giovedì 20 marzo 2014

I MORTI NON SANNO NULLA 10




                                          DIECI


La gita a La Cure fu ancor  più proficua di quanto Dino Fabbri avesse sperato.
La moglie del proprietario del Café Provençal era una nipote alla lontana della madre del dottor Theroux, quindi una specie di sua cugina, con il dente avvelenato per l'indifferente supponenza con la quale lui pareva trattasse quel ramo della famiglia.
Sciorinò i fatti a valanga non appena il Testoni si spacciò - su indicazione di Dino Fabbri - per un giornalista italiano venuto a realizzare un servizio sulla "Valle degli psicoanalisti".
Ferruccio era entusiasta della parte che Dino gli aveva chiesto di interpretare. Ci dava dentro, indicandogli quali foto realizzare e fingendo di prendere appunti sul taccuino di una rubrica che aveva in tasca.
La donna accettò di buon grado di posare sull'ingresso del Café con atteggiamento matronale.
Sulle prime aveva scalpitato all'idea che dei giornalisti, per giunta stranieri, fossero arrivati fin lì solo per quella risibile questione degli "psichici", come li chiamava lei con sarcasmo.
Era comunque cauta finché il nome di Theroux non si rivelò un grimaldello. Dette la stura ad una sequenza di informazioni con tanto di riferimenti annessi. La maggior parte di questi non ricoprivano nessun interesse, ma alcuni sbalordirono persino il Testoni.
Disse che dalla prima volta che Theroux aveva raggiunto la madre a La Cure erano trascorsi non meno di venticique anni. Per un certo periodo aveva abitato con lei, in una vecchia casa alla periferia del paese.
Lei era malata. Perché in gioventù avesse abbandonato marito e figlio non si sapeva, così come si ignorava dove avesse trascorso tutti gli anni prima di tornare al paese.
Ginette, così si chiamava l'ostessa, aveva poi ironizzato sul mestiere di giornalista di Theroux.
Scribacchiava sì, occasionalmente, per giornali di provincia, sia in Francia che in Svizzera. Aveva avuto anche un breve periodo di relativa notorietà al Dauphiné Liberé.
Campava a sbafo, disse.
Riceveva qualcosa dal padre e la madre - la povera Denise che poi tanto povera risultò non essere - forse per i  sensi di colpa per quell'abbandono di tanti anni prima, lo viziava come se fosse stato un ragazzino, anche se lui ormai aveva doppiato la trentina.
Theroux aveva dunque ciondolato qui e là per un pò di tempo, creando anche qualche scandalo con donne dei dintorni.
- Battifiga - mormorò soddisfatto il Testoni.
Poi, un bel giorno, aveva preso il largo.
Giunsero in seguito voci che lo collocavano come galoppino di un tale dell'Oberhalbstein, che aveva fatto i soldi non si sa come. Uno che si era trasferito da quelle parti infilandosi in consigli d'amministrazione e manovrando nelle gare d'appalto pubblico; capace di fare il bello e il cattivo tempo dalla Val de Travers fino a les Landes d'Amont. Che tra l'altro dovevano assolutamente visitare e scattare qualche bella fotografia.
Il Testoni assicurò che l'avrebbero fatto senz'altro.
Comunque quelle erano le voci.
Lui - Leopòld - non s'era fatto più vedere fino al funerale della povera Denise che, meravigliando tutti, gli aveva lasciato in eredità una piccola fortuna.
Theroux aveva incassato ed era sparito un'altra volta.
Senza andare, come al solito, troppo lontano.
Da quel coglione che era - così aveva preso ad apostrofarlo Ginette, sempre più infervorata -  aveva sperperato l'eredità dandola a quel delinquente, quel mezzo italiano - scusate ragazzi, ma quel che é bisogna pur dirlo - quel Carso, che aveva inquinato la valle con tutti quei fuori di testa.
Leopòld s'era anche fatto costruire una bella villa a Les Charbonnières; lei l'aveva vista qualche volta da fuori.
Mai che si fosse messo in contatto con i parenti. Addirittura, nelle rare occasioni d'incontro casuale, l'aveva categoricamente ignorata. Tutto qua.
Quel Carso gli aveva mangiato i soldi ma adesso glieli faceva anche guadagnare, questo andava detto - e non é che vi siete offesi per prima ragazzi eh ?
" E' una specie di mafia - ripeteva Ginette scuotendo la testa - dovete scriverlo nel vostro articolo: non sono persone oneste. Portano gente da fuori che vedi benissimo che starebbero meglio in una clinica. E non credo che paghino le tasse."
Il Testoni prendeva scrupolosamente appunti. Dino Fabbri si chinò su di lui.
- E quel tale dell'Oberqualchecosa ?
Ginette percepì la domanda e lo osservò per un attimo, come chiedendosi chi di quei due fosse quello che contava di più. Poi rispose senza attendere la traduzione del Testoni.
Disse che era morto. Annegato nel lago di Neuchatel per un incidente. Non ne ricordava il nome.
- Lehrmann ? - suggerì Dino Fabbri.
Ginette si batté le mani sulle ginocchia indirizzandogli un sorriso d'ammirazione.
- Bravò ! C'est lui !

mercoledì 19 marzo 2014

I MORTI NON SANNO NULLA 9




                                          NOVE


Si lasciò accarezzare tra le cosce per tutto il tragitto fino alle porte di Yverdon, pilotando spericolata come sempre, senza che le dita di Dino Fabbri dentro di lei condizionassero minimamente la padronanza della sua guida.
L'operazione noleggio si risolse rapidamente e quando Dino si ritrovò con un'amante e un'auto decappottabile recuperò tutto il suo ottimismo.
Lasciò Solange, riuscendo a farle capire che avrebbe trovato la strada del ritorno da solo, poi raggiunse Vaulion senza difficoltà.
Nell'appartamento della madre aleggiava vago il profumo di Carlotta. Il letto era ancora disfatto.
Dino Fabbri afferrò la valigetta delle macchine fotografiche e tornò ad uscire.
Raggiunse Bas des Bioux e individuò Ferruccio Testoni, che assisteva ad una partita di petanque disputata da un gruppo di anziani sul lungolago. Lo invitò ad accompagnarlo in una piccola gita e l'altro accettò con entusiasmo. Apprezzò l'auto decapottabile, si incuriosì dell'attrezzatura fotografica.
Arrivarono fino al Col du Marchairuz. La giornata era splendida, filacci di nubi candide filavano attraverso un cielo tersissimo.
Mangiarono all'aperto, in una trattoria accanto ai pascoli.
Nell'aria c'era odore di bestiame ed erbe montane, la cameriera era florida, con le gote arrossate e le tette strizzate nel corpetto d'una specie di costume tradizionale. Ai tavoli attorno c'erano famigliole in gita, silenziose.
La raclette era molto saporita e la birra una vera ambrosia. Dino Fabbri si sentiva appagato. Scattò qualche fotografia. Ai bambini compiti e taciturni dei tavolini attorno, alla cameriera, a Ferruccio che sbadigliava a fine pasto.
Lui gli stava dicendo che a Bas des Bioux si annoiava.
Aveva nostalgia delle cene a casa di Theroux ma quello, per qualche ragione sconosciuta, preferiva non incontrarlo lontano dai periodi delle tranches, se non saltuariamente. Inoltre aveva anche l'impressione che tra lui e Loretta fluttuasse un velo di ostilità. Erano comunque stati invitati per la sera successiva. Ferruccio lo comunicò con soddisfazione.
- Così domani sera ci vediamo.
Concluse annuendo in modo infantile.
Dino Fabbri si sciroppò le solite lamentele che il Testoni aveva riguardo alla moglie. Theroux aveva detto anche a lui che il suo matrimonio era stato un errore; doveva trattarsi di una sua fissazione. Anche a lui aveva detto che quell'unione avrebbe minato il suo equilibrio e che tra loro non c'era vero amore. Più o meno le stesse parole che aveva usato con Carlotta.
Dino Fabbri ne approfittò per lanciare l'esca.
-  Che tipo é Theroux ? Ti va un caffé ?
Richamò l'attenzione della cameriera.
- Theroux ? - chiese guardingo Ferruccio.
- Sì. Allora, il caffé ?
- Sì, grazie.
La cameriera si allontanò e Dino Fabbri si mise in attesa.
- In che senso ? - chiese il Testoni.
- Ma, così, non so. E' simpatico ? E' bravo ? Sai com'é no, Carlotta non apre bocca a riguardo. E  viene voglia di sapere  com'é il tipo che passa le sue giornate con tua moglie a parlare di cose che tu non sai.
Ferruccio Testoni annuì partecipe, senza però decidersi a parlare.
- A me é parso un tipo gradevole - mentì Dino Fabbri - gli piace farsi una bevuta ogni tanto e ho visto che non perde un colpo ! - disse strizzando un occhio ad un Ferruccio piuttosto perplesso.
- In che senso ?  - chiese infatti.
- E' un po’ battifiga no ? - disse Dino.
- Battifiga ?
- Sì. Ho visto come sta addosso a Solange...
- Battifiga...questa non l'avevo mai sentita. Rende l'idea. Devo ricordarmi di usarla... - il Testoni pareva soddisfatto.
- Secondo me se ne fa parecchie di pazienti e non - insisté Dino Fabbri.
- Theroux ? Ma no ! Cosa dici ! Ma da un punto di vista professionale sarebbe inammissibile !
- Dai, dai ! Dilla tutta !
- Ma sì, girano voci, certo...ma sono voci che senti anche riguardo ad altri, senza fondamento...
- Ad esempio la storia con la madre di Solange - azzardò Dino Fabbri.
- Chi ? Theroux ?
- Già.
- E chi sarebbe la madre di Solange, quella che é andata via ?
- Sì, si chiama Claire. Sta in Costa Azzurra.
- Non ho mai sentito nulla...
- Ma dai ! Dicono che il fratello di Solange sia figlio suo !
- Di chi, di Theroux ?
- Sì !
- Pensa un po’ che storia...mai sentita, davvero.
- Ma la cosa strana sono i tempi.
- Che tempi ?
- Carlotta m'ha detto che Theroux é arrivato qui per la prima volta dieci anni fa e il fratello di Solange ha passato i venti.
- Allora vedi che é una balla !
- Ma tu l'hai mai visto il fratello di Solange ?
- Io ? No.
- E' identico.
- A chi ?
- A Theroux.
- Ma dai !
Testoni tacque, pensieroso.
- Davvero ti dico. L'altro giorno me lo sono trovato di fronte. Mi ha prestato una bicicletta.  Insomma mi é venuto un colpo. Ha persino la stessa voce.
- Comunque mi pare che sua madre fosse di qui... - mormorò Ferruccio.
- La madre di Theroux ?
- Sì.
- Chi te l'ha detto ?
- E' quello che non ricordo...Ho sentito sta storia della madre che aveva mollato il marito con un figlio piccolo...
- Sei sicuro ? la madre di Theroux ?
- Ma sì ! Un casino ! Porca puttana, se mi venisse in mente dove l'ho sentita... lei era originaria di un paese qui attorno, vicino alla frontiera...Il marito era di Annecy e Theroux é cresciuto con il padre. Lei é sparita per anni... Jules Rochet ! Ecco chi me l'ha raccontata ! E' un paziente di Fleurisse, sai quello che dicono che é frocio, che sta anche lui a Bas des Bioux ?
- Vai avanti con Theroux - lo interruppe Dino Fabbri.
- Niente. Tutto lì. Lui é cresciuto con il padre e quando ha scoperto che la madre era tornata al paese d'origine ha voluto incontrarla.
- Ma questo quando ?
- E che ne so !
- Ma dico, dieci o vent'anni fa ?
- Questo Rochet non me l'ha detto.
Dino Fabbri tacque. S'era alzato un poco di vento che faceva schioccare i teli tesi degli ombrelloni. La cameriera si stava affrettando a richiuderli.
- La Cure ! - disse Ferruccio.
- Cosa ?
- La Cure ! Il paese della madre ! Lo sapevo che mi sarebbe tornato in mente !
- E' lontano ?
- Non credo, é proprio sul confine, da qui ci vorrà una mezz'oretta forse...
- Davvero ?
- Mi pare...
- Allora ci andiamo.
- Ma dai ! A fare che ?
- Un'indagine - disse Dino Fabbri ammiccando.
- Perché t'interessa tanto ?
- Non me ne frega un cazzo. Mi diverte e basta. In questa valle ci si rompe i coglioni e noi adesso possiamo approfittare della bella giornata, andarcene in giro, scoprire magari qualche altarino. Oppure posso riportarti giù e ti guardi la partita di bocce dei vecchietti.
Il Testoni saltò in macchina e accese lo stereo.
- Apriamo la capote ? - chiese.
- Se scopriamo qualcosa di stuzzicante domani sera a cena lo guardiamo con altri occhi, no ? Soprattutto tu.
- Io ?- chiese Ferruccio.
- E sì. Lo tiriamo giù dal piedistallo.
- Beh, che c'entra...
- Così quando pontifica sui matrimoni sbagliati che decide lui quali sono puoi sempre dirti in cuor tuo pensa a tua madre, stronzo !
Ferruccio trattenne una risatina, leggermente turbato. Dino Fabbri si rese conto d'esser corso troppo avanti. Aveva bisogno di qualcuno che parlasse francese, se si fosse presentata l'occasione di fare delle domande, e che fosse sufficientemente ingenuo da non chiedersi perché andavano fatte. Cambiò registro e avviò il motore.
- E dai ! E' il tuo analista, no ? Saperne di più sul suo conto ti aiuta a capirlo. Non é solo lui che deve capire te, mi pare. Se la cosa é reciproca funziona meglio, no ?
- Non so mica...
- Insomma cosa vuoi ? Stare nascosto dietro un dito ?
- Chi, io ? Cosa vuoi dire ?
- Uno struzzo. Non voler vedere le cose come stanno...
Il Testoni rimuginava, perplesso.
- Da che parte ? - chiese Dino Fabbri.
- Laggiù a sinistra mi pare - rispose l'altro, accomodandosi sul sedile e alzando le braccia sopra il parabrezza, contro il vento.

lunedì 17 marzo 2014

I MORTI NON SANNO NULLA 8




                                           OTTO


Il mattino successivo Dino Fabbri decise deliberatamente di scendere da Solange due ore prima dell'appuntamento stabilito.
Lei dormiva ancora. Venne ad aprire stropicciandosi un occhio e borbottando qualcosa.
Indossava una t-shirt che pubblicizzava l'annuncio piuttosto stinto di un vecchio concerto dei Pink Floyd e che le cascava come un sacco quasi fino alle ginocchia, slabbrata sul collo e bucata su una manica.
I suoi capelli biondi e piuttosto fini riuscivano ad essere incredibilmente scarmigliati. Era scalza e spostava il peso del corpo da un piede all'altro, osservando Dino Fabbri con aria più intontita che interrogativa.
La sera precedente, a cena da Theroux, naturalmente aveva bevuto. Mormorò qualcosa e Dino Fabbri intuì che stava chiedendo che ora fosse. Rispose in italiano, improvvisando un sacco di sciocchezze e parlando rapidamente, approfittando del fatto che lei non capiva una parola se non di francese e tedesco.
La sera prima se l'era studiata con cura, dopo le fantasie del pomeriggio. Era convinto che appartenesse alla categoria di donne che lui cercava e riconosceva, e che riconoscevano lui. Quelle capaci di negarsi con caparbietà a pretendenti adoranti e cedere come per capriccio di fronte al più diretto degli approcci.
Solange alzò le spalle, rispondendogli probabilmente che era troppo presto. Poi si voltò e tornò in camera, gettandosi sul letto.
Dino Fabbri la seguì. Si sedette accanto a lei e sollevò la maglietta fino a scoprirle il ventre. Lei spalancò gli occhi più con spavento che con stupore e si trovò di fronte il sorriso ammiccante di lui. Sussurrò affannosamente una domanda che lui non era in grado di decifrare. Spostò il bacino come per sottrarsi alla mano di lui, che intanto con il pollice aveva individuato il clitoride e glielo accarezzava. Si fermò a fissarlo come se non si raccapezzasse e lui  sorrise ancora e si chinò a leccarla.
Lei disse di no più volte senza spostarsi, senza respingerlo.
Prese ad offrire il ventre con piccoli movimenti sinuosi, come una gatta intenta a farsi accarezzare dopo il risveglio.
All'improvviso lo aveva allontanato e si era messa in ginocchio sul letto. Si era liberata della t-shirt con uno strattone.
Gli aveva fatto segno di stendersi e con un gesto rapido della mano gli aveva ingiunto di spogliarsi.
Mentre lui armeggiava abbassandosi jeans e mutande lei si era sporta al cassetto del comodino, ne aveva estratto un preservativo, aveva strappato con un morso un lembo della confezione e, dopo averlo preso tra due dita gli aveva delicatamente incappucciato il membro.
Dino Fabbri era incantato da quella perizia.
Solange aveva il fisico di un ragazzino di undici o dodici anni: un petto scabro, nessuna traccia di rilievo dei seni se non un paio di capezzoli come due cilindretti marroni, quasi senza areola, forati da  due anellini dorati. I fianchi erano stretti, il ventre piatto, le ossa delle anche sporgevano, le clavicole creavano fossette profonde, l'inguine era ornato da un arruffo di peli biondissimi e lanuginosi. Cosce e polpacci erano un fascio di piccoli muscoli guizzanti, le mani erano minuscole, i piedi altrettanto.
 Gli si era posta cavalcioni e se lo era guidato dentro con cautela, succhiandosi le labbra. Aveva dato piccoli colpi d'assaggio tenendosi accucciata, i piedi saldi a lato dei fianchi di lui. Poi aveva deciso il momento e si era lasciata cadere, affondandoselo dentro con un grugnito, ad occhi chiusi. Li aveva riaperti con un'occhiata da piccola erinni, aveva afferrato i lembi della camicia di lui e con un unico strappo l'aveva aperta, facendogli saltare buona parte dei bottoni. Dino Fabbri non sapeva se ridere o preoccuparsi. Solange aveva allungato un poco le gambe, fissando i piedi nell'incavo interno dei gomiti di lui, immobilizzandogli le braccia. Poi, protendendosi in avanti, gli si era aggrappata con le mani ai pettorali.
Dino Fabbri li aveva tesi con orgoglio, offrendole il migliore degli appigli. Era sempre andato piuttosto fiero dei suoi muscoli. E Solange aveva cominciato a vogare. Il ritmo e il movimento erano quelli.
Scivolava in avanti con il bacino verso la pancia di lui fino a farselo quasi uscire di dentro e poi si ributtava indietro, con un vero e proprio urto.
Dino Fabbri fungeva da jole, le braccia immobilizzate dai piedi puntati di lei, i pettorali che s'indolenzivano sotto la morsa artigliata delle sue mani, il dolore sottile che affiorava con l'affondo delle sue unghie sotto le ascelle.
Solange accelerò il ritmo e lui cercò di pensare ad altro per riuscire a trattenersi; lei chiuse di nuovo gli occhi e riprese a grugnire.
Quando Dino Fabbri si rese conto che non sarebbe riuscito a resistere oltre emise segnali d'avvertimento. Lei fece cenni affermativi piuttosto convulsi. Piccole ciocche fini di capelli le si erano incollate alla fronte sudata. Gli liberò le braccia, riaccostò i piedi ai suoi fianchi e portò il movimento su di lui da orizzontale a verticale.
Dino Fabbri eiaculò. Lei pigiò ancora un po’, scuotendo la testa ad occhi chiusi e poi gli ricadde addosso, come addormentata. Era andata.
Restarono così forse per una mezz'oretta; lui s'era un poco assopito. Lei s'appoggiò sulle mani e si sollevò a guardarlo in viso. Si fronteggiarono brevemente poi Solange scoppiò a ridere e lui fece altrettanto.
Siglavano così la loro identità di complici, scaricando nella risata la responsabilità, il fantasma di Carlotta, la necessità di parlare di ciò che era accaduto, cosa tra l'altro impossibile data la loro incapacità di comunicare verbalmente.
Lei gli indicò l'orologio e a gesti gli fece capire che era ora che andassero.
Condivisero il bagno minuscolo con un cameratismo che Dino con Carlotta neppure si sognava.
Solange si accovacciò sulla tazza a pisciare e fece un gesto a Dino, che se lo stava sciacquando nel lavandino, come a dire che lui poteva farla lì, poi socchiuse gli occhi con un sorriso di beatitudine e liberò con un sibilo acuto una minuscola scoreggia. Si tappò il naso con le dita ridendo, azionò lo sciacquone e si accostò a Dino. Sgomitarono per un po’ di fronte al lavandino, scherzando. Lui le fece spazio e subito le si appoggiò dietro, abbassandosi sulle gambe e premendoglielo contro le piccole natiche.
- Banda encora ? - chiese lei.
- Cosa ?
Lei spinse contro di lui il bacino ridendo nello specchio, poi alzò l'avambraccio a pugno chiuso, in un gesto che definiva inequivocabilmente un'erezione.
- Lo cazzo banda ? - chiese ancora.
- Banda sì !
Rispose, intuendo, Dino, sentendoselo inturgidire.
Solange scoppiò in una risata e si voltò di scatto a gettargli sull'inguine acqua fredda raccolta nelle mani a coppa.
- Pas maintenant ! - ridacchiò, spingendolo fuori del bagno.

domenica 16 marzo 2014

REPARTO REPERTI 11










Nel 1987 ho realizzato un documentario che ha riscosso un certo successo di critica e pubblico e di cui ho già scritto diffusamente nel post "Films ritrovati !" del 22 ottobre 2011.
Adesso dall'archivio "Memory Poppins" sono saltate fuori copertine e contro copertine della versione in due parti, a mio avviso sciagurata, che ha circolato per un certo periodo in home video e che credo che nell'ottica dei produttori  servisse a garantire maggiori introiti.
Non so come sia andata, ho smesso da un milione di anni di farmi vivo per riscuotere la mia quota di coproduttore. Fortunatamente avevo guadagnato bene nella prima fase della lavorazione e della distribuzione.
A questo proposito, se mi posso permettere un suggerimento sia per giovani registi che per giovani scrittori (ammesso che ne esistano tra i miei lettori): non andate mai solo a partecipazione sugli incassi per un film perchè troveranno sempre il modo di darvi rendicontazioni false, così come faranno gli editori per un libro. 
Garantitevi uno busta paga per il film o un anticipo per il libro che corrispondano al minimo che vi aspettereste, il resto - se verrà - sarà benvenuto, ma non è detto che arrivi.
Torniamo a noi. 
Le copertine mi piacevano anche se rivestivano un prodotto che, così alterato, non mi piaceva affatto, e credo sia questa la ragione per la quale ne ho conservate un paio.
Oggi, che il livore per l'iniziativa della produzione è scemato da tempo e che quei fatti sono scivolati in un territorio che evoca soltanto pacate nostalgie, quelle copertine le metto qui. 
Sono anche loro testimoni di una lunga storia che, finora, è quasi sempre finita bene. 












sabato 15 marzo 2014

I MORTI NON SANNO NULLA 7

   


                                        SETTE


Carlotta non gli aveva dato tutta la soddisfazione che si era aspettato, ma in realtà si era più che sorpresa.
- Questa poi !...
Aveva continuato a mormorare mentre Dino Fabbri le mostrava l'album.
- Scopavano di sicuro - diceva lui, e lei rispondeva che sì, forse, ma era azzardato, e intanto si tormentava, come a cercare una via d'uscita.
- E il ragazzo é figlio suo !
Dino Fabbri si era lanciato nell'affondo finale.
- Ma dai !
- Sono identici ! Guarda qua !
- Mi sembra troppo...
- Perché non glielo chiedi ?
Aveva ridacchiato lui.
- A chi ? A Theroux ?
- Già.
- Sei matto.
- Hai paura ?
- Paura ? Ma di che ?
- Non so. Allora perché non chiederglielo.
- Ma sei veramente matto ! Cosa vuoi che faccia ? Che vada lì e gli dica: ah, mentre mi ricordo, mio marito ha ficcato il naso negli affari di casa Lehrmann e si é cacciato in testa che tu e la madre di Solange eravate amanti e che, anzi, tu saresti il padre vero di Jean-Claude. Cosa mi rispondi in proposito ?
- Non proprio così, ma qualcosa del genere.
Dino Fabbri ridacchiava. Carlotta scosse la testa e richiuse l'album sul letto, alzandosi.
- Rimetti tutto a posto. Queste non sono cose che ci riguardano.
- Ci riguardano eccome !
Sbottò lui.
- Mi hai appena comunicato che abbiamo in progetto di trasferirci qui, nell'amenità della Vallée de Joux, circondati da picchiatelli e dai loro strizzacervelli !
- Non t'azzardare ! - urlò Carlotta.
- Ah ! Certo ! Io devo stare zitto ! Venire al seguito ! Ci pensi tu no ?
Dino Fabbri assunse un tono in falsetto, abbozzò una smorfia di sussiego e imitò un gesto caratteristico della moglie: una mossa languida del braccio semiproteso.
- Allora troviamo un bella agenzia a Losanna o a Neuchatel per il piccolo Dino, così lui potrà giocare con le sue macchinette !
- Smettila - disse lei, pacatamente.
- Puoi scordartelo ! Io qui non ci vengo neanche dipinto, e anzi sai che ti dico ? Che faccio fagotto e me ne vado adesso !
- Come vuoi - disse Carlotta, e gli sorrise.
Dino Fabbri tacque. Si stava rendendo conto all'improvviso che non era così facile andarsene da lì. Non lo poteva certo fare in bicicletta, ed era l'unico mezzo di locomozione che avesse a disposizione. Forse in paese c'era un servizio di taxi, ma era poco probabile. Certo doveva passarci una linea di pullman. Non gli risultava che ci fosse una stazione ferroviaria. Non sapeva come rintracciare quell'idiota di Ferruccio Testoni, se non andandolo a cercare a casaccio a Bas des Bioux. Non era in grado di farsi comprendere da Solange.
Qualcosa del suo repentino smarrimento doveva essere affiorato, perché Carlotta ora sorrideva con una serenità inoppugnabile.
- Sai cosa facciamo oggi ? Ci procuriamo un'auto, così ti sentirai più a tuo agio. Non devi vivere come uno al soggiorno obbligato.
Dino Fabbri guardò sua moglie e si chiese come facesse a posizionarsi sempre in quel territorio di vantaggio senza ostentazioni.
Lei chiamò Solange in studio, a Yverdon, e in un quarto d'ora risolse il problema. Telefonò all'autonoleggio, fu essenziale e cortese, nel suo francese impeccabile. Ad un certo punto posò la mano sulla cornetta e si rivolse a Dino.
- Ford o Peugeot ?
- E' lo stesso - mugugnò lui.
Lei optò per la Peugeot.
- E decapottabile, mi ha detto quell'uomo al telefono. Carina no ?
Dino Fabbri ammise che per quelle nuove giornate di sole era una buona cosa.
- Allora: domani Solange va in studio solo verso mezzogiorno, quindi prima ti può accompagnare a ritirare l'auto. E' tutto sistemato. Vorranno probabilmente la tua patente da fotocopiare e naturalmente questi.
Posò sul tavolino d'ingresso una mazzetta di franchi.
- Là comunque, se necessario, l'inglese lo parlano di certo. Alle due Solange va da un cliente a Orbe. Ti farà strada, poi da Orbe a qui basta tirare dritto, o.k ?
Dino Fabbri annuì, mortificato come un ragazzino.
- Stasera a cena tu e lei vi mettete d'accordo per domattina e tutto é a posto.
- Sì.
- Ti va di fare due passi ? C'é un bel sole.
- Sì.
- Così vediamo di farci passare il malumore eh ?
Fuori la giornata era luminosa, smaltata di sole pacato.
Si avviarono per un viottolo che avevano percorso già altre volte, che a tratti seguiva il corso dell'Orbe per poi allontanarsene, tra pascoli e macchie di vegetazione.
Carlotta tornò sull'argomento Theroux con leggerezza, raccontando aneddoti riguardo a una fidanzata che il dottore aveva a Nyon, un'antropologa alta quasi quanto lui e robusta, con capelli bianchi tagliati a spazzola, dentatura equina ingiallita dalla nicotina e, pare, un senso dell'umorismo travolgente. Non si vedevano più di due o tre volte l'anno. Da almeno dieci anni. La figlia che Theroux aveva avuto dalla moglie abbandonata lavorava con lei. Come questo si fosse reso possibile Carlotta non sapeva.
Sedettero su una panca che era stata allestita tutt'attorno al tronco gigantesco di una quercia e Dino Fabbri appoggiò la schiena alla corteccia ruvida alzando lo sguardo sul fogliame che lasciava filtrare barbagli di luce, qua e là.
Tutta la rabbia impotente di prima si era stemperata in uno stato di semiabbandono, di velata rassegnazione.
Presentiva che tutto quanto gli stava accadendo era l'annuncio di una tranquilla infelicità a venire.
Carlotta si guardava attorno beandosi di quel tepore agreste. Vestiva con un'eleganza sportiva ineccepibile e neutra. Dimostrava una maturità superiore a quella dei suoi anni. Era molto carina e priva di sex-appeal.
Dino Fabbri seguiva i suoi gesti misurati ad occhi socchiusi, appoggiato al tronco come a volerci sonnecchiare contro.
C'erano refoli di vento che animavano di sussurri il fogliame sopra di loro.
L'atmosfera invitava al riposo e anche al sesso. Lì, isolati nella campagna ordinata, senza anima viva che si aggirasse attorno, col sole che dardeggiava su covoni alti come capanne, il canto petulante degli uccellini che frullavano tra i rami della quercia, il tambureggiare lontano dello scorrere del torrente.
A Dino Fabbri venne in mente l'assistente coreografa e provò un tuffo al cuore, un'ansia che sfociò in una rapida erezione.
Guardò Carlotta e non la desiderò, e tutto gli fu chiaro. Provava per lei un sentimento in cui l'attrazione fisica aveva costituito un elemento temporaneo, che si era dileguato. Gli era piaciuto essere suo marito, partecipare a quel menage sopra le parti, credere di poter guardare gli affanni del resto del mondo con benevolente distacco. E adesso si rendeva conto di non essere stato "progettato" per appartenere a quella dimensione. Lui era di quelli destinati a dibattersi, essere insofferenti ed arrivare sempre ad un filo dalla realizzazione dei propri propositi. Era probabilmente un vocato al fallimento ma si piaceva, gli piaceva quell'aspetto di sé che forse piaceva anche agli altri - che sicuramente era piaciuto a Carlotta - costituito di soprassalti emotivi, entusiasmi e ritrosie, sempre in bilico, sempre con quello spirito da fuggiasco, infantile, coraggioso senza necessità, pavido senza rendersene conto.
Adesso era lì che aderiva con la schiena alla corteccia del tronco, in preda ad un accesso di erotismo panico accanto ad una donna che accavallava le lunghe gambe pallide che lui non era tentato di accarezzare. Sua moglie. Provò per lei una tenerezza inaspettata. Chiuse gli occhi e comparve Solange.
La immaginò a letto, un po’ brilla, e si immaginò sopra di lei.
L'erezione compressa contro i jeans gli procurava un gradevole disagio.
- Theroux é innamorato di me.
Disse Carlotta. Dino Fabbri si affrettò a far svanire l'immagine sua e di Solange come se davvero avessero rischiato d'esser sorpresi a letto insieme.
Aprì gli occhi.
Carlotta gli dava le spalle, guardava verso i campi. Teneva tra i denti un lungo filo di paglia.
- Succede, nel nostro mestiere. Ma non immaginavo che potesse raggiungere questi livelli. Soprattutto per uno come lui.
Si girò verso Dino, che taceva.
- Era successo anche a me, nei suoi confronti, all'inizio della personale. Un transfert furibondo, ma era normale. Piangevo e lo imploravo di prendermi, di scoparmi, di fare di me la sua donna. Volevo che mi mettesse incinta.
Dino Fabbri deglutì, a disagio.
- E' normale in un paziente con grossi problemi. Peggio stai tu, più é bravo il tuo analista e più si sviluppa questo amore ossessivo. Che naturalmente non é amore ma bisogno, e che fortunatamente é destinato a ridimensionarsi, in stima, affetto, amicizia. Del resto é difficile distinguere anche in condizioni normali, no ?
Dino Fabbri alzò le sopracciglia come a manifestare la sua incapacità di giudicare.
- Comunque... - proseguì Carlotta - Quella sua di adesso é una cosa un po’ più complessa. Non so se si possa considerare un vero e proprio controtransfert. Ormai siamo colleghi. Parliamo più che altro di lavoro. Io non sono più la stessa che sdraiata sul lettino vomitava tutto il suo malessere. E' tutto molto più complicato.
Dino Fabbri provava l'incontrastabile e ingiustificata tentazione di distrarsi.
- ...Mi ha detto che il matrimonio con te é stato un errore colossale, un equivoco. Che noi non ci amiamo e che prima  o poi sconteremo questa leggerezza.
Carlotta tornò a portare lo sguardo verso i campi. Dino Fabbri continuò a tacere.
- Dice anche che il nostro matrimonio sta minando il mio equilibrio. Che il mio lavoro ne risentirà. Naturalmente io non ci credo, anche perché subito dopo ha cercato di saltarmi addosso, sussurrandomi che mi ama, che mi sposerebbe subito dopo il divorzio...Ho dovuto spingerlo via.
Dino Fabbri cercava l'energia per dire qualcosa senza trovarla.
- E' molto imbarazzante - concluse Carlotta - per fortuna passerà.
- Come passerà ? - chiese finalmente lui - perché intendi continuare ?
Carlotta gli rivolse uno sguardo sorpreso.
- Ma naturalmente ! Non capisci ? Adesso é lui che ha bisogno di me. La situazione si é capovolta, almeno temporaneamente. E' come se, in un certo senso, fossi diventata io la sua analista. e' ovvio che ho il dovere di affrontare la situazione.
- Ma dai !
- Non puoi capire...
- E io cosa dovrei fare ? Venir lì e continuare a far finta di nulla ?
Carlotta lo interruppe.
- Io ti ho fatto una confidenza e non avrei dovuto, anche se sei mio marito. Ma ora tu mi giuri, qui, adesso, che non dirai assolutamente nulla che possa far sospettare al dottor Theroux che sai quello che avviene nel suo studio. Sarebbe una cosa gravissima e sulla quale non transigerei mai.
Carlotta aveva assunto quel distacco vitreo, implacabile, che Dino Fabbri le aveva riconosciuto in pochissime altre occasioni. Disse:
-  Va bene. Però fammi il favore, lascia che torni a casa  per un po’. Io non sono ancora pronto per stare qui.
Carlotta sorrise.
- Hai ragione. Devi solo avere ancora un po’ di pazienza. Questione di giorni. Potrai tornare indietro con Ferruccio, poi tutto s'aggiusterà. Abbiamo una bella vita che ci aspetta, vedrai.
Carlotta allungò una mano a spettinargli i capelli e lui, per la prima volta, dubitò delle parole di lei.

giovedì 13 marzo 2014

LA SIGNORINA FELICITA




...ovvero la felicità.
E' la poesia di Gozzano che più mi commuove, che rileggo con una certa frequenza, a volte ad alta voce, naturalmente in solitudine, declamando sommessamente.
Crepuscolarmente, come si conviene.
Tra i 33 giri in vinile che sono sopravvissuti al trascorrere degli anni, all'alienazione progressiva a favore dei CD, all'eliminazione del giradischi come supporto, c'è anche questo disco, strano, che tanti anni fa ho ascoltato decine e decine di volte.














Il timbro in basso a destra dice che è stato acquistato da Buozzi, in piazza Castello, a Torino. Dov'era ? proprio non ricordo...
Ad ogni modo, la figura di Gozzano ha sempre aleggiato in casa mia, vuoi perchè era un poeta torinese, ma soprattutto perchè di origine canavesana, come tutta la mia famiglia.
Ed è stato proprio in Canavese, ad Agliè, dove c'è la storica residenza "il Meleto", teatro di molta sua ispirazione, che la mia inalienabile amicizia nei confronti di Guido si consolida.
Correva l'anno 1968, il Meleto era in pieno disfacimento. Malgrado che nel 1939, a più di vent'anni di distanza dalla morte del poeta, una signora appassionata avesse comprato la proprietà e ne avesse ricavato un piccolo sacrario, nel 1968, appunto, il luogo era tornato ad essere negletto.





  



                                       il giardino in disarmo all'epoca della visita...


 

Il 23 giugno del '68 dunque, mia madre, su sollecitazione di un suo conoscente piuttosto eccentrico, tal Fortunato Oggeri detto Nato, gran cultore di poesia, aveva imbarcato me e lui in auto e avevamo percorso i pochi chilometri che separano Rueglio da Agliè. 
Destinazione "Il Meleto", la casa di campagna di Gozzano.




 In questa foto fine anni cinquanta Nato è in
primo piano con occhiali da sole e basco.
In alto a destra mia madre ride e io mangio qualcosa.
Le fotografie di queste gite sulle montagne di casa 
mi ricordano l'allegria entusiasta che contagiava
tutti i partecipanti.



Io, come molti, tendevo a ritenere che il Meleto fosse la Villa Amarena della "Signorina Felicita" e quindi ero piuttosto emozionato. 




 Pit nel 1968, in posa pensosamente crepuscolare




Mi ci sarebbero volute letture approfondite, un esame universitario e la costante frequentazione amicale dei versi di Guido per accettare l'idea che Villa Amarena fosse più immaginaria che reale.





Il Meleto ai tempi di Giudo





Il disarmo che ci attendeva non mi aveva nè stupito nè deluso. 
C'era il clima che si addiceva, crepuscolare pur nello sfavillio estivo, c'era tutto Gozzano persino nelle due stanzette preservate per i rari visitatori, dove cimeli impolverati rievocavano " le buone cose di pessimo gusto", in dimessa e rassegnata solitudine.










Avevamo anche tentato un avvicinamento allo Chalet, un luogo magico, una casettina minuscola su un'isoletta al centro di uno stagno, distante dalla casa principale.
Era impossibile non immaginare Gozzano, i suoi amici, le sue "signorine" in amabili conversari sotto le fronde di quegli
alberi fronzuti che, cortesemente,  temperavano ma non interferivano con il filtrare dei raggi solari.






Guido e la madre Diodata sull'isoletta dello Chalet





Guido in posa da poeta ad una finestra dello Chalet







Tornati sui nostri passi, nel cortile di fronte al "Meleto", Nato aveva espletato la funzione cui verosimilmante aveva agognato fino a quel momento.
Con un cerimoniale degno di un'investitura cavalleresca aveva snudato un cofanetto libresco - un'opera omnia gozzaniana edita da Garzanti - e me ne aveva fatto dono. Là, su quella specie di aia.
















 La dedica, vagamente criptica, era per il Pieruccio 
che per lui ero sempre e sarei sempre stato.




Immediatamente dopo il magico rituale era stato interrotto da un ocone gigantesco e furibondo che, spuntato da chissà dove, si era avventato proprio su Nato, individuandolo, chissà perchè, come bersaglio privilegiato della sua aggressività. 
Ci eravamo ritirati piuttosto precipitosamente mentre il contadino cercava di chetare l'irascibile palmipede.
Nato, sul sedile accanto a mia madre, aveva trascorso il breve viaggio di ritorno detergendosi dal viso il sudore per lo scampato pericolo con un fazzolettone con monogramma.
Mia madre ed io non avevamo fatto altro che ridere per tutto il tempo, e ancora adesso che sono trascorsi quarantasei anni da quella fatidica giornata e che il povero Nato è passato a miglior vita da un pezzo, se accenno a mia madre del Meleto, di Nato e dell'oca si ride ancora. 





 Nato, a Rueglio, in compagnia di mio padre, nell'estate del '68.




Con gli anni mi sono accompagnato a Gozzano senza mai attenuare la frequentazione. 
Il dono di Nato si era rivelato prezioso per scoprire non solo l'opera poetica ma anche le prose. 
Avevo poi divorato una biografia ufficiale...









...e un'altra, meno "ufficiale" ma più ricca di indiscrezioni e di una vasta messe iconografica.






Naturalmente bisogna annoverare il 33 giri dal quale siamo partiti, anche se mi pare che sia coevo, se non addirittura precedente alla gita al Meleto.
Poi, anni dopo, mi ero regalato un'edizione de "I colloqui" del 1917, dei fratelli Treves, scovata in una libreria antiquaria di via Lagrange.








 Il primo proprietario e' stato un tenente che mi auguro
 sia sopravvissuto all'ecatombe della Grande Guerra








Al "Meleto" non ci sono più tornato.
Anni dopo i giornali annunciavano che la giovane figlia di un industriale facoltoso, Gilda Conrieri, si era fatta "regalare" dal padre l'avita magione per restituirla al suo originale splendore.
Allora avevo una visione massimalista della questione, e a tutt'oggi, malgrado riconosca nel gesto della ragazza un dichiarato e autentico amore per il poeta, non riesco a liberarmi dell'idea che il "Meleto" dovesse sfiorire precocemente come il suo proprietario, e che proprio in quel disarmo fosse possibile sentir palpitare il fantasma di  Guido.
Così non ci sono più tornato. 
Mi hanno detto che il restauro è stato rigorosamente filologico, che gli arredi sono d'epoca, che tutto sembra come allora, che si puo' visitare etc. etc.

 









Pero' a me fa un po' di tristezza l'idea tassodermica di cristallizzare artificiosamente un'idea di luogo con espedienti sia pur ammirevoli, piuttosto che accettare il degrado fisico ma garante per un "luogo dell'anima".
Tanto vale attenersi allora alla rassegnata consapevolezza dell'inevitabilità del decadere che ne "Le due strade" ha il suo straziante e dolcissimo capolavoro.




Non vorrei scrivere una fesseria ma credo
che il testo manuale a fronte sia proprio 
 di Guido, in una stampa anastatica
che cesella ogni tanto le pagine della lussuosa edizione
ricevuta in dono da Nato in quel lontano 1968.





I MORTI NON SANNO NULLA 6




                                            SEI


Carlotta era tornata a casa, accompagnata come al solito da Jef, verso le due.
Si era gettata sul letto con aria soddisfatta e aveva chiesto a Dino che progetti avesse per il pomeriggio.
- Hai un aspetto allegro - aveva detto lui.
Lei aveva risposto che Theroux le aveva offerto di prendere in cura uno dei suoi pazienti in lista d'attesa.
- Qui ? - aveva chiesto Dino Fabbri, e Carlotta aveva annuito felice.
- Ma...non vuoi che torniamo a casa ?
Carlotta lo aveva invitato a sedere accanto a sé come si fa con un bambino, lo aveva blandito coccolandolo e gli aveva spiegato che lì, proprio in quel posto, c'era il nucleo costitutivo della squadra del dottor Carso. Una mezza dozzina degli esponenti più autorevoli della sua scuola risiedevano nella Vallée de Joux e i pazienti arrivavano da tutta Europa.
- Scusa, ma intenderesti vivere qui ?!
Dino Fabbri si era allarmato; lei era ricorsa a tutta la sua considerevole capacità di persuasione. Il posto era splendido, suo padre non si sarebbe opposto all'idea di comprare per loro una casa da quelle parti. Andava pazzo per la Svizzera, ci viveva sei mesi l'anno, tutti i suoi soldi erano già lì. E poi erano a poca distanza da Losanna, c'erano voli quotidiani che li potevano portare a casa in un'oretta. E naturalmente non si trattava di una soluzione definitiva.
Carlotta sviluppava il suo piano sotto lo sguardo perplesso del marito con il rigore di uno stratega. Quel primo paziente non era che l'inizio. Entrare nella ristretta cerchia degli psicoanalisti residenti nella Vallée significava di fatto entrare nel Gotha della criptoanalisi. La cosa avrebbe avuto risonanza immediata, i pazienti sarebbero aumentati. Dopo un periodo che poteva durare al massimo quattro o cinque anni avrebbero potuto scegliere qualsiasi posto al mondo dove andare a vivere.
- Sì, ma io ?
Chiese imbarazzato Dino Fabbri.
- Tu ?
- Sì, io.
- In che senso ?
- Come in che senso ! Il mio lavoro, la mia vita...
Carlotta era rimasta per una frazione di secondo in uno stato di pensosa riflessione.
- Intendi dire le fotografie, il resto ?
- Già.
- Tesoro mi stai dicendo  che io dovrei essere incerta di fronte a questa occasione perché tu forse, e scusa se insisto su questo forse, avrai chissà quando una proposta di lavoro da gente sul genere Lamberto Piovano ?
Dino Fabbri aveva tentato un abbozzo di resistenza, realizzando nel contempo che sua moglie lo considerava una specie di velleitario sognatore, uno seduto nella sala d'aspetto del fallimento. Eppure era stata proprio lei a complimentare i suoi sporadici successi, ad ammirare certe stampe che lui le aveva mostrato con una certa riottosità.
- Ma puoi farlo qui !
Aveva ribattuto infine, come folgorata da un'idea.
- Adesso m'informo. Ci saranno sicuramente agenzie a Neuchatel o a Losanna. Insomma si troverà senz'altro una soluzione, amore. Fidati di me. Non ti crucciare.
In genere, a quel punto, Dino Fabbri si compiaceva d'arrendersi.
Trovava irresistibile che quella donna di cui sapeva così poco, che così poco si attagliava all'immagine che lui aveva della figura femminile ideale, spesso, all'improvviso, gli sparasse a bruciapelo quelle rassicurazioni anestetiche. Del resto fino a quel momento aveva sempre funzionato.
I " Non ti preoccupare, ci penso io " Carlotta Maltraverso li aveva sempre fatti seguire da un efficiente riscontro pratico. Era vero che negli ultimi tempi, prima della partenza per la Svizzera, sembrava essere precipitata in un limbo di prostrazione, ma ora aveva recuperato tutta la sua sicurezza, e Dino Fabbri era convinto che quello fosse il vero carattere di sua moglie. Ne era in qualche modo orgoglioso.
Così accettò l'idea di un prossimo trasferimento in terra elvetica con l'ottimismo transitorio ma necessario di chi é abituato a tenersi in bilico, e che raramente ha occasione di scegliere qualcosa di diverso su cui camminare che non sia il filo del rasoio.
Ma dal momento che comunque quell'accenno di Carlotta alla trascurabilità delle sue opportunità professionali lo aveva ferito, volle tentare una rivincita e affrontò l'argomento Theroux.
- Non m'avevi detto che il tuo strizzacervelli é arrivato qui una decina d'anni fa ? - esordì.
Carlotta, come sempre quando lui apostrofava Theroux in quel modo, si era irrigidita.
- Sì, nove o dieci, non ricordo.
- E prima non ci era stato mai ?
- Ma come vuoi che faccia a saperlo !
- Mi era parso di capire qualcosa del genere.
- Ma, non so...lui é francese, di Annecy. Faceva il giornalista. E' venuto qui per entrare in analisi con Carso. Prima la personale e poi ha deciso di dare una svolta alla sua vita. Ha individuato una vocazione, e ha fatto la didattica. E possiamo ringraziare il cielo perché é un ottimo psicoanalista. Forse era anche un ottimo giornalista, non so, comunque più o meno la storia é questa.
Dino Fabbri fece un cenno d'assenso.
- E tu la madre di Solange l'hai conosciuta - chiese.
- Io ? No, perché ?
- Mah, così. Non sai se lei e Theroux si conoscessero ?
- Lui e la madre di Solange ? Beh... può essere, ma cosa ti viene in mente ?
- Poi ti spiego. Comunque cosa dici ? E' probabile ?
- Ma non so ! Solange non ne ha mai accennato. Credo che me lo avrebbe detto se sua madre e Theroux...ma no, dai ! Lei ha conosciuto il dottore per caso, tramite la madre di Noemì, la ragazzina che hai fatto piangere.
- Che IO ho fatto piangere ?
Carlotta rise ammiccando.
- La madre di Noemì lavorava nello stesso studio di Solange prima di mollare la famiglia. Solange é stata da lei qualche volta ed é in quell'occasione che ha conosciuto Leopòld.
- Lo chiami per nome ?
- E' un collega.
- Comunque sei sicura ?
- Di che ?
- Di Solange con la madre della ragazzina eccetera.
- Ah sì, di questo sì. Me l'ha raccontato lei. E adesso si può sapere il perché di questo interrogatorio ?
- Poi te lo spiego e ti stupirai. Comunque, allora Leopòld Theroux arriva qui, mettiamo dieci anni fa, entra in analisi, poi sceglie di restare, molla il lavoro di giornalista in Francia...
- ...una moglie, che poi é morta, e una figlia che adesso ha trent'anni.
- Ma no !
- Già, già.
- Insomma s'installa qui senza conoscere nessuno, se non Carso, e attacca a lavorare. Poi un giorno, nella villetta che confina con la sua proprietà c'é, che ne so, una festicciola, e supponiamo che lo abbiano invitato e lui così conosce una ragazza minuscola e carina che beve come un uomo, la prende in simpatia e da quel momento  le fa da specie di padre ?
- Beh, da padre direi proprio di no ! - ironizzò Carlotta.
- Le sta addosso come un satiro. E il bello é che lei sembra non rendersene conto.
Dino Fabbri rivolse alla moglie una lunga occhiata prima di allontanarsi, per poi tornare con gli album di fotografie e sedersi accanto a lei.
- Adesso dà un'occhiata qua.
- Che cos'é ? - chiese lei.
- Album. Foto di famiglia. Casa Lehrmann.
- E dove li hai trovati ?
Domandò con leggero stupore Carlotta.
- Di là.
- In soggiorno ?
- No, sulla veranda.
- Nel ripostiglio ?
- Sì.
- E cosa ci facevi lì ?
- Curiosavo.
Carlotta aveva alzato lo sguardo su di lui con un accenno di severità.
- In che senso ?
- Ho frugato dappertutto - rispose lui con entusiasmo - Armadi, cassetti, tutto. E ho scoperto quello che neppure ti immagini. Guarda qua !
Carlotta non aveva abbassato gli occhi sulle pagine degli album ma li aveva tenuti su Dino.
- Cos'hai fatto ?!
- Guarda qua ! - aveva insistito lui.
- Ma come ti sei permesso !
Lui si era sorpreso.
- Permesso ?
- Ma sì ! Hai ficcato il naso nelle cose di questa casa !
- Ma non ci abita nessuno in questa casa !
- E questo che cosa significa ? Ti farebbe piacere che adesso a casa nostra ci fosse qualcuno che fruga tra le tue cose ?
- Sarebbe diverso, sarebbe un ladro che...
- E tu ti sei comportato come un ladro. Se fosse entrata Solange all'improvviso, o anche soltanto io, avresti continuato come se niente fosse ?
- No...beh, cosa c'entra...
- C'entra !
La rigidezza del punto di vista di Carlotta Maltraverso, si rivelò granitica, senza appelli.
Dino Fabbri era imbarazzato. Teneva l'album aperto sulle ginocchia e non osava più richiamare l'attenzione di lei sulle fotografie rivelatrici. Lo salvò il suono inatteso del campanello alla porta.
Carlotta ebbe un gesto di stizza e si avviò ad aprire.
Un attimo dopo ricompariva sulla porta della camera.
- E' Jean-Claude, il fratello di Solange. Mi dice di chiederti se per le tue gite ti andrebbe una bicicletta da corsa. Te la presta al posto di quella che usi adesso. Pensa che gentile ! E' alla porta, dai vieni!
Dino Fabbri si alzò. Quando si trovò di fronte al ragazzo lo fissò con un filo di incredulità.
- Merci - abbozzò, prima che quello sparisse nella penombra delle scale.
- Non é carino ? neppure ti conosce - disse Carlotta. Dino Fabbri fissava la porta d'ingresso.
Jaen-Claude aveva offerto una delle sue biciclette con una voce calda, suadente, adulta nonostante i suoi vent'anni.
Era alto, dinoccolato e magrissimo, sul naso a becco portava un paio d'occhialetti da seminarista e s'era fatto crescere un abbozzo di baffi a orlare il tumido labbro superiore.
- Non hai notato a chi é identico ?
Aveva chiesto Dino Fabbri alla moglie.
- A chi ?
- Se ti decidi a dare un'occhiata a quello che ti volevo far vedere lo saprai.
Aveva concluso lui, avviandosi verso la camera da letto.