Questa è stata la terza volta che ho utilizzato "Mr. Tambourine Man" di Bob Dylan cantata da Melanìe.
La prima volta era stato per una cosina breve come questa, usufruendo del girato de "L'altra metà del cielo" per la parte americana, nel 1997,e intitolandolo "Sulle strade d 'America".
L'avevo presentato a Casa Cini, a Ferrara, ai memorabili tempi di Franco Patruno, e aveva suscitato una certa emozione, di cui non mi sono dimenticato.
Così nel '99, in "As long as the grass shall grow and the rivers flow", ho montato una sequenza del film su quella canzone e poi, per gioco direi, anche questo frammento di "Prairie town". Non sono ancora riuscito a rintracciare il master su nastro di "Sulle strade d'America" ed è improbabile che succederà, (sto scoprendo delle lacune d'archivio piuttosto amareggianti) ma nel caso lo posterò senz'altro.
Quest'incontro con David Grieco per Tele+ lo abbiamo girato in un bar di via Pietro Micca, non lontano da Piazza Castello, a Torino, durante il Festival del Cinema.
Si era nel novembre 2001.
La storia della lavorazione di Fred, o meglio della sua genesi, è riassunta nell'ultimo degli articoli riportati qui sotto.
...per un po' ha suonato la gracassa, non ho idea di quante siano state le proiezioni di FRED organizzate dalla Stefilm (la casa di produzione) ma sicuramente più di quante io sia a conoscenza...
...anche i giornali sono saltati sul carro, e credo succeda ogni volta che qualcuno realizza qualcosa per una ricorrenza, Fred, poi, se lo erano scordati da un sacco di tempo quindi c'è stato un vero arrembaggio, ma non credo siano stati molti quelli che ne hanno scritto che il film l'abbiano visto davvero. Favetto, di Repubblica, l'ha visto...
...la sera della prima è scoppiato un incendio in un piccolo magazzino dove erano depositate pizze e nastri di films. La sala dove proiettavano FRED e quella attigua, dove era in programmazione un documentario sulla Pivano, sono state evacuate, senza panico, ma già nel fumo, e per un torinese il fantasma dello Statuto aleggia immediatamente, quindi...
...un fatto curioso: l'11 settembre, due mesi prima, ci eravamo ritrovati casualmente Laura, io e Steve Della Casa nell'ufficio di Maurizio Ternavasio a "La Stampa", proprio mentre arrivavano le prime notizie delle Torri. Stavamo a guardare un po' basiti le immagini che erano si impressionanti, ma non come quelle che sarebbero arrivate dopo. Quando ci siamo lasciati non mi pare di ricordare che fossimo particolarmente preoccupati. La sera della proiezione, usciti all'aperto Laura, Maurizio ed io ci siamo trovati di fronte Steve. E abbiamo deciso, cautelativamente, di evitare di trovarci "per caso" tutti e quattro insieme...
FRED è stato un film fortunato, sia nella lavorazione che nei risultati del lavoro finito. E' un buon film - non sono io a dirlo - e credo che lo sia perchè ha rappresentato la soluzione, inattesa in questo caso, di una delle mie fissazioni narrative. Se armeggi con il pensiero intorno ad un progetto per molto tempo, inconsciamente lo prepari al meglio, e visto che lo ami difficilmente ti sfuggirà di mano. Solo la fretta, o la convinzione di averlo così in pugno che nulla te lo farà sfuggire, ti porteranno a realizzare una cazzata. In effetti può succedere...
Nuova Zelanda, una specie d’Italia specchiata a rovescio, agli antipodi, anch’essa stivale alla brava, guascone. Lì, però, un colpo d’archibugio alla staffa del moschettiere l’ha spezzato sopra il calcagno. Gli All Blacks strepitano come Maori guerrieri, esorbitano gli occhi, s’acquattano truci piegando sui ginocchi, così spaventano e fanno anche un po’ ridere. E poi mi pare che Russell Crowe venga da laggiù.
Norvegia, randello a manico stretto tarlato di fiordi. Sulla clava boschi e laghi e pallori e silenzi. Gente bionda, tranquilla. Le ragazze son belle altrettanto e così non si spiega perché le svedesi sembran sole, lassù, a emanar sortilegi sugli uomini ansanti del sud.
Chissà perchè, a suo tempo, me ne erano venute fuori anche tre che riguardano nazioni rispetto alle quali non nutro nessuna attrattiva (e si capisce).
Forse si è trattato soltanto della pigra osservazione del planisfero appeso al muro ( lo faccio da sdraiato sul divano, e io sono uno bravo ad aver tempo per queste cose, quindi lo faccio in beata dovizia) e della curiosa caratteristica che quasi tutte le nazioni hanno di rassomigliare a qualcosa.
Un po' come quando, sdraiati (l'essere sdraiati parrebbe una condizione imprescindibile) in un prato ci si concede il gioco solo apparentemente infantile di designare, per ogni nuvola che passa, una somiglianza.
Dopo queste tre, di Mappamondo, non ne restano che due.
Uzbekistan dagli sbilenchi confini geometrili dell’ovest, tracciati a rette risolute anche sull’acqua infetta dell’Aral, e che scendono poi ad insinuarsi, ad est, tra terre vecchie/nuove che finiscono, anche loro, in stan.
Penisola arabica,
stivalaccio di feltro e para,
ciabattone russo fuori posto
in quel caldo da matti, senz’ombra,
a pesticchiar nell’Oceano Indiano
come fosse fango
e a dar casa
a fanatici diseredati
e a cinici ricchi sfondati,
infidi gli uni e gli altri.
Se fosse l’ultimo posto che resta,
sceglierei di restare senza posto,
senza rimpianti.
Corea, diverticolo infiammato dello spropositato intestino asiatico. Sul mio planisfero i cartografi gli han dato un color di fragola: una peritonite. Se scoppiasse Pusan schizzerebbe come pus ad imbrattare la sussiegosa sciaboletta giapponese, e Kwangju colerebbe giù, a lordare Shanghai, ombelico del pancione cinese. Se scoppiasse lo direbbero al Tiggì, e nessuno certamente smetterebbe di rosicchiare il suo supplì.
Mi sono ricordato che, durante la lavorazione di "Lungo viaggio verso casa", verso la fine, durante una pausa pomeridiana, avevo fatto delle registrazioni di prova con la nuova Panasonic che affiancavo alla Canon.
Un gruppetto di attrici cantavano.
Canzoni sconosciute e bellissime. Come ho fatto a non pensarci prima, boh...
Poi rivedendo le chiacchierate con Steve (vedi post di domenica 9, lunedì 10 e martedì 11) mi sono finalmente tornate in mente e ho rintracciato quei girati di prova.
Proporle mi offre anche il destro per buttar giù pensieri che ho articolato in maniera chiara solo recentemente riguardo al mio rapporto con gli attori.
Chiacchierando con Steve avevo avuto un'intuizione affermando che io, più che regista, sono spettatore.
Partendo da questo assunto ho cercato di capire come mai a me le attrici e gli attori piacciono sullo schermo o sul palco - se sono bravi, ovvio - ma nei rapporti personali meno. Questa è probabilmente una delle ragioni per cui me ne sono tenuto alla larga, girando documentari.
Naturalmente non è stato possibile escluderli completamente dalla mia attività professionale, e sarebbe anche stato sciocco, però davanti a queste ragazze che cantano ho capito. A me piace rubare.
Io sto con l'occhio incollato al wiew finder cercando quei momenti in cui non stanno recitando - rari - e tentare un altro racconto da quello che fanno loro.
Con le persone che non calcano la scena è più facile.
Nel corso del tempo ho imparato a diventare invisibile, trasparente, una parte dell'arredo, far si che chi mi sta di fronte non tenga più conto che lo sto riprendendo.
Con attrici ed attori è arduo.
Hanno sempre le antenne drizzate, sanno di dover offrire il profilo migliore, il gesto "spontaneo", seducente, per istinto. Difficile borseggiarli della loro naturalezza.
Anche perchè molti sono timidi - lo dichiarano spesso - e il timido è guardingo per sua inclinazione.
Io sono stato - e sono tuttora, in maniera più controllata, un timido - e so che di fronte a situazioni nuove, condizioni relazionali impreviste, roba così insomma, la reazione è sempre sovradimensionata.
Recitare è una via d'uscita. A saperlo fare è sicuramente la migliore. Salvo poi crollare inaspettatamente di fronte alla più banale delle circostanze.
Ho lavorato con molte attrici ed attori, ma tra noi c'è sempre stato il diaframma dello strumento del mio spiarli.
Ricordo un episodio in questo senso.
Eravamo alla Maddalena per il premio Solinas nel '96. Io ero lì per ritirare un premio e tra i giurati c'era Paolo Virzì, accompagnato da Laura Morante.
Nel 1982 ero stato fotografo di scena in "Colpire al cuore" di Gianni Amelio e Laura era una delle protagoniste. Tra Roma e Milano ci eravamo trovati affiancati, come accade tra i componenti di una troupe, per parecchie settimane.
Era stato allora che, chiacchierando, lei aveva affermato di essere timidissima. A me allora pareva impossibile che un attore lo fosse, mi sembrava più che altro un vezzo.
E invece...
Alla Maddalena le nostre due timidezze si sono fronteggiate nel solo modo possibile: simulando distrazione.
Io, per parte mia, avrei dovuto andarle incontro e ricordarle di Colpire al cuore, offrirle l'opportunità di simulare sorpresa.
Mi era simpatica, avrei voluto farlo ma non l'ho fatto.
Di lei ho colto poche occhiate perplesse. E ce ne siamo stati lì per qualche giorno, chiacchierando con tutti ed evitando accuratamente di farlo tra noi.
Non so cosa abbia pensato del mio modo di fare, certo raramente mi sono sentito stupido così a lungo. E questo grazie al fatto d'essere inguaribilmente timido.
Con gli anni sono decisamente migliorato. L'esperienza dell'assessorato, almeno in questo senso, si sta rivelando preziosa. Però ogni tanto ci casco ancora. A piè pari.
E veniamo alle ragazze che cantano.
Da sinistra (con la fisarmonica) Alice Rohrwacher, Francesca Porrini, Tatiana Lepore, Maria Pilar (Mapi) Perez Aspa, Arianna Scommegna.
Anche con loro ho trascorso parecchie settimane.
Francesca è venuta a Schio per uno spettacolo qualche anno fa e abbiamo scambiato poche parole.
Ad Alice avrei voluto telefonare per complimentarmi per il suo film "Corpo celeste" ma poi ho pensato che, dopo tutto questo tempo...
L'inverno scorso per la stagione teatrale è arrivato un "Romeo e Giulietta" in cui Arianna era Giulietta, Mapi la nutrice e Mattia Fabris - anche lui della squadra del Wilhelm Meister - Romeo, nonchè Fabrizio Pagella che avevo incontrato durante la lavorazione di "Ma come è cominciato tutto questo ?" sempre su un lavoro di Gabriele Vacis di qualche anno prima.
Ed è stato con lui, che non avevo riconosciuto perchè nel frattempo è decisamente cambiato, che ho scambiato nel bailamme dei camerini a fine rappresentazione i gesti e le parole di due che si rivedono volentieri.
Con Mapi, che ricordo aveva confessato una timidezza estrema in una chiacchierata in "Lungo viaggio verso casa", ci siamo scambiati una stretta di mano come due che prendono occasionalmente lo stesso tram, e a quel punto non mi sono neppure avvicinato ad Arianna, con la quale avevamo fatto belle risate a suo tempo.
Me la sono filata e basta.
Questo fa la timidezza.
Ti rovina saltuariamente l'esistenza e ti fa passare contemporaneamente per uno stronzo supponente.
Ascoltandole cantare mi sentirei di abbracciarle tutte affettuosamente, se però non ci incontriamo più è meglio, perchè non so se, al dunque, saprei farlo.
Picchiate di rondoni chiassosi che cabrano veementi al campanile. Frulli d’ali – come disegni d’un sillabario d’infanzia accoccolata in un ricordo lontano – che passano con sibilo sordo, in formazione, sullo sfondo del cielo, celeste come un pigiama, che si appresta a imbrunire. Una nuvola, aranciata da un riflesso tenue, - un passo d’addio - sfilacciata come un fumo di legna, cicatrizza lo sfregio netto della scia di un jet. Sfrecciano e risfrecciano, forsennati, i rondoni, poi tacciono. S’improvvisa un silenzio che commuove prima che passi un’auto, rintocchino le ore. Un’ovattata voce di telegiornale di tra le case sale. Abbaia un cane. Sto pensando a un amico che ho lasciato, per debole orgoglio, da un tempo irrimediabile. Scoprir d’aver fatto del male dà un affanno impotente, che si sporge al passaggio, mai afferrato, che cambia la sera in notte. Assopirò l’essermi visto per quel che avrei voluto saper non esser stato nella stanza d’attesa tra la notte e domani. A fissare negli album quanti più ieri saprò senza mentire. Come un bambino solo con le sue figurine.
mannaia a rovescio, tomahawk di Teste Piatte, sepolto sotto le fondamenta delle case di vacanza di reclusori di speranza.
Tennessee che il Kentucky comprime sulle terre profonde di Dixie come un tubo di dentifricio, a schizzare residui di canzoni rurali in lustrini dalla giostra di Nashville al North Carolina.
Oklahoma, pentolino ammaccato dal manico sano. Polvere sottile, tumbleweed in corsa sbandata sui dispersi dai grappoli di rabbia nei canti di John Steinbeck e John Ford. A bollire sul fuoco del bivacco texano.