giovedì 6 marzo 2014

REPARTO REPERTI 10





La convocazione alla visita di leva, persino questa è saltata fuori.
Io spero che ci sia qualcuno che percepisca l'ineffabile sensazione che si prova di fronte al riapparire inatteso di certi documenti, fotografie, foglietti etc. etc. soprattutto quando sono cumulati in modo piuttosto caotico e che solo adesso - con questa terapeutica iniziativa riordinatrice - acquistano, almeno ai miei occhi, il malinconico valore delle cose di poco conto ma irripetibili.
Il timbro postale dichiara che si era nel marzo del 1973. Avevo 22 anni.














Qui siamo nella primavera dello stesso anno.
Se alla visita mi avessero arruolato in Cavalleria probabilmente il servizio militare l'avrei anche fatto, ma dal momento che ero stato destinato in forza agli Alpini mi sono dato da fare e l'ho schivato.
E non me ne sono mai pentito.

martedì 4 marzo 2014

MOTOCICLI



In "Sei giorni fuori strada" ho già ampiamente discettato a proposito del Gilera 125 che dà il titolo al racconto e ho detto anche del mio primo motorino, il circense Motobi "Mini Bike".
Di quest'ultimo ho trovato due immagini in rete che meritano di essere postate.














Mi sono poi soffermato sulla Yamaha Virago e sul rimpianto Velosolex. 
Ora mi pare che tocchi a un terzetto tutto appartenente al periodo intorno al 1980. 
Periodo come ho già avuto modo di dire non felice, per cui non provo una particolare nostalgia per quei mezzi, anche se ricordo occasioni di averli cavalcati, in alcuni casi, anche avventurosamente.
Per prima viene una Lambretta 150, ultimo acquisto presso il fatidico meccanico di Parma.
Ricordo che la usavo in inverno indossando una paio di "cheps" comprati alla Western House di Parigi.










Poi c'è stata un'Aermacchi Harley Davidson 350 rossa bordeaux sulla quale scorazzavo in estate, a Rueglio e dintorni, in compagnia di Patrizia Macario.
(  6.3.2014 - Mi accorgo adesso di aver già disquisito a questo preciso proposito  nel post del 7.12.2012 "Vecchia moto, vecchia storia", e vabbè...temo che succederà sempre con maggior frequenza. Ci starò più attento.)








...con Patrizia un paio d'anni dopo, in autunno...




Alla fine dell'estate del 1980 avevo scambiato l'Harley con un' Ossa 350 "Mike Andrews" da trial.







 
Non che fossi attratto in modo particolare dall'esercizio della disciplina, ma la moto mi piaceva, intorno al posto dove abitavo c'erano tratturi, montagne, boschi e altri luoghi adatti alla bisogna, e poi la stessa moto ce l'avevano già Pierangelo e suo cugino Rocco, con i quali si potevano combinare escursioni.






Qui siamo davanti a casa mia, in Biaulì.
I fascioni colorati sul serbatorio sono diversi - tradizionali quelli di Rocco, verdi quelli di Pierangelo, celesti i miei - ma le moto erano le stesse. 
A noi si univano ogni tanto Giorgio Gianarro, Patrizia Alasotto, che mi pare avessero dei Montesa, e saltuariamente altri.
La foto è inevitabilmente sfocata e sottotono, come quasi tutto di allora, per me.
Però ricordo che si trattava di un'infelicità in preanestesia, che non mi sottraeva ad occasioni di divertimento, nè alla lucidità nel riconoscere il mio fallimento esistenziale. 
Ero bello depresso. 
Poi il caso si è fatto, per suoi imperscrutabili disegni, generoso e mi ha buttato lì una possibilità, la meno plausibile, quella con meno garanzie di successo, anzi. Però l'ho agguantata. 
Non stavo più in sella a una moto ma, seppur occasionalmente caracollante, in sella alla vita.
Gran culo.

domenica 2 marzo 2014

REPARTO REPERTI 9



ABBONAMENTI



Per alcuni anni della mia infanzia - all'incirca il periodo delle elementari -  sono stato abbonato al "Corriere dei Piccoli".






L'intestazione recita Pieruccio come nome proprio, uno dei soprannomi che portavo senza eccessivo entusiasmo. 
Il nome proprio è stato per tutta la mia vita fonte di velato imbarazzo. 
Non amo il mio, non mi sento affatto un Pier Maria e mi mi rifugio nel Pit con il quale mio padre, di ritorno dagli Stati Uniti, sostituì provvidenzialmente i Pieruccio e Puccio della prima infanzia. Ma questa è un'altra storia, che affronterò forse in un prossimo post.
L'abbonamento era il dono natalizio di un bambino più piccolo di me, probabilmente inconsapevole di essere l'estensore del regalo che sua madre faceva a nome suo.
Era un'amica di mia madre, aveva lavorato con mio padre, si chiamava Jeannette, aveva l'erre moscia ed era un tipo piuttosto sofisticato con un bel sorriso contagioso.





Jeannette, con cappellino, e mia madre
in rituale pomeridiano anni '50. 




Jeannette era la mamma di Guido, quello da cui ogni anno ricevevo una letterina che mi annunciava, augurandomi Buon Natale, che il mio abbonamento al "Corriere dei Piccoli" era stato rinnovato.
Un dono che io accoglievo con naturalezza e che, senza che me ne rendessi conto, contribuiva in modo determinante alla mia formazione.
Non sono mai stato davvero amico di Guido, nel senso che non ci ho mai giocato, mi capitava di sentir parlare di lui da sua madre, e qualche volta l'ho incrociato a qualche festicciola di bambini, ma lui era più piccolo e non avevamo nulla in comune. E a proposito di festicciole, di una resta testimonianza fotografica.
Riguardandomi in quelle immagini riscontro tutta la mia perplessa estraneità alla circostanza.
 







Il festeggiato esultante mi pare che fosse un cuginetto di Guido, che è proprio davanti a me con cravattina, per il resto o bambini troppo piccoli, oppure poco socievoli. 
Il tipo alla mia destra poteva vantare considerevoli orecchie ma non altrettanta simpatia, la morettina accanto a lui credo fosse la sorella più grande di Riccardo Donna
Io stavo in una terra di nessuno anagrafica, congelato dalla timidezza, incapace di qualsiasi interazione. Gran bel pomeriggio... 









Avrei preferito di gran lunga starmene a casa e, perchè no, sfogliare il "Corriere dei Piccoli" fresco di stampa, che settimanalmente occhieggiava dalla buca delle lettere con la sua messe di occasioni per prendere il volo con il mio turbolento immaginario. Un Pieruccio volante.










Un bel numero di anni dopo dalla stessa buca delle lettere prese ad occhieggiare un'altra pubblicazione, anch'essa con intestazione che mentiva sul mio nome proprio, e questo sempre in ragione di scelte non mie. 
Così come nella prima infanzia ero stato un Puccio/Pieruccio e negli anni scolastici ero stato mellifluamente ascritto alla categoria dei Pieri, nome che - chissà perchè - detestavo, ora la redazione di Lotta Continua o chi per essa, rifiutando un Pier Maria troppo borghese e più che mai un Pit un po' troppo Yankee go home, mi affibbiava l'improprio nome di Pietro, non deprecabile ma che era comunque quello del mio nonno paterno che, come ho già avuto modo di dire in post precedenti, non avevo in simpatia. 
Insomma un destino di identità negata, o peggio, sgradevolmente contraffatta...










 
 estate 1972









L'abbonamento l'avevo sottoscritto una sera, a casa di Renzo Cibrario, durante una riunione un po' carbonara durante la quale mi avevano sottoposto alcune fotografie scattate durante un comizio di Almirante, chiedendomi se riconoscessi le persone che stavano sotto il palco, e se sì, quali informazioni avessi su di loro.





                Il sottoscritto nell'estate del 1952, a poco più di un anno e mezzo,
 tra Renzo e Giulia Cibrario, gemelli, che all'epoca avevano otto anni,
 divenuti poi ambedue - sedici anni dopo - battaglieri sessantottini.









In effetti di alcuni del Fronte della Gioventù individuati nelle foto conoscevo nomi, abitudini, persino debolezze. 
Mi dedicai con entusiasmo alla delazione, versai la mia quota e, poco tempo dopo, mio padre uscendo di casa per andare in ufficio ebbe la non gradita sorpresa - per lui, liberale e dirigente Fiat - di trovarsi insieme a La Stampa anche Lotta Continua ad attenderlo nella buca, in bella vista. 
Per un certo periodo molti condomini ci osservarono con sospetto, altri, pochissimi, ci riservarono sorrisi imprevisti. Poi tutto tornò come prima.
Poco tempo dopo mi sarei trasferito a Parma e Lotta Continua me la sarei comprata in edicola. Non tutti i giorni.
Recentemente ho venduto ad un collezionista tre copie già in formato tabloid, mi pare del '77, uscite con l'intestazione prima in grigio e poi in nero, a causa di un'imprevista indisponibilità tipografica, forse per ragioni economiche, di inchiostro rosso.

mercoledì 26 febbraio 2014

REPARTO REPERTI 8






1974




Nel 1974 ero ancora iscritto a Medicina e vivevo già a Parma.
Non molto tempo prima, durante un appello di non ricordo quale esame, avevo intravisto tra i candidati un volto familiare, e in effetti si trattava di una studentessa torinese che aveva frequentato lo stesso liceo del mio ultimo anno ma in una sezione differente.
Era iscritta a Parma ma non frequentava, faceva la pendolare per gli esami, e del resto - come avrei potuto realizzare conoscendola - mai avrebbe potuto vivere altrimenti che a Torino, frequentando solo certi luoghi e certe persone, ancorata a rituali sabaudi, a solidissimi pregiudizi che praticava con tale convincimento da rendersi persino simpatica.
Non so come finimmo di decidere di preparare un esame insieme.
Io tornai a Torino per il periodo. 
Studiavamo a casa sua, e trascorremmo lunghe giornate a cercare di scalzare le reciproche convinzioni tra una formula e l'altra. L'esame era Biochimica, una bestiaccia che nemmeno Anatomia.
Io cercavo di scandalizzarla con atteggiamenti spregiudicati e alternativi, lei simulava aristocratica imperturbabilità, però tutto sommato ci si divertiva.
Malgrado tutto siamo stati amici. Abbiamo persino trascorso, con certe sue conoscenze tra le quali un tale che lei voleva sedurre con metodi degni dell'amica di nonna Speranza, una vacanzina in Camargue.




Lucietta nella sua adorata Sestri Levante




Ma veniamo al fatidico esame.
Era il 2 dicembre 1974. 
Lei non si dette neppure la pena di affrontarlo. Io si. 
Dopo ce ne andammo a pranzo da qualche parte, credo.
Lucietta aveva un regalo per me, era un fenomeno per queste cose, non sbagliava mai.
Quel regalo sta tra i miei preziosi cimeli. Mi ricorda un'epoca, un'amicizia, le contradditorietà rassicuranti del modo di essere di lei e la mia affettuosa insofferenza nei suoi confronti. E poi la mia incondizionata passione per Guccini.










 






agosto '74, poco prima di iniziare
a preparare Biochimica.



domenica 23 febbraio 2014

OLIMPIADI & NOSTALGIA




Uno degli esigui vantaggi di questa mia interminabile convalescenza è stato quello di potermi seguire le olimpiadi invernali quotidianamente, indisturbato.
Oggi finiscono.
Uno degli aspetti più sconfortanti dell'invecchiare è scoprire ogni tanto di essere stato, per certi aspetti, esentato dal futuro.





Mi chiedo se tornerò a infilare un paio di sci, se potrò farlo ancora, intendo.
E così sono andato a rivedermi qualche immagine dell'inizio dei '70, quando avevo la stessa età di molti dei concorrenti di queste olimpiadi.






 





Mi piace la neve, le piste, gli abeti, il freddo pungente e rigeneratore, certi rari silenzi sulla cima, mi piacciono le risalite in seggiovia, le soste nei rifugi, gli amici in allegria, la bellezza che si può esprimere in una buona discesa, la soddisfazione della propria agilità, il compiacimento dell'eleganza.



...dieci anni fa...




...quarant'anni fa...








Mi piace persino quando capita che cadi, mi piace sorseggiare cioccolata calda nei bar rivestiti di legno quando fuori è scesa l'oscurità e magari comincia a nevicare. Mi piacciono quelle mattine che sulle piste non c'è quasi nessuno e mentre scendi ti sembra di volare e ti viene voglia di cantare.







Non ho mai sospettato che tutto questo avrebbe potuto, un giorno, venire sospeso, negato, definitivamente relegato al trascorso.
A dire il vero riaffiora quel detto: non è finita finchè non è finita.
Vedremo...





sabato 22 febbraio 2014

OLDIES 5



Da bambino avevo una notevole passione per i farfallini.
Non perdevo occasione per indossarli.

































Poi, così com'era nata, la passione era svanita, cedendo il passo alle più tradizionali cravatte, là dove occorresse, e relegando il papillon ad occasioni di travestimento....









...o di eleganza formale.



















Però non è detta l'ultima parola.
Ci sono momenti in cui vagheggio la possibilità di procedere nell' invecchiamento con abiti di lino chiaro in estate e tweed per il resto dell'anno, rigorosamente a tre pezzi, rigorosamente stropicciati e rigorosamente accompagnati dal farfallino.
A chiudere il cerchio.