltarsi - Bagno !
La nuova fidanzata comparve sulla porta con un sorriso da hostess e Agostino si rivolse a Renata.
- Vai, ti fa strada lei.
Renata seguì Gisella osservandole da dietro gli ondeggiamenti studiati. Lei accese una luce in fondo al corridoio e con un mezzo inchino disse - prego - chiudendole poi la porta alle spalle.
Renata verificò con sollievo che il trucco non aveva subito deterioramenti irreversibili, frugò nella borsetta alla ricerca degli strumenti adatti ad un ritocchino di sicurezza e con disappunto si accorse che mancavano. Si osservò per un po' nello specchio assaporando il curioso senso di tregua che si faceva spazio in lei fino a riflettersi sul suo viso, che ora aveva riconquistato il tradizionale sguardo di pacificato stupore.


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